Ancora di Eduardo De Crescenzo: la canzone che a Sanremo 1981 non vinse ma conquistò tutti

10 Febbraio 2026 di 6 min di lettura
Eduardo De Crescenzo - Ancora - Sanremo 1981
Eduardo De Crescenzo - Ancora - Sanremo 1981

Quarantacinque anni fa, un ragazzo napoletano riccioluto, con gli occhialoni neri e il baffo infreddolito, salì sul palco dell’Ariston per cantare una canzone che non cercava consenso. Non cercava la classifica. Non cercava nemmeno di piacere. Quel ragazzo era Eduardo De Crescenzo, la canzone si chiamava Ancora, e quella sera del 5 febbraio 1981 cambiò per sempre la storia della musica leggera italiana.

Ancora non entrò nemmeno nella top ten del Festival. Non vinse. A trionfare fu Alice con Per Elisa di Franco Battiato. Ma la canzone di De Crescenzo si aggiudicò qualcosa di più raro e duraturo: il premio della supergiuria per la migliore interpretazione e, soprattutto, un posto permanente nella memoria collettiva del Paese.


Una canzone che non cercava applausi

Per capire il peso di Ancora bisogna tornare al contesto. Siamo alla XXXI edizione del Festival di Sanremo. Eduardo De Crescenzo è un esordiente, un nome sconosciuto al grande pubblico. Napoletano, nato nel quartiere della Ferrovia, cresciuto con una fisarmonica portata dalla Befana e una gavetta infinita nei piano bar della città. Arriva all’Ariston senza il sostegno di una grande macchina promozionale, con un brano scritto da Franco Migliacci e Claudio Mattone, due autori che gli cuciono addosso un pezzo di rara intensità emotiva.

Lo show-business dell’epoca non la capì subito. Come raccontò lo stesso De Crescenzo in un’intervista ad Avvenire, la canzone venne considerata difficile, con quel finale altissimo tutto improvvisato e jazzato, impossibile da canticchiare sotto la doccia. Non era il classico brano sanremese costruito per il consenso immediato. Eppure, proprio questa apparente debolezza si rivelò la sua forza più grande.


Il testo: non una canzone d’amore, ma di dipendenza emotiva

Chi l’ha sempre considerata una semplice canzone d’amore romantico probabilmente non l’ha mai ascoltata davvero. Il testo di Ancora racconta qualcosa di più crudo e più onesto: la storia di un uomo che sa di dover lasciar andare qualcuno, ma non ci riesce.

È notte, è sveglio, non dorme. Lei è il suo chiodo fisso. Sa che insieme stavano meglio, ma più ci pensa più la vuole. C’è la lucidità di chi comprende perfettamente la situazione, e c’è l’impotenza di chi non riesce a trasformare quella comprensione in azione. Il testo descrive un uomo che si riveste e si rispoglia, che smania, che fantastica di andare sotto casa a tirare sassi alla finestra accesa, a prendere a calci la porta chiusa.

Non c’è nostalgia edulcorata. C’è consapevolezza dolorosa. E c’è una verità che molti faticano ad accettare: capire non significa riuscire a smettere. È una canzone di dipendenza emotiva prima ancora che il concetto entrasse nel linguaggio comune. Un brano diretto, adulto, senza alibi.


L’interpretazione che fece alzare in piedi Aznavour

La leggenda vuole che quella notte, dietro le quinte dell’Ariston, Charles Aznavour stesse dormendo su una poltrona. Quando vide rientrare quel ragazzo napoletano dopo l’esibizione, si alzò in piedi, lo abbracciò e gli disse semplicemente: “Bravò!”

Non sappiamo se sia storia o mitologia sanremese, ma quello che accadde dopo è documentato: Aznavour adattò personalmente il testo di Ancora in francese e lo affidò a Mireille Mathieu, che lo incise con il titolo Encore et encore. Fu l’inizio di un percorso internazionale che portò il brano a essere reinterpretato in tutto il mondo, dalla spagnola Ana Belén alla versione soul di Thelma Houston, intitolata I’m Losin’ You.

In Italia, Mina la incise nella sua versione, conferendole l’ulteriore consacrazione nel pantheon della canzone italiana. Seguirono le interpretazioni di Anna Oxa, Ornella Vanoni e decine di altri artisti, a dimostrazione che Ancora aveva toccato una corda universale.


De Crescenzo sul palco: la dignità di chi espone una ferita

Chi ha visto l’esibizione originale del 1981 ricorda un dettaglio che dice tutto sull’artista. De Crescenzo cantò quasi interamente a occhi chiusi, le braccia dietro la schiena, senza gesti teatrali né performance studiate. Sembrava un uomo vestito con l’abito migliore che aveva, andato a Sanremo per cantare quella canzone alla donna che aveva perduto.

Non cercava empatia. Non cercava di compiacere. Esponeva una ferita, punto. E il pubblico lo percepì immediatamente. Quella combinazione di vulnerabilità e potenza vocale, di compostezza fisica e intensità emotiva devastante, fu ciò che convinse la supergiuria ad assegnargli il premio come miglior interprete del Festival.

Un riconoscimento che, con il senno di poi, si rivelò molto più profetico della classifica ufficiale.


Un successo decretato dal popolo, non dal mercato

Ancora non fu un successo costruito a tavolino. Non beneficiò di rotazioni radiofoniche strategiche né di campagne promozionali aggressive. Fu, come disse lo stesso De Crescenzo, un successo esploso “a furor di popolo”, orfano di qualunque imposizione di mercato.

Il singolo vendette milioni di copie e trainò l’omonimo album d’esordio, interamente firmato dalla coppia Migliacci-Mattone, registrato agli studi Quattro 1 di Roma. Ma la vera misura del suo impatto arrivò nel tempo. Ancora divenne uno dei brani italiani che generano i maggiori proventi SIAE per i diritti d’autore, terzo in classifica dopo Suona chitarra e Romagna mia. Un dato che racconta meglio di qualsiasi critica musicale la presa che questa canzone ha avuto e continua ad avere su generazioni di italiani.

Il brano entrò anche nell’immaginario cinematografico: una strofa venne citata nel film Vacanze di Natale del 1983, e per anni fu la sigla dei programmi notturni di Gigi Marzullo, in particolare di Sottovoce, diventando la colonna sonora delle notti insonni televisive italiane. Un’associazione involontariamente perfetta, considerando che la canzone stessa parla di notti in bianco.


Quarantacinque anni dopo: perché Ancora fa ancora male

La domanda più interessante su Ancora non riguarda il 1981, ma il 2026. Perché, a distanza di quarantacinque anni, questa canzone colpisce con la stessa intensità, se non di più?

La risposta sta nel fatto che Ancora non è mai diventata un tormentone. Non è una canzone che accompagna: è una canzone che resta addosso. Non parla a chi sogna l’amore perfetto, ma a chi l’ha vissuto, perso e non riesce a liberarsene. E questa esperienza non ha epoca. Non invecchia. Non si aggiorna con le mode musicali.

De Crescenzo, con la sua voce che mescolava la tradizione melodica napoletana con il soul e il jazz, aveva creato qualcosa che trascendeva il genere e il periodo storico. Una canzone senza tempo, nel senso più letterale del termine.


L’eredità di un artista schivo

Dopo il successo di Ancora, Eduardo De Crescenzo tornò altre quattro volte a Sanremo, nel 1985, 1987, 1989 e 1991, senza mai replicare lo stesso impatto. Non perché i brani successivi fossero meno validi, ma perché il confronto con Ancora si rivelò un fardello impossibile da scrollarsi di dosso.

Col tempo, De Crescenzo si allontanò dalla televisione e dal circuito commerciale, dedicandosi a progetti più intimi: l’album in napoletano del 1983, il jazz del progetto Essenze Jazz lanciato nel 2012, l’omaggio alla canzone napoletana classica con Avvenne a Napoli. Una seconda vita artistica in cui, finalmente, riuscì a essere qualcosa di più del cantante di Ancora.

Ma Ancora resta. Resta come un monumento involontario alla capacità della musica italiana di raccontare le emozioni più complesse con parole semplici e melodie che entrano nel sangue. Resta come la dimostrazione che a Sanremo, ogni tanto, la canzone più importante non è quella che vince.

È quella che non se ne va più.

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Scritto da

La redazione di Lifestyleblog.it

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