“Non chiamatelo amore”, successo al Senato per il libro di Vittoriana Abate e Cataldo Calabretta

Grande partecipazione al Senato della Repubblica per la presentazione di “Non chiamatelo amore. Quei bravi ragazzi che uccidono”, il volume scritto dalla giornalista Rai Vittoriana Abate e dall’avvocato e docente universitario Cataldo Calabretta, pubblicato da Graus Edizioni.
L’incontro si è svolto a Roma, nella Sala dell’Istituto di Santa Maria in Aquiro, su iniziativa della senatrice Tilde Minasi, e ha riunito rappresentanti delle istituzioni, della magistratura, dell’avvocatura, del mondo dell’informazione e delle associazioni impegnate nella tutela delle donne vittime di violenza.
Al centro del confronto, il tema del femminicidio e della violenza di genere, affrontato non solo dal punto di vista giudiziario, ma anche culturale, sociale ed educativo.




Martina Semenzato: “Uno dei migliori lavori degli ultimi anni”
Particolarmente significativo l’intervento dell’onorevole Martina Semenzato, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio e sulla violenza di genere, che firma anche la prefazione del volume.
Nel corso della presentazione, Semenzato ha definito “Non chiamatelo amore” come “uno dei migliori lavori realizzati negli ultimi anni su questo tema”.
La presidente ha sottolineato il valore del libro come strumento utile per comprendere le radici della violenza di genere, promuovere una maggiore consapevolezza culturale e rafforzare l’azione di prevenzione.
Un riconoscimento importante per un’opera che prova a tenere insieme cronaca, diritto, memoria delle vittime e responsabilità collettiva.
Il libro di Vittoriana Abate e Cataldo Calabretta
“Non chiamatelo amore. Quei bravi ragazzi che uccidono” nasce dall’incontro tra due prospettive complementari.
Da una parte c’è il lavoro giornalistico di Vittoriana Abate, volto Rai e autrice di numerose inchieste e approfondimenti. Dall’altra c’è l’analisi giuridica di Cataldo Calabretta, avvocato e docente universitario.
Il volume affronta il fenomeno del femminicidio attraverso alcuni dei più importanti casi di cronaca italiana, accompagnandoli con una riflessione sulle evoluzioni legislative più recenti.
Tra i temi trattati figurano il Codice Rosso e l’introduzione del reato autonomo di femminicidio, passaggi centrali nel dibattito pubblico e istituzionale sulla tutela delle donne.
La violenza di genere come emergenza culturale
Durante l’incontro è emersa con forza l’idea che il contrasto alla violenza sulle donne non possa essere affidato soltanto alla repressione penale.
Le leggi sono fondamentali, ma da sole non bastano se non vengono accompagnate da un cambiamento culturale profondo.
Il libro insiste proprio su questo punto: chiamare correttamente le cose, riconoscere i segnali della violenza, smontare stereotipi e narrazioni tossiche è il primo passo per prevenire tragedie che troppo spesso vengono raccontate solo dopo che si sono consumate.
Il titolo stesso, “Non chiamatelo amore”, richiama la necessità di non confondere possesso, controllo, gelosia e sopraffazione con sentimenti autentici.
L’intervento della senatrice Tilde Minasi
Ad aprire i lavori sono stati i saluti istituzionali della senatrice Tilde Minasi, promotrice dell’iniziativa.
Nel suo intervento è stata ribadita l’importanza di un impegno condiviso sul piano culturale, sociale e normativo per contrastare la violenza di genere.
La presenza del volume in una sede istituzionale come il Senato ha confermato la necessità di mantenere alta l’attenzione pubblica su un fenomeno che riguarda l’intera società.
Il confronto moderato da Paola Ferazzoli
A moderare l’incontro è stata la giornalista Rai Paola Ferazzoli, presidente di Giornaliste Italiane.
Il dibattito ha coinvolto autorevoli esponenti delle istituzioni e del mondo giuridico, offrendo una lettura multidisciplinare del fenomeno.
Il confronto ha messo in evidenza quanto sia importante un’alleanza stabile tra istituzioni, magistratura, professionisti, scuola, informazione e società civile.
Gli interventi istituzionali e giuridici
Alla presentazione sono intervenuti anche l’avvocata Claudia Eccher, componente laica del Consiglio Superiore della Magistratura, il magistrato Valerio De Gioia, l’onorevole Ilaria Cavo, l’avvocata Laura Sgrò, l’avvocata Micaela Ottomano, la presidente dell’associazione Edela Roberta Beolchi, la presidente dell’AIDE Anna Silvia Angelini e l’autrice Rai Lorena Magliocco.
I diversi contributi hanno permesso di affrontare il tema da più angolazioni: giuridica, sociale, educativa, informativa e associativa.
Una pluralità di sguardi necessaria per comprendere un fenomeno complesso, che non può essere ridotto soltanto alla dimensione della cronaca nera.
Cronaca, diritto e prevenzione
Il libro di Abate e Calabretta utilizza i casi di cronaca non come semplice ricostruzione dei fatti, ma come occasione per interrogarsi sulle dinamiche che precedono la violenza.
La prevenzione passa anche dalla capacità di riconoscere comportamenti di controllo, manipolazione, isolamento e minaccia.
In questo senso, il volume si propone come uno strumento utile non solo per operatori del diritto e giornalisti, ma anche per insegnanti, famiglie, istituzioni e cittadini.
Un punto di riferimento per comprendere il femminicidio
Il riconoscimento espresso da Martina Semenzato rafforza il valore pubblico dell’opera.
“Non chiamatelo amore” si candida a diventare un testo di riferimento per chi vuole comprendere il femminicidio oltre la superficie della notizia.
Il volume invita a guardare alle radici culturali della violenza, alla responsabilità del linguaggio e alla necessità di educare al rispetto fin dalle prime fasi della vita.
La conoscenza come primo strumento contro la violenza
La presentazione al Senato ha confermato un messaggio centrale: la conoscenza è uno degli strumenti più efficaci per prevenire la violenza.
Informare, educare, raccontare correttamente e costruire consapevolezza sono passaggi indispensabili per trasformare il dolore delle vittime in impegno civile.
“Non chiamatelo amore” si inserisce in questo percorso, con l’obiettivo di contribuire alla costruzione di una società più attenta, responsabile e capace di riconoscere la violenza prima che sia troppo tardi.
