Alfredo Vassalluzzo, il docente che non voleva uscire dal carcere

12 Febbraio 2026 di 3 min di lettura
Alfredo Vassalluzzo, il docente che non voleva uscire dal carcere

Nato in Germania, classe 1970, quasi ’71, oggi insegna Letteratura Italiana e Storia nelle scuole superiori, ha girato il mondo in lungo e in largo ma il viaggio più importante lo ha fatto, come insegnante, all’interno di un carcere in provincia di Roma. Un viaggio durato due anni. 

Lo racconta in “Gargoyle“, romanzo edito da Sensibili alle Foglie che sta riscuotendo grande interesse di pubblico e di critica. Il prof. Vassalluzzo è un po’ schivo, modesto, “ciò che faccio è, per me, la normalità” sostiene. Il suo viaggio in carcere inizia tre anni fa, quando gli viene assegnata la cattedra di Italiano e “varca la soglia” per la prima volta. Sarà un percorso di liberazione dai pregiudizi e integrazione con esseri umani che la maggior parte considera ostili. 

“Il primo giorno” racconta Vassalluzzo “non fu per niente facile.  Anche il percorso per arrivare in classe mi sembrò grottesco, assurdo, difficile anche da memorizzare. Poi il terrore di restare da solo con un manipolo di detenuti, colpevoli dei peggiori reati. Era paura la mia, senso di inadeguatezza ed estraneità, sentimenti di un insegnante benpensante”. 

Superato il primo periodo, però, la prospettiva cambia. Lentamente, dietro quei volti duri o fiaccati, il prof. scopre un’umanità variegata, capace di offrire autoironia, rispetto, attaccamento, persino affetto. 

“Se non fu facile entrarci, fu anche più difficile uscirne” continua, “non per impedimenti fisici, ma per il rammarico di lasciare quei ragazzi a loro stessi, esponendoli al rischio di una ulteriore regressione, di vanificare tutto quello che in due anni avevamo costruito. In un certo senso, avrei voluto non andarmene”.  

Oggi il prof. Vassalluzzo insegna all’Istituto Superiore per il Turismo di Albano Laziale, Sandro Pertini, a una platea diversa, piena di speranze e progetti. “Ai miei ragazzi ripeto spesso di coltivare i propri sogni e di non arrendersi, può sembrare retorica, forse per loro lo è. Si tratta di un gioco generazionale, anche noi, non ascoltavamo i consigli dei nostri genitori e dei nostri insegnanti, oggi ce ne meravigliamo e questo è abbastanza singolare, forse la nostra memoria è altamente selettiva o molto labile”. Lo sguardo si fa pensieroso, sistema un libro nell’inseparabile zaino, aggiunge che “dobbiamo lasciare che i ragazzi possano esprimersi autonomamente, senza troppi condizionamenti. Ho visto troppe sbarre e cancelli per pensarla diversamente. L’insegnante deve essere un facilitatore non un impositore e forse, allora, si potrà stabilire un canale comunicativo con questi giovani stralunati, caotici, chiassosi, proiettati verso un futuro che, forse, sarà più difficile di quello che fu il nostro, o forse sarà più ricco, più pieno, per via di possibilità che noi non abbiamo avuto”. 

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