Carlo Conti e il Festival di Sanremo: si chiude un ciclo lungo dieci anni

1 Marzo 2026 di 8 min di lettura
Sanremo, 76° Festival della Canzone Italiana - Prima Serata Nella foto Carlo Conti Alberto Terenghi / Pool Sanremo 02 Nella foto Carlo Conti
Sanremo, 76° Festival della Canzone Italiana - Prima Serata Nella foto Carlo Conti Alberto Terenghi / Pool Sanremo 02 Nella foto Carlo Conti

Dal “Festival 2.0” del 2015 all’ultimo atto del 2026: la parabola del conduttore che ha riportato la kermesse al centro della tv italiana

C’è un filo rosso che lega il Sanremo del 2015 a quello appena concluso nel 2026, e quel filo porta il nome di Carlo Conti. Un conduttore che non ha mai alzato la voce, non ha mai cercato lo scontro, non ha mai inseguito la provocazione a tutti i costi, eppure ha saputo fare qualcosa che in pochi gli riconoscono fino in fondo: ha salvato il Festival quando nessuno ci credeva più e lo ha riconsegnato al pubblico italiano come un appuntamento imperdibile.

Con la finale di sabato 28 febbraio 2026, vinta da Sal Da Vinci con “Per sempre sì”, si è chiuso definitivamente il secondo ciclo di Carlo Conti alla guida della manifestazione. Un ciclo da 3+2 edizioni che racconta, meglio di qualunque analisi, la storia recente del Festival più famoso d’Italia.

Il 2015: quando Conti inventò il “Festival 2.0”

Sanremo, 76° Festival della Canzone Italiana - quinta serata finale Nella foto Giorgia Cardinaletti, Carlo Conti, Laura Pausini - momento contro la violenza sulle donna | Maurizio D’Avanzo / IPA
Sanremo, 76° Festival della Canzone Italiana – quinta serata finale
Nella foto Giorgia Cardinaletti, Carlo Conti, Laura Pausini – momento contro la violenza sulle donna | Maurizio D’Avanzo / IPA

Per capire cosa ha significato Carlo Conti per Sanremo bisogna tornare indietro di oltre dieci anni, a un periodo in cui il Festival viveva una fase di declino apparentemente inarrestabile. Dopo l’edizione 2008 di Pippo Baudo e Piero Chiambretti, che aveva registrato la media di spettatori più bassa di sempre con appena 8,54 milioni, e il Festival 2014 di Fabio Fazio segnato da un netto calo di ascolti, l’Ariston sembrava un teatro che non interessava più a nessuno.

Poi arrivò Conti. La 65esima edizione, quella del 2015, fu una scossa elettrica. Con Emma Marrone, Arisa e Rocío Muñoz Morales al suo fianco, il conduttore fiorentino riportò la media complessiva al 48,64% di share, il risultato più alto dal 2006. Erano numeri che a molti sembrarono sorprendenti, quasi inspiegabili. In realtà erano il frutto di una visione precisa.

Conti capì prima di altri che il Festival doveva smettere di guardarsi l’ombelico e tornare a parlare alla gente. Scelte musicali coraggiose ma popolari, ritmo televisivo serrato, ospiti funzionali allo spettacolo e non al gossip. Nacque quello che molti hanno definito il “Festival 2.0”: una kermesse finalmente capace di dialogare con il pubblico generalista senza rinunciare alla qualità musicale. La vittoria de Il Volo con “Grande amore”, brano che avrebbe poi rappresentato l’Italia all’Eurovision, fu la perfetta sintesi di quel nuovo corso.

2016-2017: la conferma e il primo addio

Il triennio si completò con due edizioni che confermarono l’intuizione iniziale. Nel 2016 la media salì al 49,52% di share, il dato più alto dal 2005, con la vittoria degli Stadio. Nel 2017, con Maria De Filippi al suo fianco in una coppia che sulla carta sembrava impossibile, Conti toccò il 50,7% di media, la seconda edizione più vista dal 2005 fino a quel momento.

Tre anni in crescita costante, tre anni in cui il Festival rialzò stabilmente la testa sopra la soglia del 48%, gettando le basi per tutto quello che sarebbe accaduto dopo. Perché senza quel primo triennio di Conti, probabilmente non ci sarebbe stata l’esplosione dell’era Amadeus.

Dopo la parentesi di Claudio Baglioni nel 2018-2019, che consolidò la centralità della musica, arrivò infatti Amadeus con i suoi cinque Festival straordinari dal 2020 al 2024, capaci di portare il Festival a vette mai viste: dal 62,5% di share del 2023 al 65,1% del 2024, numeri che sembravano appartenere a un’altra epoca televisiva.

Sanremo, 76° Festival della Canzone Italiana. Quinta Serata Finale. Nella foto Stefano De Martino, Carlo Conti | Maurizio D’Avanzo / IPA
Sanremo, 76° Festival della Canzone Italiana. Quinta Serata Finale. Nella foto Stefano De Martino, Carlo Conti | Maurizio D’Avanzo / IPA

2025: il ritorno trionfale e il record assoluto

Quando Carlo Conti tornò al timone per il 2025, le aspettative erano altissime. Raccogliere l’eredità di Amadeus significava mettersi sulle spalle un peso enorme. Ma il conduttore fiorentino fece quello che sa fare meglio: lavorò in silenzio, costruì un cast forte e offrì uno spettacolo impeccabile.

I risultati andarono oltre ogni previsione. La prima serata toccò il 65,3% di share con 12,6 milioni di spettatori, la serata delle cover raggiunse un incredibile 70,8%, e la media complessiva del Festival stabilì il record assoluto dal 2000 in avanti. Mai nessuno come Conti, almeno nell’era moderna. Lui e Amadeus, insieme, occupavano i primi quattro posti nella classifica degli ascolti di sempre.

2026: un Festival di transizione che paga il conto della perfezione

Ed eccoci al 2026, l’ultimo atto. Il 76esimo Festival di Sanremo si è concluso con la vittoria di Sal Da Vinci e con numeri in calo rispetto all’anno record. La prima serata ha registrato 9,6 milioni di spettatori e il 58% di share, circa 7 punti in meno rispetto al 2025. La serata delle cover si è fermata a 10,8 milioni di spettatori e al 65,6% di share, contro i 13,6 milioni e il 70,8% dell’edizione precedente.

Numeri in discesa, certo. Ma davvero si può parlare di fallimento? Assolutamente no. E le ragioni sono molteplici.

La Champions League e lo slittamento del calendario

Uno dei fattori più penalizzanti è stato senza dubbio il calendario. Per evitare la sovrapposizione con le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, il Festival è stato spostato in avanti, finendo nelle date tra il 24 e il 28 febbraio. Questa collocazione ha creato una coincidenza scomoda con i playoff di Champions League, che nelle prime due serate hanno visto impegnate Inter e Juventus, due delle squadre con il bacino di tifosi più ampio d’Italia.

Non è un caso che proprio nella terza serata, quella libera dalla competizione europea, lo share sia salito al 60,6%, il miglior risultato per una terza serata dal 1990, e che nella quarta serata delle cover si sia arrivati al 65,2%. Quando il Festival ha avuto campo libero, i numeri sono tornati a salire.

Lo stesso Conti ha ironizzato sulla questione: “Stamattina mi sono messo a prendere il sole in costume alle nove e mezza. Capisco perché la platea televisiva si abbassi, con questo caldo piace a tutti stare fuori”. Una battuta che nascondeva un riferimento indiretto allo slittamento del Festival nel calendario, in un periodo più primaverile che invernale.

Un cast senza il “fuoriclasse”

Il secondo elemento da considerare è la composizione del cast. Lo ha certificato anche Spotify: i 30 Big di Sanremo 2026 contavano alla vigilia 29,4 milioni di ascoltatori medi mensili sulla piattaforma. L’anno prima, alla stessa data, il cast del 2025 ne totalizzava 52,8 milioni, quello del 2024 addirittura 54 milioni. È stato, nei fatti, il cast discograficamente più debole degli ultimi cinque anni.

Non c’era il fuoriclasse capace di catalizzare da solo l’attenzione mediatica. Mancava quel nome in grado di generare hype a prescindere, quel concorrente che fa parlare di sé settimane prima ancora di salire sul palco. Non per demeriti di Conti, ma per una serie di circostanze: la lunga trattativa tra Comune di Sanremo e Rai sulla convenzione, le negoziazioni con le case discografiche sui contributi, e soprattutto quello che è stato ribattezzato “l’effetto Tony Effe”. Il trapper romano, sbarcato all’Ariston nel 2025 con aspettative altissime, si era piazzato 25esimo, scoraggiando altri nomi di peso dal partecipare.

La durata monstre e il ritmo dello show

C’è poi una questione strutturale che merita una riflessione. Trenta Big in gara significano serate lunghissime, che si protraggono fin oltre l’una di notte. Per il pubblico televisivo tradizionale, quello che ancora oggi fa i numeri dell’Auditel, restare svegli fino a quell’ora per cinque sere consecutive è una richiesta impegnativa. I continui collegamenti esterni, le pause pubblicitarie, i momenti di intrattenimento tra un’esibizione e l’altra finiscono per dilatare i tempi e, in qualche caso, per sfiancare chi guarda da casa.

Il bilancio complessivo: Conti resta un gigante

Eppure, a ben guardare, anche il Sanremo 2026 si colloca al quarto posto per ascolti dal 1997 ad oggi. Solo le tre edizioni immediatamente precedenti hanno fatto meglio. E il passaggio di consegne con Stefano De Martino, annunciato da Conti in diretta durante la finale, è avvenuto in un clima di serenità e rispetto che dice molto sulla statura del personaggio.

“Lo scorso anno, con il record di ascolti, avevo questo sorriso”, ha detto Conti in conferenza stampa. “Quest’anno non ho battuto me stesso, ma ho lo stesso sorriso, la stessa serenità. Io e Amadeus siamo nei primi quattro posti, quindi siamo particolarmente orgogliosi del lavoro fatto in questi dodici anni”.

Dodici anni non consecutivi, cinque edizioni che hanno segnato due epoche diverse del Festival. Il primo triennio 2015-2017 ha avuto il merito storico di invertire una tendenza al ribasso che sembrava irreversibile. Il biennio 2025-2026 ha dimostrato che Conti è capace di navigare anche nelle acque più difficili, quelle dove l’asticella delle aspettative è stata portata a livelli quasi irraggiungibili.

Cosa non ha funzionato e cosa resta

Se proprio si vuole cercare la nota stonata di questo Sanremo 2026, la si trova forse in una parola: inevitabilità. Era inevitabile il calo rispetto a un’edizione record. Era inevitabile che la Champions League rubasse pubblico. Era inevitabile che un cast meno stellare generasse meno attesa. Era inevitabile, insomma, che la legge della gravità televisiva presentasse il conto.

Ma quello che resta è ben più importante di qualunque dato Auditel. Resta la conferma che il Festival di Sanremo, oggi, è un brand più forte che mai. Resta l’annuncio del Sanremo Estate, una versione estiva della kermesse che potrebbe debuttare a luglio 2026. Resta il passaggio a Stefano De Martino come un testimone consegnato con eleganza e non con amarezza. E resta, soprattutto, l’eredità di un conduttore che per due volte, a distanza di quasi dieci anni, ha preso un Festival in difficoltà e lo ha trasformato in un evento capace di fermare un intero Paese.

Carlo Conti lascia Sanremo con la coscienza pulita. “Ho i piedi sporchi, ma la coscienza pulita”, ha scherzato durante la finale. Più che una battuta, il perfetto epitaffio di cinque edizioni che hanno fatto la storia della televisione italiana.

Condividi:
Scritto da

Direttore Responsabile Lifestyleblog.it - Classe '81, da Monopoli (Bari) Dal 2015 nella Giuria Stampa del Festival di Sanremo. Dottore in Comuncazione e Multimedia

Vedi tutti gli articoli →