Nata in Francia come “Comme d’habitude” e riscritta da Paul Anka in una notte di temporale a New York, “My Way” è diventata l’inno definitivo di Frank Sinatra. Che però, per tutta la vita, ha confessato di detestarla.
Ci sono canzoni che appartengono a chi le canta più che a chi le scrive. “My Way” è il caso più clamoroso di tutti: un brano nato francese, rifiutato da mezza Parigi, riscritto da un canadese su una macchina da scrivere e consegnato alla storia dalla voce di un italoamericano del New Jersey. Pubblicata da Frank Sinatra nel marzo 1969 per la Reprise, è oggi una delle canzoni più incise e più eseguite al mondo.
Prima di tutto, la Francia
La storia comincia nel febbraio 1967, quando il compositore Jacques Revaux, in vacanza a Megève, butta giù in una mattinata quattro canzoni che doveva da tempo a un produttore. Una di queste, intitolata “For Me” e dotata di un testo inglese di fortuna, viene rifiutata in sequenza da Michel Sardou, Mireille Mathieu, Hugues Aufray e dallo stesso Claude François, prima di finire come lato B di un 45 giri di Hervé Vilard.
Revaux però non si arrende. Nell’agosto 1967 torna da Claude François e gli propone di rilavorare il brano insieme. Con un intervento sul testo di Gilles Thibaut nasce “Comme d’habitude”: una canzone malinconica sulla routine che uccide un amore, scritta da François pensando alla fine della sua relazione con France Gall. In Francia diventa un successo e un piccolo classico della chanson.
Una notte, una macchina da scrivere
Nel 1968 Paul Anka ascolta “Comme d’habitude” durante un soggiorno in Francia e ne resta folgorato. Non dalla lingua, non dal testo: dalla melodia. Acquisisce i diritti del brano e lo tiene nel cassetto finché non arriva l’occasione giusta — Frank Sinatra, che in quel periodo parla di ritirarsi dalle scene e gli chiede un’ultima canzone.
Secondo il racconto dello stesso Anka, la riscrittura avviene in una sola notte di temporale nel suo appartamento di New York: seduto alla macchina da scrivere, si chiede che cosa direbbe Frank se fosse lui a scrivere quelle parole. Alle cinque del mattino il testo è finito. Non è una traduzione: dove il brano francese raccontava una coppia alla deriva, la nuova versione è il bilancio di un uomo arrivato in fondo alla vita, che si volta indietro senza rimpianti perché ha fatto tutto “a modo suo”.
Sinatra incide “My Way” a Hollywood alla fine di dicembre del 1968, in una sessione rapidissima, con un’orchestra di una quarantina di elementi diretta dal suo storico pianista Bill Miller. Il singolo esce nel marzo 1969, prodotto da Sonny Burke, con “Blue Lace” sul lato B.
Il paradosso del successo
I numeri raccontano una storia curiosa. Negli Stati Uniti “My Way” non va oltre il numero 27 della Billboard Hot 100. Nel Regno Unito, invece, arriva al quinto posto ma soprattutto resta 75 settimane nella Top 40: una permanenza tra le più lunghe nella storia della classifica britannica. Nel 2000 il brano entra nella Grammy Hall of Fame.
Il paradosso più grande, però, riguarda proprio Sinatra. The Voice dichiarò più volte di detestare la canzone che pure era stata “molto buona con lui”. La figlia Tina, in un’intervista alla BBC, ha confermato che il padre la trovava autoindulgente e autocelebrativa. Anche Elvis Presley, che la portò stabilmente in scaletta negli anni Settanta — dal documentario “Elvis on Tour” al concerto “Aloha from Hawaii” — ammise di non sentirla mai davvero sua.
Duemila versioni (e un debito di Bowie)
Da allora “My Way” è stata incisa da chiunque: Paul Anka pubblicò la propria versione già nel 1969, poi arrivarono Elvis, Sid Vicious con la sua rilettura punk per i Sex Pistols, Céline Dion e centinaia di altri. Secondo un biografo di Claude François, le incisioni del brano sarebbero circa duemila.
C’è anche una coda inattesa: prima di Anka, un giovanissimo David Bowie aveva provato a scrivere un testo inglese per “Comme d’habitude”, senza successo. Anni dopo, sulla copertina interna di “Hunky Dory”, accanto a “Life on Mars?” Bowie fece stampare la dicitura “Inspired by Frankie”. Anche i conti in sospeso, a volte, si chiudono a modo proprio.

