Il calcio italiano tocca il fondo: dalla notte di Zenica alle coppe europee senza italiane, anatomia di una crisi che viene da lontano

Fuori dai Mondiali per la terza volta consecutiva, zero squadre in semifinale nelle tre coppe europee, ranking UEFA in picchiata….

di venerdì 17 aprile 2026 8 min di lettura
Il calcio italiano tocca il fondo: dalla notte di Zenica alle coppe europee senza italiane, anatomia di una crisi che viene da lontano
(Depositphotos)

Fuori dai Mondiali per la terza volta consecutiva, zero squadre in semifinale nelle tre coppe europee, ranking UEFA in picchiata. Dal Napoli fuori ai gironi di Champions alla Roma eliminata dal Bologna, fino al crollo di rossoblù e viola contro le inglesi: non sono episodi isolati, è un sistema che ha smesso di funzionare

C’è un momento preciso in cui i fallimenti smettono di essere incidenti e diventano una diagnosi. Per il calcio italiano quel momento è adesso, aprile 2026. In meno di tre settimane abbiamo assistito alla Nazionale eliminata ai rigori dalla Bosnia Erzegovina – terza mancata qualificazione mondiale di fila, un primato negativo che non appartiene a nessun’altra ex campione del mondo nella storia – e alle ultime due squadre italiane rimaste in Europa spazzate via dalle inglesi Aston Villa e Crystal Palace. Il dato sintetico è impietoso: zero italiane in semifinale nelle tre coppe europee. Non accadeva dalla stagione 2018-2019. E quest’estate guarderemo i Mondiali dal divano per la terza volta consecutiva. La domanda non è più “che cosa è andato storto” ma “perché continuiamo a non cambiare nulla”.

Il bollettino di guerra: ogni fronte è crollato

Ricostruiamo la stagione europea delle italiane, perché il quadro complessivo è più grave di quello che emerge dal singolo risultato.

In Champions League il disastro è stato immediato. Il Napoli campione d’Italia non è riuscito nemmeno a superare la fase a girone unico: fuori dalle prime 24 d’Europa, un’umiliazione per il club che appena due anni prima aveva dominato il girone con il miglior attacco della competizione. L’Inter, capolista in Serie A e semifinalista nel 2023, è stata eliminata dal Bodø/Glimt, una squadra norvegese il cui intero budget stagionale equivale a qualche mese di stipendio di un singolo titolare nerazzurro. Le altre italiane impegnate non hanno fatto meglio: nessuna è arrivata ai quarti.

In Europa League il cammino italiano ha prodotto un paradosso doloroso: l’unico risultato di rilievo è stato un derby. La Roma di Gasperini, dopo un buon percorso nella fase campionato, è stata eliminata agli ottavi di finale proprio dal Bologna in una sfida tutta italiana finita 3-4 dopo i tempi supplementari (gol di Rowe, Bernardeschi e Castro per i rossoblù, Ndicka, Malen e Pellegrini per i giallorossi, poi Cambiaghi al 111’). Un’italiana ha eliminato un’altra italiana: il che significa che abbiamo perso una squadra prima ancora di affrontare l’Europa vera. Il Bologna è poi arrivato ai quarti, dove l’Aston Villa ha chiuso il discorso con un complessivo di 3-1 all’andata e 4-0 al ritorno. Un passivo totale che non ammette giustificazioni.

In Conference League la Fiorentina ha subito un 3-0 a Londra dal Crystal Palace – alla prima partecipazione storica degli inglesi a una coppa europea – e nonostante il cuore mostrato al ritorno al Franchi (2-1 con Gudmundsson e Ndour) è uscita. Bilancio finale: zero semifinaliste su sette squadre partite a settembre. Nelle ultime sei stagioni l’Italia aveva raggiunto otto finali europee vincendone due. Ora siamo tornati al deserto.

Zenica, 31 marzo: la notte che chiude un’era

La Nazionale di Gennaro Gattuso – arrivato sulla panchina azzurra nel giugno 2025 dopo l’esonero di Spalletti per il deludente Europeo – aveva battuto l’Irlanda del Nord al primo turno degli spareggi e sembrava pronta a esorcizzare la maledizione. Contro la Bosnia Erzegovina a Zenica parte bene: Kean segna l’1-0 dopo un quarto d’ora. Poi il crollo: Bastoni espulso per fallo da ultimo uomo, Tabakovic pareggia, si va ai rigori. Esposito manda il pallone in curva, Cristante colpisce la traversa. La Bosnia segna tutto e chiude 5-2 dal dischetto. Gattuso in lacrime. L’Italia fuori dai Mondiali per la terza volta consecutiva: mai successo a una Nazionale che avesse vinto la Coppa del Mondo.

Il parallelo con le due eliminazioni precedenti è doloroso: nel 2017 contro la Svezia (Ventura), nel 2022 contro la Macedonia del Nord (Mancini, da campione d’Europa in carica). Tre spareggi, tre sconfitte, contro avversarie sempre inferiori sulla carta. Quattro commissari tecnici diversi in otto anni e il risultato non cambia. Il problema, evidentemente, non è chi siede in panchina.

Il dossier Baggio: 900 pagine ignorate

La cosa più amara è che tutto questo era stato previsto. Nel 2010, dopo l’eliminazione al primo turno dei Mondiali sudafricani da campioni in carica, la FIGC chiamò Roberto Baggio come presidente del Settore Tecnico. Il Divin Codino produsse un dossier di 900 pagine, presentato nel novembre 2011, che analizzava ogni aspetto del sistema e indicava la strada: differenziare gli allenamenti dei giovani basandoli sulla tecnica individuale anziché sulla tattica e sulla fisicità, riformare i settori giovanili, investire in strutture moderne. Quel dossier fu messo in un cassetto. Quattordici anni dopo, ogni singola previsione di Baggio si è avverata. Le avvisaglie c’erano tutte: dal primo turno in Sudafrica 2010 al primo turno in Brasile 2014, passando per la finale persa agli Europei 2012 che aveva illuso tutti che fosse solo un incidente. Non lo era.

Perché la Premier League ci domina

Il dato più eloquente di questa stagione europea è la dominanza inglese. Su otto semifinaliste totali nelle tre coppe, la Premier League ne piazza quattro: Arsenal in Champions, Aston Villa e Nottingham Forest in Europa League, Crystal Palace in Conference. E non parliamo di Manchester City o Liverpool: parliamo di club che fino a pochi anni fa erano di seconda fascia. L’egemonia inglese è costruita su investimenti strutturali che vanno ben oltre il calciomercato: stadi moderni e di proprietà, accademie giovanili di livello universitario, diritti televisivi che generano ricavi quattro volte superiori alla Serie A, e soprattutto un ritmo di gioco che prepara i calciatori ad affrontare le difficoltà reali.

In Italia si gioca ancora con un tempo effettivo tra i più bassi d’Europa. Le nostre squadre sono tatticamente preparate ma fisicamente e mentalmente fragili quando il ritmo sale. Lo si è visto al Villa Park: il Bologna ha avuto il 52,6% di possesso palla ma appena 4 tiri totali contro i 10 dell’Aston Villa. Possesso sterile contro verticalità letale. È la fotografia del gap tra Serie A e Premier League, un gap che non si colma con gli acquisti di gennaio ma solo con un ripensamento strutturale del modo in cui si gioca, si allena e si gestisce il calcio.

Stadi, vivai, cultura: le tre malattie croniche

Il problema è sistemico e si articola su tre livelli. Il primo è quello degli stadi: l’Italia è l’unico grande paese calcistico europeo dove la stragrande maggioranza degli impianti è di proprietà comunale, obsoleta e inadeguata. Senza stadi di proprietà non ci sono ricavi da matchday competitivi. La Juventus ha costruito il suo stadio nel 2011 e da allora è l’unica italiana ad aver raggiunto due finali di Champions. Non è un caso. L’Atalanta, che ha vinto l’Europa League nel 2024, ha il suo Gewiss Stadium rinnovato. Il resto del campionato gioca in impianti progettati per i Mondiali del 1990, trentasei anni fa.

Il secondo livello è quello dei settori giovanili. Un paradosso tutto italiano: le nostre Under vincono a livello europeo (Under 17 campione nel 2024, Under 19 campione nel 2023, Under 20 seconda ai Mondiali 2023), ma quei talenti non maturano mai nelle prime squadre di Serie A. Si preferisce il giocatore straniero già pronto al giovane italiano da far crescere. Il risultato è una Nazionale che non ha ricambio generazionale e che quando conta si affida ancora a Bastoni, Donnarumma e Tonali.

Il terzo livello è culturale. In Italia il calcio è ancora vissuto come gestione del rischio, non come creazione di opportunità. Si allena la tattica prima della tecnica. Si insegna a non perdere prima di insegnare a vincere. Il gioco ostruzionistico viene premiato anziché penalizzato. Il gattopardismo – “cambiare tutto per non cambiare nulla” – descrive perfettamente un sistema che ha smesso di evolversi mentre il resto del mondo correva avanti. Come ha scritto qualcuno: siamo ormai oltre il Gattopardo, siamo al “non cambiare nulla e basta”.

Il ranking UEFA in picchiata: cosa rischiamo concretamente

Il ranking UEFA per nazioni vede l’Italia al quinto posto, il peggior piazzamento dalla stagione 2021-2022. Se il trend non si inverte, le conseguenze saranno concrete e pesantissime: meno posti garantiti in Champions League, più turni preliminari, meno soldi dai premi UEFA. Un circolo vizioso che si autoalimenta: meno risultati significano meno ricavi, meno ricavi significano meno competitività, meno competitività significa meno risultati. La Spagna e la Germania hanno un coefficiente nettamente superiore, la Francia con il PSG campione in carica ci ha superato, l’Inghilterra è in fuga. Il rischio concreto è scendere al sesto posto e perdere un posto diretto in Champions: un danno economico di decine di milioni per tutto il sistema.

Il Mondiale 2030 è lontano: serve una rifondazione, non un cambio di allenatore

L’Italia non partirà per i Mondiali americani di quest’estate. La prossima possibilità è il Mondiale 2030 in Marocco, Spagna e Portogallo, con qualificazioni che partiranno nel 2027. Sedici anni senza un Mondiale, ventiquattro dall’ultimo vinto. Gattuso dovrà decidere se restare, ma il punto è un altro: sono passati Ventura, Mancini, Spalletti e Gattuso, e il risultato non cambia. Il problema non è il commissario tecnico. Il problema è il sistema.

Servono riforme strutturali che nessuno ha avuto il coraggio di fare in quindici anni: obbligo di stadi di proprietà per partecipare alla Serie A, riforma dei settori giovanili con standard europei, incentivi reali per far giocare i giovani italiani, aumento del tempo effettivo di gioco, apertura al modello multi-proprietà per attirare capitali. Senza questi interventi, il calcio italiano continuerà a vivere di rendita su un passato glorioso – il 2006, l’Europeo 2021 – mentre il presente racconta solo di eliminazioni e occasioni mancate.

L’unica cosa che non manca: la passione di chi ci crede ancora

In mezzo a tutto questo, c’è un dato che nessuna statistica può cancellare: la passione degli italiani per il calcio non è diminuita di un millimetro. Il Franchi che spinge la Fiorentina contro il Crystal Palace nonostante lo 0-3, con la coreografia della Curva Fiesole e il ricordo commosso di Alexander Manninger. I tifosi del Bologna che seguono la squadra a Birmingham sapendo che l’impresa è quasi impossibile. Le lacrime di Gattuso a Zenica, che sono le lacrime di milioni di italiani che non riescono a rassegnarsi. La materia prima c’è, come dimostra il fatto che le nostre Under continuano a vincere. Manca tutto il resto: visione, strutture, coraggio politico di cambiare davvero. Il calcio italiano non è morto, ma sta esaurendo le scuse per non curarsi.

Bruno Bellini
Scritto da Bruno Bellini Direttore responsabile

Bruno Bellini, giornalista pubblicista e direttore di Lifestyleblog.it. Fondatore della testata online dal 2011, membro della giuria stampa del Festival di Sanremo.