Gelati confezionati: prezzi aumentati del 40% in 5 anni

1 Luglio 2026 di 6 min di lettura
Gelati confezionati: prezzi aumentati del 40% in 5 anni

Un cornetto costa quasi il 60% in più rispetto a quattro anni fa. Uno stecco ricoperto di una certa marca supera addirittura il 75% di rincaro al chilo. E non si tratta di prodotti di nicchia, ma di gelati confezionati che si trovano nel banco freezer di qualsiasi supermercato italiano.

Altroconsumo ha analizzato l’andamento dei prezzi dei gelati confezionati: negli ultimi cinque anni sonoaumentati di quasi il 40%, ben oltre l’inflazione alimentare, con picchi del 75% al chilo per alcuni marchi della grande distribuzione.

L’indagine attribuisce i rincari a una combinazione di fattori, tra cui l’aumento dei costi di energia e materie prime e, in alcuni casi, alla shrinkflation, con una riduzione del peso dei prodotti a fronte di prezzi invariati o più elevati.


I dati Istat parlano chiaro: tra il 2021 e oggi, il prezzo medio dei gelati confezionati ha registrato un’impennata del 39,6%, con picchi che in alcuni casi doppiamo il triplo dell’inflazione alimentare media. Il fenomeno è complesso, e ridurlo alla sola shrinkflation — la pratica di ridurre le dimensioni del prodotto senza abbassare il prezzo — sarebbe una semplificazione fuorviante.

Quaranta per cento in cinque anni: i numeri del caro gelati

Il balzo più brusco si è concentrato in un biennio preciso. Nel 2022 i prezzi dei gelati sono saliti del 13% rispetto all’anno precedente; nel 2023 l’accelerazione è proseguita con un ulteriore +16%. Un ritmo che ha superato anche la già pesante inflazione alimentare generale: quell’anno i generi alimentari avevano registrato una crescita media del 9,8%, già considerata storica. I gelati, insomma, sono aumentati più della media di tutto il cibo.

Dietro questa dinamica ci sono ragioni ben note: la crisi energetica e logistica del biennio 2022-2023 ha fatto lievitare i costi di produzione, le materie prime come il cacao hanno visto una forte volatilità dei prezzi, e le aziende hanno scaricato a valle — cioè sui consumatori — buona parte di questi extra costi. Fin qui, nulla di sorprendente. Quello che invece lascia perplessi è quanto le dinamiche di prezzo differiscano da un prodotto all’altro, anche a parità di categoria.

La shrinkflation c’è, ma spiega solo una parte del problema

L’impressione che i gelati si siano rimpiccioliti col tempo non è solo nostalgia. Il Magnum Classic pesava 79 grammi nel 2021, oggi ne pesa 75. Il Maxibon è passato da 102 a 96 grammi. La Coppa del Nonno da 72 a 65 grammi. Riduzioni reali, documentate, che hanno ovviamente un effetto sul prezzo per porzione: acquistare un Maxibon costa oggi il 43% in più rispetto a quattro anni fa, un Magnum Classic il 26% in più, una Coppa del Nonno il 25% in più.

Ma il dato più significativo è quello al chilo, che amplifica ulteriormente il rincaro: il Maxibon segna +53%, la Coppa del Nonno +38%, il Magnum Classic +32%. Numeri che fanno riflettere. D’altra parte, però, questi tre prodotti rappresentano la minoranza: la maggior parte dei gelati analizzati ha mantenuto il formato invariato, eppure i prezzi sono aumentati comunque, e in alcuni casi in misura ben maggiore.

Meno grammi, stesse calorie

Vale la pena chiedersi se almeno ci sia un beneficio nutrizionale in questo restringimento delle porzioni. La risposta, guardando i dati, è sostanzialmente no. Le calorie per porzione restano le stesse o quasi, i grassi totali e saturi rimangono su livelli analoghi al 2021. In qualche caso ci sono state riformulazioni nella ricetta — per esempio, il burro sostituito con grasso di cocco, un olio vegetale più economico — ma senza che questo si traducesse in un profilo nutrizionale effettivamente migliorato. Il consumatore paga di più, riceve meno prodotto, e non ne trae alcun vantaggio per la salute.

Rincari che non tornano: perché il Nuii supera il 75%?

Il dato che più colpisce è la disparità tra prodotti simili, a parità di formato e grammatura. Tra gli stecchi ricoperti, gli Stecchi Ricoperti Valsoia hanno registrato un aumento del 11% al chilo rispetto al 2021; quelli Conad del 35%; i Gruvi Sammontana del 41%; il marchio Eurospin del 50%; il Nuii Ice Cream Adventure addirittura del 75%. Tutti con la stessa porzione, tutti senza shrinkflation. Come si spiegano queste differenze così marcate?

Tra i coni, lo stesso schema: il Cono Esselunga a marchio privato è salito del 20% al chilo, quello Coop del 27%, mentre il Cinque Stelle Sammontana segna +43% e il Cornetto Algida sfiora il 60%. L’impressione — e non solo quella — è che in questa fase di generale rialzo dei prezzi molte aziende abbiano allargato i margini in modo poco trasparente, approfittando di un contesto in cui il consumatore era già abituato a vedere i prezzi salire.

Confezioni diverse, prezzi confusi: il caso del Cornetto Algida

Come se non bastasse, nei supermercati si trovano spesso confezioni dello stesso prodotto con grammature diverse, e non sempre il confronto è immediato. Il Cornetto Algida è venduto in due formati: sei cornetti da 75 grammi l’uno, oppure otto cornetti da 60 grammi. Il prezzo al chilo del formato apparentemente più conveniente — quello da otto pezzi — è in realtà più alto: circa 14,50 euro al chilo contro i 13,32 euro della confezione da sei. Chi non guarda il prezzo al chilo, indicato per legge sullo scaffale, rischia di fare la scelta sbagliata credendo di risparmiare.

L’unico strumento davvero utile per orientarsi resta proprio quello: ignorare il prezzo totale della confezione e confrontare esclusivamente il costo per chilo. Una buona abitudine che vale per i gelati come per gran parte dei prodotti al banco freezer.

Cosa cambia con le nuove norme sulla shrinkflation

Sul fronte normativo qualcosa si muove. Emanuela Bianchi, esperta di alimentazione e prodotti alimentari, ricorda che dopo una serie di rinvii legati anche al confronto con la Commissione europea, è entrata in vigore la norma del Codice del consumo che introduce un obbligo di informazione sulla shrinkflation: quando un prodotto viene venduto in una confezione più piccola senza una corrispondente riduzione del prezzo, i consumatori devono essere informati in modo chiaro. L’obiettivo è rendere visibile quello che spesso resta nascosto tra etichette e scaffali.

Resta però aperta la questione più ampia: la shrinkflation spiega solo una parte dei rincari osservati. L’altra — quella più consistente e meno decifrabile — riguarda aumenti di prezzo puri e semplici, su prodotti con formato invariato, con differenze tra marchi che non trovano giustificazione nei soli costi di produzione. Su questo fronte anche l’Antitrust sta indagando, cercando di capire fino a che punto i rincari degli ultimi anni riflettano costi reali e fino a che punto siano invece il risultato di margini ampliati in un contesto favorevole all’opacità.

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Betty Barletta
Scritto da

Caporedattore di Lifestyleblog.it. Adoro il mondo del Lifestyle

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