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Lazio-Inter 0-2: i nerazzurri di Chivu chiudono il double, la Coppa Italia è la decima della storia

Inter vittoria coppa italia 2026
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All’Olimpico di Roma l’Inter conquista la sua decima Coppa Italia battendo 2-0 la Lazio: autogol di Marusic al 14′ su angolo di Dimarco, raddoppio di Lautaro Martinez al 35′ nato da un grave errore di Nuno Tavares. Per Chivu è il double scudetto-coppa nella prima stagione da allenatore dei nerazzurri, un cerchio narrativo che lo riporta al Triplete 2010 vissuto da giocatore. Per la Lazio sfuma anche l’Europa League. Lautaro entra nella storia: terzo miglior marcatore di sempre dell’Inter, tre gol in finali di Coppa Italia.

La finale della Coppa Italia 2025-2026, giocata allo Stadio Olimpico di Roma mercoledì 13 maggio, si è decisa nei primi 35 minuti. L’Inter di Cristian Chivu ha battuto la Lazio di Maurizio Sarri 2-0 grazie a un primo tempo in cui i biancocelesti si sono fatti male da soli e i nerazzurri hanno sfruttato con cinismo i regali avversari. Per l’Inter si tratta della decima Coppa Italia della propria storia e del primo “double” scudetto-coppa dal 2010, l’anno del Triplete sotto José Mourinho. Per la Lazio è una stagione amara che si chiude senza trofei e senza qualificazione europea, dopo una finale che i biancocelesti hanno provato a riaprire nel secondo tempo senza mai trovare la lucidità per il gol. Analisi dei momenti decisivi di una partita decisa, paradossalmente, più dagli errori della Lazio che dalle giocate dell’Inter.

Il 14′ che ha cambiato la partita: angolo di Dimarco, sponda di Thuram, autogol di Marusic

Il primo momento decisivo arriva al 14′. L’Inter conquista un calcio d’angolo sulla destra, va sulla bandierina Federico Dimarco, il cui cross teso e arcuato pesca a centro area Marcus Thuram. Il francese stacca in elevazione di prima intenzione, riesce solo a sfiorare il pallone — la sponda di testa è morbida ma sufficiente a deviare la traiettoria — alle sue spalle c’è Adam Marusic, il difensore della Lazio è in marcatura preventiva ma si ritrova la palla addosso e finisce per colpirla di testa, indirizzandola nella propria porta. Ivan Provedel non può nulla.

È un gol che racconta due cose. La prima: la specialità di Dimarco sui piazzati, una delle armi tattiche più sviluppate dell’Inter di Chivu, oggi confermata anche in una serata di forte vento. La seconda: la scelta di marcatura della Lazio, che ha schierato Marusic in zona invece che a uomo su Thuram, lasciando il difensore montenegrino esposto a una traiettoria pericolosa proprio mentre Thuram lo costringeva a coprire la corsia centrale. Il risultato è un’autorete che è insieme sfortuna e disorganizzazione difensiva.

Il 35′ e l’errore di Nuno Tavares che apre l’autostrada a Dumfries-Lautaro

Il secondo momento decisivo, e di fatto quello che chiude la partita, arriva al 35′. La Lazio prova a impostare l’azione dal basso, il pallone arriva tra i piedi di Nuno Tavares nella propria metà campo: il terzino portoghese, pressato, perde il pallone in modo elementare, regalando di fatto un contropiede già pre-confezionato all’Inter. Il pallone arriva a Denzel Dumfries sulla fascia destra, l’olandese guadagna metri, alza la testa, vede l’inserimento del capitano e serve un assist preciso a Lautaro Martinez, che dal limite dell’area piccola non sbaglia.

Sul piano tattico è il colpo del K.O. La Lazio aveva costruito tutta la propria strategia di gioco sulla costruzione dal basso, tentando di accumulare uomini nei terzi medi del campo per produrre superiorità numerica. L’errore di Tavares — un retropassaggio mai eseguito, un controllo lento sotto pressione — fa esplodere quel piano. Non è solo un errore tecnico: è l’errore tipico di una squadra che gioca tesa, che ha già subito un gol, e che si scopre fragile proprio nel momento in cui dovrebbe restare lucida. Da quel momento, la partita finisce. La Lazio prova a tenere la palla ma non riesce a creare azioni manovrate; l’Inter difende basso, organizzato, senza concedere quasi nulla.

La reazione laziale nel secondo tempo: Noslin, Dia e la chiusura in acrobazia di Akanji

Nel secondo tempo Sarri prova a cambiare il volto della partita. Il primo segnale arriva all’intervallo: dentro Nicolò Rovella al posto di Patric, una sostituzione che sposta peso a centrocampo e che racconta il bisogno della Lazio di alzare il baricentro. Più avanti entreranno anche Lazzari, Cancellieri, Dia e Pedro: Sarri svuota la panchina nel tentativo di trovare il gol che riapre la finale.

La Lazio crea qualcosa. Tijjani Noslin è il più attivo e sfiora la rete in più di un’occasione; Boulaye Dia, subentrato, ha sui piedi un’occasione clamorosa a pochi passi da Yann Sommer ma sbaglia il controllo davanti al portiere. Soprattutto è Manuel Akanji a salvare l’Inter con una chiusura in acrobazia sulla linea di porta che oggi vale, sostanzialmente, un trofeo. La squadra di Chivu soffre poco, gestisce, fa scorrere il cronometro. Negli ultimi minuti una brutta entrata di Pedro su Dimarco fa scattare la rissa sfiorata in campo, sintomo di una Lazio sempre più nervosa man mano che si avvicinava il fischio finale.

Le scelte di Chivu: 3-5-2 con Thuram-Lautaro e gestione perfetta del momentum

Cristian Chivu sceglie continuità rispetto alla seconda parte di stagione: 3-5-2 con Sommer in porta, Akanji centrale arretrato a comandare il reparto, Dimarco e Dumfries larghi a tutta fascia, Thuram e Lautaro coppia d’attacco. Il piano è quello che ha portato l’Inter allo scudetto: pressione coordinata nei primi 30 minuti, dominio dei calci piazzati, gestione del possesso a centrocampo, ripartenze chirurgiche con i due esterni.

La differenza la fa la gestione del momentum dopo il 2-0. Chivu non chiede alla squadra di affondare il colpo, ma di chiudere gli spazi e “giocare con i nervi degli avversari”. È la maturità di un allenatore al primo anno sulla panchina della prima squadra che dimostra di aver assorbito la lezione del suo modello tattico — la vecchia Inter di Mourinho del 2010, di cui Chivu fu protagonista da difensore. La finale di Coppa Italia 2026 è, in fondo, la dimostrazione che un certo “DNA” interista è stato trasmesso a chi oggi siede in panchina.

Le scelte di Sarri: 4-3-3 con Noslin centravanti e i cambi che non hanno svoltato

Maurizio Sarri schiera un 4-3-3 classico con Provedel in porta — qui i dati delle distinte ufficiali parlano di Motta tra i pali, dato confermato da più fonti — la difesa con Marusic, Gila, Romagnoli, Tavares, il centrocampo Basic, Patric, Taylor e il tridente Isaksen, Noslin, Zaccagni. L’idea era utilizzare Noslin come falso nueve mobile per attirare Akanji fuori posizione e creare spazio per gli inserimenti di Zaccagni e Isaksen. La scelta è coerente con quanto Sarri ha fatto vedere nel finale di stagione in campionato, ma si è rivelata inadatta a una finale: la Lazio ha sofferto fisicamente l’aggressività dell’Inter nei primi 30 minuti, ha subito due gol per errori propri, e da lì la partita ha preso una direzione difficile da invertire.

I cambi non hanno mai cambiato il volto della gara. L’ingresso di Rovella al posto di Patric all’intervallo è stato il segnale più chiaro del riconoscimento del problema — la Lazio aveva bisogno di un play vero per provare a guidare la manovra — ma è arrivato quando l’inerzia tattica era già compromessa. Anche le scelte successive, da Dia a Cancellieri a Pedro, hanno aggiunto qualità ma non costrutto. Sarri chiude la stagione senza trofei e senza Europa: i prossimi mesi diranno se la sua avventura alla Lazio continuerà.

Lautaro Martinez nella storia dell’Inter: terzo marcatore di sempre e tre gol in finali di Coppa

Il gol del 35′ fa entrare Lautaro Martinez ulteriormente nella storia del club. Con la rete di stasera, il capitano nerazzurro è terzo miglior marcatore della storia dell’Inter, confermando una progressione che lo proietta verso il vertice della classifica dei bomber di sempre del club. È inoltre il terzo gol di Lautaro in finali di Coppa Italia: il primo era stato realizzato nella finale del 2023 contro la Fiorentina (dove segnò una doppietta da ‘man of the match’). Nessun giocatore dell’Inter ha mai segnato più reti in finali di Coppa Italia.

Sul piano tattico, il gol del raddoppio racconta perfettamente cosa Lautaro è oggi: un attaccante che non sta più solo nello spazio centrale ma legge il contropiede, si inserisce nei tempi giusti per ricevere l’assist e finalizza con freddezza. Il capitano alza la coppa al cielo dell’Olimpico in una serata che lo ha consacrato definitivamente come simbolo della rinascita interista degli ultimi anni.

Chivu, da Triplete 2010 a double 2026: il cerchio che si chiude

Chivu (Depositphotos)
Chivu (Depositphotos)

C’è una storia nella storia che merita di essere raccontata. Cristian Chivu, oggi allenatore dell’Inter campione d’Italia e di Coppa, era difensore titolare nell’Inter di Mourinho che nel 2010 vinse il Triplete: Champions League, Scudetto, Coppa Italia. Lo stesso double — scudetto e coppa — che lui ha appena conquistato come tecnico, l’aveva conquistato come calciatore quindici anni fa.

È un cerchio che si chiude, e che non è solo aneddotica. Chivu ha portato sulla panchina nerazzurra una cultura del lavoro, una mentalità di gruppo e una sobrietà comunicativa che richiamano direttamente lo spirito di quella squadra. La promozione dalla guida della Primavera nerazzurra alla prima squadra, decisa dalla società la scorsa estate, sembrava una scommessa. Oggi, dopo una stagione chiusa con due trofei e il primo posto in Serie A, è una scommessa vinta. Resta da capire cosa succederà la prossima stagione, con la Champions League che entrerà nel mirino dei nerazzurri.

Cosa porta a casa la Lazio: stagione amara e Europa che sfuma

Per la Lazio è una serata che chiude una stagione amara. I biancocelesti tornavano in una finale di Coppa Italia dopo sette anni — l’ultima volta era stata il 2019, vittoria con l’Atalanta e trofeo alzato — e l’avrebbero voluta vincere per regalare un sorriso a una piazza scontenta dei risultati in campionato. Il pareggio con Sarri non c’è stato: zero trofei stagionali, e con la sconfitta dell’Olimpico sfuma anche l’ultima possibilità matematica di qualificarsi alla prossima Europa League, vincolata in parte al cammino in Coppa.

Sul piano tecnico, la Lazio ha mostrato i limiti che ha mostrato per gran parte della stagione: un attacco poco prolifico (Noslin e Dia hanno faticato a trovare continuità in zona gol), una difesa che concede troppo sui piazzati, una fragilità mentale che si manifesta nei momenti decisivi. Il derby della prossima settimana contro la Roma, lunedì 18 maggio, sarà l’ultima occasione per salvare almeno l’onore stagionale.