Italia fuori dal Mondiale per la terza volta: un fallimento per il calcio italiano

31 Marzo 2026 di 4 min di lettura
Pio Esposito (Depositphotos)
Pio Esposito (Depositphotos)

Tre Mondiali di fila senza l’Italia. Dopo Russia 2018 e Qatar 2022, gli azzurri non saranno nemmeno a USA-Canada-Messico 2026. La sconfitta ai rigori contro la Bosnia a Zenica certifica un fallimento che non è più un incidente di percorso ma una condizione strutturale del calcio italiano. Dalla notte di Berlino 2006, quando Gattuso giocatore alzava la Coppa del Mondo, alla notte di Zenica 2026, dove Gattuso allenatore guarda i suoi ragazzi crollare ai rigori: vent’anni esatti di discesa.

Gattuso (Depositphotos)
Gattuso (Depositphotos)

La cronologia di un declino

Il percorso è impietoso nella sua linearità. Sudafrica 2010: Italia di Lippi eliminata nella fase a gironi, ultima del gruppo con una vittoria, un pareggio e una sconfitta. Brasile 2014: Italia di Prandelli fuori ai gironi, battuta da Costa Rica e Uruguay dopo la vittoria sull’Inghilterra. L’ultimo gol azzurro al Mondiale resta la testata di Balotelli a Manaus, 14 giugno 2014.

Poi il buio totale. Novembre 2017: lo 0-0 di San Siro contro la Svezia dopo lo 0-1 di Stoccolma. Ventura in panchina, De Rossi che piange, un Paese sotto shock. Marzo 2022: lo 0-1 di Palermo contro la Macedonia del Nord, gol di Trajkovski al 92′. Otto mesi dopo aver vinto l’Europeo a Wembley, l’Italia non riesce a qualificarsi per il secondo Mondiale consecutivo. E ora marzo 2026: Bosnia-Italia 1-1, 4-2 ai rigori, terza eliminazione di fila.

In mezzo, un dato che fa tremare: dal 2014 a oggi sono passati cinque commissari tecnici — Conte, Ventura, Mancini, Spalletti, Gattuso — e l’unico risultato strutturale è stato l’Europeo 2021 vinto con Mancini. Un’oasi nel deserto.

Il paradosso di Gattuso: sei vittorie su sette e poi fuori

La cosa più crudele di questa eliminazione è che Gattuso aveva fatto quasi tutto bene. Sei vittorie nelle prime sette partite da ct, un record nella storia della Nazionale. L’Italia aveva segnato 23 gol nel percorso di qualificazione, più di ogni altra squadra europea ai playoff. Aveva battuto l’Irlanda del Nord 2-0 in semifinale con una prestazione convincente. Era arrivata a Zenica con le carte in regola per qualificarsi.

Ma il calcio non è una scienza esatta. Un’espulsione al 42′, un gol viziato da un sospetto fallo di mano, un cartellino rosso mancato su un fallo identico a quello punito nel primo tempo, e una lotteria dei rigori che non perdona. L’Italia ha giocato 80 minuti più i supplementari in dieci uomini e ha avuto le occasioni per chiuderla: Kean al 60′, Dimarco che si divora un gol a porta vuota, Esposito che sfiora il vantaggio due volte nei supplementari. Ma quando giochi in inferiorità numerica per così tanto tempo, alla fine paghi.

Il problema è più grande di una partita

Sarebbe facile scaricare tutto sull’arbitro Turpin, sul rosso a Bastoni, sul rigore sbagliato da Esposito. Ma il fallimento italiano ha radici più profonde di una singola serata. L’Italia è finita ai playoff perché nel girone di qualificazione non è riuscita a chiudere al primo posto, cedendo il passo alla Norvegia. E nei playoff, per la terza volta in nove anni, non è riuscita a superare lo scoglio.

Il calcio italiano produce meno talento di un tempo. Non ha un bomber da 20 gol a stagione in Nazionale, non ha un regista alla Pirlo, non ha una difesa inviolabile. Ha buoni giocatori — BarellaTonaliDonnarummaBastoniCalafiori — ma non una squadra capace di imporsi quando la pressione sale e gli episodi girano storto. Il problema non è il ct, chiunque sia. Il problema è un sistema che non riesce più a produrre generazioni di campioni capaci di competere ai massimi livelli.

Vent’anni dopo Berlino, il cerchio si chiude a Zenica

Nel luglio 2006, Gennaro Gattuso era in campo a Berlino quando Fabio Grosso segnò il rigore che consegnò all’Italia la quarta Coppa del Mondo. Stasera, vent’anni dopo, lo stesso Gattuso era in panchina a Zenica a guardare i calci di rigore che hanno sancito la terza eliminazione consecutiva. Il simbolismo è brutale. L’uomo che incarnava la grinta e la determinazione di quella Nazionale campione del mondo non è riuscito a trasmettere abbastanza di quello spirito a una generazione che i Mondiali li ha visti solo in televisione.

Nessun giocatore della rosa attuale ha mai disputato una partita alla Coppa del Mondo. Questa non è solo una statistica: è il ritratto di un’intera generazione calcistica cresciuta nell’assenza.

Condividi:
Avatar photo
Scritto da

Bruno Bellini, giornalista pubblicista e direttore di Lifestyleblog.it. Fondatore della testata online dal 2011, membro della giuria stampa del Festival di Sanremo.

Vedi tutti gli articoli →