Garlasco, tra verità e incertezze: le nuove accuse a Sempio riaprono la questione sugli errori giudiziari.
Il parere dell’avvocato Micaela Ottomano
Andrea Sempio avrebbe ucciso Chiara Poggi “con l’aggravante di aver commesso il fatto per motivi abietti, riconducibili all’odio per la vittima a seguito del rifiuto del suo approccio sessuale”. Con queste parole la Procura di Pavia ha delineato il movente alla base delle accuse nei confronti dell’attuale indagato per il delitto di Garlasco. Sempio sarà interrogato il prossimo 6 maggio.
Secondo gli inquirenti, l’indagato, “dopo una iniziale colluttazione, colpiva reiteratamente la vittima con un corpo contundente” alla fronte e allo zigomo destro, “facendola cadere a terra”. Successivamente, “la trascinava al fine di condurla verso la porta di accesso alla cantina”. Qui, accanto al mobiletto del telefono, Chiara Poggi avrebbe tentato debolmente di rialzarsi. A quel punto, l’assassino “la colpiva nuovamente con almeno 3-4 colpi” in diverse aree del capo, tra cui la regione parieto-temporale sinistra e quella parietale posteriore.
Una dinamica che, secondo la Procura, giustifica “l’aggravante di avere agito con crudeltà verso la vittima”, considerando l’efferatezza dell’azione omicidiaria e il numero delle ferite inferte: almeno 12 lesioni tra cranio e volto.
Circostanze che, insieme ai “motivi abietti”, potrebbero comportare la pena massima dell’ergastolo in caso di processo ed eventuale condanna.
Se venisse accertato che Alberto Stasi è innocente, nonostante una condanna definitiva, ci troveremmo di fronte a un clamoroso errore giudiziario. Se invece si stabilisse che Andrea Sempio è estraneo ai fatti, significherebbe che, dopo quasi vent’anni, anche la nuova stagione investigativa — caratterizzata da perizie e consulenze tecniche — avrebbe prodotto un ulteriore, sconvolgente errore.
In entrambi i casi, la promessa di una verità giudiziaria da raggiungere “oltre ogni ragionevole dubbio” apparirebbe incrinata, mettendo in luce le fragilità di un sistema che arriva persino a rimettere in discussione una condanna ormai quasi interamente espiata.
Su questo punto interviene anche Micaela Ottomano, noto avvocato e autrice di un saggio di prossima pubblicazione, che riflette anche sui limiti strutturali della giustizia penale italiana. Secondo Ottomano, “casi come quello di Garlasco dimostrano quanto il concetto di verità processuale sia spesso il risultato di un equilibrio fragile tra prove, interpretazioni e narrazioni”. Nel suo lavoro, l’avvocato Ottomano sottolinea come “l’errore giudiziario non sia un’eccezione remota, ma una possibilità concreta che impone maggiore prudenza, soprattutto nei procedimenti fondati su elementi indiziari complessi”.
Una riflessione che riporta al centro il tema della fallibilità del sistema giudiziario e della necessità di strumenti sempre più rigorosi per garantire decisioni realmente fondate oltre ogni ragionevole dubbio.