Tennis vittima delle scommesse: gli ultimi atleti sotto scacco
Il tennis professionistico convive da tempo con il mondo delle scommesse sportive, ma negli ultimi anni il rapporto tra i due universi ha mostrato un lato sempre più preoccupante. Non si parla soltanto di partite sospette o tentativi di combine: a finire nel mirino sono direttamente i giocatori, raggiunti sui social, sui telefoni personali e, in alcuni casi, persino attraverso minacce rivolte alle loro famiglie.
È importante distinguere il fenomeno dal gioco regolamentato. Consultare statistiche, confrontare quote o informarsi sui migliori bookmaker autorizzati rientra nelle normali dinamiche delle scommesse sportive. Il problema nasce quando la perdita di una giocata viene trasformata in un pretesto per insultare, intimidire o minacciare chi è sceso in campo.
La denuncia di Matteo Berrettini
Uno degli episodi più recenti ha coinvolto Matteo Berrettini. Durante gli US Open 2026, il tennista italiano ha raccontato pubblicamente di aver vissuto in passato situazioni molto spiacevoli collegate agli scommettitori e ha richiamato l'attenzione sulla necessità di creare un ambiente più sicuro per gli atleti.
Secondo quanto riportato anche dalla stampa italiana, durante il Roland Garros alcuni messaggi intimidatori sarebbero arrivati al fratello Jacopo e avrebbero coinvolto direttamente la famiglia del giocatore. Berrettini ha spiegato inoltre come il problema possa essere ancora più difficile da affrontare nei circuiti minori, dove gli atleti dispongono generalmente di strutture di protezione molto più limitate rispetto alle stelle del Tour.
Il punto sollevato dall'azzurro va quindi oltre il singolo episodio. Un giovane che si trova per la prima volta ad affrontare tornei professionistici potrebbe ricevere messaggi di questo tipo senza avere né l'esperienza né il supporto necessario per gestirli.
Il caso Stefanini e le minacce prima di una partita
Pochi mesi prima aveva fatto discutere quanto accaduto a Lucrezia Stefanini a Indian Wells. La tennista italiana aveva raccontato di aver ricevuto via WhatsApp un messaggio contenente minacce contro di lei e la sua famiglia. Il mittente conosceva informazioni personali, tra cui i nomi dei genitori e il luogo di nascita, e avrebbe inviato anche l'immagine di un'arma.
La WTA intervenne fornendo maggiore sicurezza alla giocatrice. Casi analoghi sono stati segnalati anche da altri professionisti, tra cui l'italiano Mattia Bellucci e l'ungherese Panna Udvardy.
Qui emerge una distinzione ancora più inquietante. Alcuni messaggi possono provenire da scommettitori arrabbiati dopo una perdita, mentre altri possono essere utilizzati come strumento di pressione per cercare di condizionare ciò che accadrà in campo. Nel secondo caso il confine con i tentativi di manipolazione delle partite diventa evidente.
I numeri mostrano che non si tratta di casi isolati
Il problema non riguarda soltanto pochi atleti famosi. Il rapporto pubblicato nel luglio 2026 da WTA e World Tennis sul monitoraggio degli abusi online ha evidenziato quanto il fenomeno sia strutturale.
Nel corso della stagione 2025, gli scommettitori arrabbiati sono stati associati al 42% degli abusi verificati e addirittura al 59% di quelli classificati come gravi. Trentacinque account sono stati segnalati alle forze dell'ordine, mentre il 66% dei contenuti abusivi più seri individuati dal sistema di monitoraggio è stato rimosso.
Già i dati relativi al 2024 avevano lanciato un allarme importante: WTA e ITF avevano individuato circa 8.000 contenuti abusivi o minacciosi provenienti da 4.200 account, con 458 giocatori direttamente presi di mira. In quell'anno gli scommettitori insoddisfatti risultavano responsabili del 40% degli abusi rilevati.
Non stupisce quindi che diversi atleti abbiano deciso di esporsi pubblicamente. Katie Boulter ha raccontato di aver ricevuto minacce di morte, mentre Elina Svitolina nel 2025 denunciò messaggi offensivi e intimidatori dopo la sconfitta contro Naomi Osaka al Canadian Open.
Quando il risultato sportivo diventa una questione personale
Il tennis possiede alcune caratteristiche che possono amplificare il fenomeno. Ogni punto, set e partita dipende in larga parte da un singolo atleta e l'offerta di mercati su cui scommettere è molto ampia. Inoltre, Challenger e tornei ITF permettono di seguire e giocare su incontri che coinvolgono atleti molto lontani dalla notorietà dei grandi campioni.
Per uno scommettitore può essere facile dimenticare che dietro la quota visualizzata sullo smartphone esiste una persona. Una doppia opportunità di break sprecata, un tie-break perso o una rimonta subita diventano così, nella percezione distorta di chi ha perso denaro, qualcosa per cui il giocatore dovrebbe essere ritenuto responsabile.
È proprio questa trasformazione dell'atleta in un semplice elemento della propria scommessa a rappresentare uno dei problemi più seri.
La risposta del tennis deve andare oltre i social
Le federazioni hanno iniziato a reagire. Il sistema Threat Matrix, utilizzato nel tennis femminile e internazionale, combina strumenti tecnologici e analisi umana per individuare messaggi potenzialmente pericolosi e permettere interventi nei casi più gravi.
Anche l'ATP ha sviluppato Safe Sport: nel suo primo anno il sistema ha analizzato oltre 3,1 milioni di commenti sui social, classificandone più di 162.000 rivolti a 245 giocatori come contenuti gravi.
Ma filtrare un insulto non può essere sufficiente quando vengono superati determinati limiti. Da qui la richiesta di una collaborazione più stretta tra circuiti professionistici, piattaforme social, autorità e industria del betting, fino alla possibilità di identificare e sanzionare gli utenti responsabili delle minacce.
La scommessa dovrebbe terminare insieme all'evento sul quale è stata effettuata. Una giocata perdente non crea alcun diritto sull'atleta, né tantomeno giustifica un messaggio intimidatorio.
Le denunce degli ultimi mesi mostrano invece quanto questo confine venga ancora troppo spesso superato. Ed è probabilmente proprio da qui che il tennis dovrà partire per evitare che chi entra in campo debba preoccuparsi non soltanto dell'avversario dall'altra parte della rete, ma anche di chi osserva la partita pensando di avere qualcosa da riscuotere.