C’è un momento preciso in cui chi è nato tra la fine degli anni Settanta e la metà degli Ottanta ha capito che la televisione poteva essere qualcosa di più di un sottofondo. Quel momento, per milioni di noi, aveva la forma di un cane rosa di pezza con la voce roca, un ragazzo romano dalla parlantina impossibile e una sigla che ancora oggi, a distanza di quarant’anni, ci entra in testa al primo accordo. Il momento si chiamava Bim Bum Bam, e quel ragazzo romano era Paolo Bonolis.
Lunedì 9 febbraio, su Canale 5, Bonolis è tornato in prima serata dopo un anno e mezzo di assenza con Taratata, format musicale di respiro internazionale nato in Francia negli anni Novanta e approdato in Italia prima su Rai 1 (dal 1998 al 2001) e ora sulla rete ammiraglia Mediaset. Due serate evento dalla ChorusLife Arena di Bergamo, dodici big della musica italiana, niente gara, niente playback, solo musica suonata e cantata dal vivo. E al centro di tutto, a tenere insieme le fila con quella naturalezza che sembra costare zero e che in realtà è il frutto di oltre quarant’anni di mestiere, c’era lui. Il ragazzo di Bim Bum Bam che nel frattempo è diventato, per distacco, il miglior conduttore televisivo italiano della sua generazione.
Un fuoriclasse dimenticato in panchina
Chi segue la televisione con un minimo di attenzione sa che negli ultimi anni Mediaset ha commesso un errore piuttosto evidente: avere in squadra un fuoriclasse come Bonolis e utilizzarlo quasi esclusivamente per il preserale di Avanti un altro. Programma che funziona, per carità, e che macina ascolti con la regolarità di un orologio svizzero. Ma confinare lì un conduttore capace di reggere un Festival di Sanremo, di inventarsi Il senso della vita e di costruire dal nulla un fenomeno come Ciao Darwin è come mettere Maradona a giocare in porta.
Era da un anno e mezzo che Bonolis non conduceva un programma in prima serata. Un tempo lunghissimo per uno che nel prime time ci è praticamente nato, e che quando ci torna dimostra ogni volta che quello è il suo habitat naturale. Non il quiz del tardo pomeriggio, non le repliche estive, ma il palcoscenico grande, quello dove la differenza tra un conduttore e un mattatore si vede nel giro di cinque minuti.
Taratata: quando la musica torna al centro
Taratata non è un programma qualsiasi. È un format francese ideato da Nagui all’inizio degli anni Novanta che ha un principio semplicissimo e per questo rivoluzionario nel panorama televisivo attuale: la musica si suona dal vivo, gli artisti si esibiscono con i propri musicisti, e nessuno finge. Niente basi preregistrate, niente autotune di soccorso, niente coreografie che mascherano l’assenza di talento. Solo voci, strumenti e palcoscenico.
La prima puntata ha messo in scena un cast che farebbe invidia a qualsiasi serata del Festival: Giorgia, Elisa, Ligabue, Biagio Antonacci, Emma, Max Pezzali. La seconda, in onda lunedì 16 febbraio, rilancia con Annalisa, Alessandra Amoroso, Luca Carboni, Gigi D’Alessio, Fiorella Mannoia e Negramaro. A ciascun artista è stato chiesto non solo di portare i propri brani, ma anche una canzone del cuore appartenente a qualcun altro, creando duetti e combinazioni inedite. Giorgia che canta Human Nature di Michael Jackson. Elisa che reinterpreta Insieme a te non ci sto più di Caterina Caselli. Ligabue che riarrangia La musica che gira intorno di Fossati. La Superband che apre con The Ecstasy of Gold di Morricone in versione Metallica.
Il risultato è uno show che restituisce alla musica il centro della scena televisiva, cosa che la Rai — impegnata tra fiction, talk e il solito circo sanremese — ha sostanzialmente smesso di fare da anni. Ad arricchire la prima serata, anche l’ironia di Giorgio Panariello, mentre nella seconda puntata sarà il turno di Edoardo Leo.
La generazione che è cresciuta con lui
Ma per capire davvero il valore del ritorno di Bonolis in prima serata bisogna fare un passo indietro. Anzi, diversi passi, fino al 1982, quando un ventenne romano con un’energia fuori scala debutta alla conduzione di Bim Bum Bam su Italia 1. Accanto a lui, prima Licia Colò, poi Manuela Blanchard. E soprattutto Uan, quel cane rosa dispettoso e paraculo con cui Bonolis costruiva siparietti che erano puro teatro dell’assurdo mascherato da televisione per bambini.
Chi ha vissuto quegli anni non ha bisogno che glielo si ricordi, perché sono ricordi che stanno nel corpo più che nella memoria: il rientro da scuola, lo zaino buttato sul divano, la merenda davanti alla televisione con Holly e Benji, i Cavalieri dello Zodiaco, Dragon Ball, e in mezzo quei dieci minuti di Bonolis e Uan che litigavano come una vecchia coppia sposata. Per otto anni, dal 1982 al 1990, Bonolis ha fatto compagnia a un’intera generazione nei suoi pomeriggi. E non si è limitato a fare il presentatore di cartoni animati: ha insegnato a milioni di ragazzini che le parole potevano essere divertenti, che parlare veloce non significava parlare a vuoto, e che l’ironia era un modo di stare al mondo più intelligente della seriosità.
Come ha raccontato lui stesso, l’ispirazione veniva dai grandi inseguimenti tra Wile E. Coyote e Road Runner: quella comicità surreale, cinica e senza barriere che trasferiva nella relazione con Uan e che avrebbe poi portato, in forme diverse, in tutti i programmi successivi. Bonolis lo ha detto senza mezzi termini: a Bim Bum Bam non si preoccupavano del politically correct, giocavano e basta, e la cosa importante era che anche dall’altra parte dello schermo si capisse che si stava giocando. Una lezione di televisione che vale ancora oggi, forse più di prima.
Da Uan a Sanremo: una carriera senza paragoni
Il percorso di Bonolis dopo Bim Bum Bam è una di quelle parabole televisive che non si vedranno più. Nel 1991, con Urka!, incontra Luca Laurenti e nasce una delle coppie più longeve dello spettacolo italiano. Seguono Tira & Molla, con i momenti di culto come la celebre telefonata dei fratelli Capone che ancora oggi gira sui social. Poi arrivano i programmi che lo consacrano definitivamente: Ciao Darwin nel 1998, Chi ha incastrato Peter Pan? nel 1999, i due Festival di Sanremo nel 2005 e nel 2009, Il senso della vita — il suo programma più intimo e profondo, quello che il pubblico continua a chiedere a gran voce — e infine Avanti un altro, macchina perfetta del preserale dal 2011 in poi.
In mezzo, un passaggio in Rai che ha prodotto un Affari tuoi memorabile e quel Sanremo 2005 dove Bonolis, senza Laurenti, dimostrò di poter reggere il palco dell’Ariston da solo con la stessa naturalezza con cui reggeva il dialogo con un cane di pezza vent’anni prima. Fu il Festival vinto da Francesco Renga, con la standing ovation per i Pooh che resta tra i momenti più intensi della storia della kermesse. Quattro anni dopo, nel 2009, arrivò il trionfo di Marco Carta e l’invenzione del “padrinato”, con grandi ospiti abbinati agli artisti emergenti delle Nuove Proposte. Un’intuizione che altri avrebbero poi ripreso, come sempre senza citare la fonte.
Quello sguardo durante Taratata
C’è un dettaglio della prima puntata di Taratata che vale più di qualsiasi analisi. È lo sguardo di Bonolis mentre gli artisti si esibiscono. La regia lo inquadra spesso, e ogni volta lo si trova attento, presente, coinvolto. Non è lo sguardo annoiato del conduttore che aspetta il suo turno per piazzare la battuta. È lo sguardo di chi ama la musica e si diverte a stare lì, di chi ha rindossato l’abito delle grandi occasioni e ne è genuinamente contento. Per una volta, peraltro, senza il supporto di Laurenti — esattamente come accadde al suo primo Sanremo.
Bonolis ha capito una cosa che sfugge a molti colleghi: in un programma musicale come Taratata serve un filo narrativo che tenga insieme tutto, un percorso che colleghi le esibizioni e dia un senso alla serata oltre la semplice sequenza di canzoni. La scelta di costruire ogni puntata attorno a un tema — i luoghi dove nascono le canzoni, la provincia, la metropoli, la periferia — dà allo show una struttura che lo distingue dal semplice concerto televisivo. Lo stesso principio che al Festival di Sanremo si è progressivamente perso, sostituito da una maratona di ospiti, sketch comici e momenti social pensati più per i meme del giorno dopo che per lo spettacolo in sé.
Non a caso, quando Bonolis condusse il Festival, propose ai cantanti di riarrangiare i propri brani, di variare, di rischiare. Studiare e ricercare soluzioni nuove non è capriccio: è professionismo. Ed è esattamente quello che ha fatto con Taratata. Il tutto condito da quella dialettica mitragliante e da quelle battute che si incastrano in ogni momento con la precisione di un meccanismo perfettamente rodato, senza mai risultare fuori posto, volgari o forzate.
Il senso della vita torna in autunno
A margine di Taratata è emersa un’altra notizia che farà felici in molti. Bonolis ha confermato che Il senso della vita tornerà in autunno su Canale 5, con profonde novità ma sempre in seconda serata. Per chi ricorda quel programma — le interviste che scavavano dentro le persone con una delicatezza rara nella televisione italiana, la capacità di tirare fuori emozioni autentiche senza mai scivolare nel voyeurismo — è una notizia che vale quanto il ritorno stesso in prima serata.
Bonolis ha anche chiuso definitivamente la porta a un ritorno di Ciao Darwin, definendolo “una trasmissione un po’ faticosa da realizzare dopo tanti anni”. E sul Festival di Sanremo, il retroscena rivelato dal giornalista Gabriele Parpiglia racconta di un progetto concreto per la conduzione dell’edizione 2026 insieme a Damiano David dei Måneskin, naufragato per la richiesta di Bonolis di cambiare location, superando i limiti strutturali del Teatro Ariston — un’idea che il conduttore porta avanti da anni. Una visione che non ha trovato apertura né dalla Rai né dal Comune di Sanremo, e che ha riportato Carlo Conti al timone della kermesse.
I numeri del debutto
La prima puntata ha raccolto 2.333.000 telespettatori con il 18,1% di share, battendo la fiction di Rai 1 Cuori 3 proprio nello share, nonostante la concorrenza delle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina su Rai 2 (pattinaggio artistico, 2,6 milioni e 13,3%). Non numeri stratosferici, ma assolutamente in linea con la media di rete e sufficienti a dimostrare che il pubblico, quando gli si offre qualcosa di diverso dalle solite soap turche e dai reality in serie, risponde presente.
La seconda puntata, con un cast che include Annalisa — tra le artiste più seguite del momento — e i Negramaro, potrebbe fare anche meglio. Se i numeri reggeranno, Taratata potrebbe ritagliarsi uno spazio stabile nel palinsesto di Canale 5. Per Mediaset, sarebbe la dimostrazione che c’è vita oltre il piattume. Per Bonolis, la conferma che il prime time è casa sua.
Il cerchio che si chiude
Per chi è cresciuto con Bim Bum Bam, vedere Bonolis al centro di un palcoscenico pieno di musica e pubblico ha qualcosa di commovente. Non nel senso lacrimoso del termine, ma nel senso profondo della parola: qualcosa che ti muove dentro, che ti ricorda chi eri quando tornavi da scuola e accendevi la televisione, e chi è diventato nel frattempo quel ragazzo romano che ti faceva ridere parlando con un cane di pezza.
Bonolis ha attraversato quattro decenni di televisione italiana senza mai perdere la cosa più importante: la capacità di divertirsi e di divertire, di giocare con le parole e con le situazioni, di trattare il pubblico come un interlocutore intelligente e non come un bersaglio da colpire con il primo stimolo disponibile. Dalla televisione dei ragazzi al preserale, dalla prima serata al Festival di Sanremo, fino a questo Taratata che è forse il programma che meglio rappresenta il suo modo di intendere lo spettacolo: musica vera, dialogo vero, nessuna finzione.
L’augurio è che Mediaset abbia finalmente capito cosa ha per le mani. E che non passi un altro anno e mezzo prima di rivederlo lì dove ha sempre meritato di stare.