Davide Mancini: “Il teatro mi ha salvato. Oggi cerco verità, non ruoli”

23 Marzo 2026 di 5 min di lettura
Davide Mancini
Davide Mancini

Attore emergente ma già protagonista di progetti di grande spessore, Davide Mancini si sta ritagliando uno spazio sempre più interessante nel panorama audiovisivo italiano. Dalla formazione al Teatro Stabile di Genova fino alle collaborazioni con registi come Marco Bellocchio e interpreti del calibro di Alessandro Gassmann, il suo percorso è fatto di studio, disciplina e una forte consapevolezza emotiva.

Dietro i suoi personaggi non c’è mai una semplice interpretazione, ma un lavoro profondo di ricerca umana. In questa intervista ci racconta come è nata la sua passione, le esperienze sul set e la sua visione del mestiere dell’attore, tra cinema, televisione e teatro.

Davide Mancini
Davide Mancini

Quando e come nasce la tua passione per la recitazione?

Nasce in un momento molto preciso della mia vita, grazie alle insegnanti della scuola superiore Nino Bergese di Genova. Sono state le prime a riconoscere una sensibilità che io stesso non riuscivo ancora a comprendere fino in fondo.

Mi invitarono a seguire un corso extracurricolare di teatro e lì è cambiato qualcosa. Venivo da anni difficili, segnati anche da episodi di bullismo legati al mio peso e alle mie origini meridionali. Il teatro è stato il primo luogo in cui non dovevo difendermi, ma potevo finalmente esprimermi.

Mi ha aiutato a riconoscere il mio valore e a trovare una posizione nel mondo. Poi è arrivato il Teatro Stabile di Genova: lì è diventata una scelta consapevole. Ho iniziato a studiare seriamente e da quel momento non ho più separato le due cose: studiare un personaggio e capire me stesso sono diventati lo stesso gesto.

Davide Mancini: “Il teatro mi ha salvato. Oggi cerco verità, non ruoli”
Davide Mancini: “Il teatro mi ha salvato. Oggi cerco verità, non ruoli”

Com’è stata l’esperienza sul set insieme ad Alessandro Gassmann in “Guerrieri”?

È stato un incontro che è andato oltre il set. Alessandro Gassmann ha una generosità rara: nei momenti fuori dalle riprese si raccontava, parlava del suo percorso artistico, di episodi personali e del rapporto con suo padre, Vittorio Gassman.

Ascoltarlo era già una forma di lavoro, anche quando non sembrava. Sul set mi ha fatto sentire sempre a mio agio e questo ha permesso di costruire qualcosa di autentico tra i nostri personaggi.

Le prossime puntate porteranno questa profondità ancora più in superficie: emotivamente sarà molto forte.

Davide Mancini: “Il teatro mi ha salvato. Oggi cerco verità, non ruoli”
Davide Mancini: “Il teatro mi ha salvato. Oggi cerco verità, non ruoli”

Luciano Quintavalle: come hai costruito questo personaggio complesso?

Non mi interessava raccontarlo come un “cattivo”: sarebbe stata una scorciatoia.

Quello che mi ha colpito è la sua voglia di riscatto. Luciano Quintavalle è un uomo che cerca di ridefinirsi, di trovare un posto diverso nella vita, attraversando contraddizioni anche molto forti.

Ho lavorato sulla sua umanità, sulla sua dolcezza, soprattutto nel rapporto con suo figlio. Per me era importante che lo spettatore non si limitasse a giudicarlo, ma riuscisse, anche solo per un attimo, a comprenderlo.

È lì che il personaggio diventa vivo: quando smette di essere una funzione narrativa e diventa una persona.


In “Portobello” interpreti Della Valle: che tipo di lavoro hai fatto su questo ruolo?

Della Valle è stato un lavoro molto sottile, quasi in sottrazione.

Non è un personaggio che può permettersi di esplodere emotivamente: deve contenere, filtrare, trasformare. L’emozione c’è, ma non può essere esibita; deve diventare pensiero, scelta, presenza.

Ho lavorato proprio su questo equilibrio, cercando di trasformare qualcosa di personale in qualcosa di utile al personaggio.

Se dovessi parlargli, direi che ho provato a rispettare il suo rigore, ma anche il peso umano che si porta dietro. Perché dietro ogni decisione c’è sempre qualcosa che non si dice ad alta voce, ma che un attore deve saper custodire dentro di sé.


Il tuo rapporto artistico con Marco Bellocchio: come è nato e cosa rappresenta per te?

È iniziato in modo molto diretto: mi sono proposto come spalla per i provini di “Esterno Notte”.

Per un mese ho avuto la possibilità di osservare da vicino il lavoro con gli attori: è stata una palestra incredibile. A un certo punto mi ha dato la possibilità di entrare nel percorso dei provini e, dopo cinque provini, mi ha affidato il ruolo di Mario Moretti.

Quello che spesso non si vede è che anche nei lavori successivi nulla è stato scontato. Anche per “Portobello” ho dovuto affrontare e superare cinque provini.

Per me questo è fondamentale, perché significa che ogni volta si riparte da zero e il rapporto si costruisce sul lavoro, non sulle certezze.


Quali sono oggi i tuoi obiettivi e i progetti per il futuro?

Più che un sogno singolo, cerco una continuità.

Vorrei costruire un percorso solido e diventare un valore aggiunto per il cinema e la televisione, non solo italiani ma anche internazionali. Non mi sono mai detto “no” e credo che questo atteggiamento mi abbia portato fin qui.

In questo momento guardo con grande interesse anche a progetti internazionali e al teatro: ho un lavoro in costruzione su Lucio Dalla che mi sta particolarmente a cuore. Alcune storie, infatti, hanno bisogno di un palco, non di uno schermo.

Mi interessano progetti che abbiano identità, visione, necessità. Perché alla fine quello che resta non è quanto hai fatto, ma quanto di quello che hai fatto ha lasciato qualcosa.

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Scritto da

Bruno Bellini, giornalista pubblicista e direttore di Lifestyleblog.it. Fondatore della testata online dal 2011, membro della giuria stampa del Festival di Sanremo.

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