Daniele Rotondo, intervista al giornalista del Tg2

Daniele Rotondo è uno dei volti più apprezzati del Tg2. Approda in Rai nel 1997 nella redazione di politica interna fino ad arrivare alla conduzione del telegiornale. 

Un giornalista di successo che ha fatto tanta gavetta e strada. Ha mosso i “primi passi” con il calcio fino ad arrivare alla politica, passando dalle testate locali fino al salto di qualità con l’emittente Telenorba. Di lì poi ha spiccato il volo sul “secondo canale” grazie alla sua bravura ed alla sua professionalità, doti che ancora oggi lo contraddistinguono, unitamente alla passione che è indispensabile in ogni professione. Marcatamente in quella del giornalista, che sia televisivo o di carta stampata. 

Sei ormai uno dei volti noti del Tg2. Che emozione provi ad entrare nelle case degli italiani, seppur dal piccolo schermo?

Intanto questa la prendo come una dichiarazione di affetto e di stima, prima di affetto e poi di stima. Essere volti noti è un’affermazione che non mi appartiene. Soprattutto credo che in questo caso bisogna fare riferimento ad un senso del ruolo e della responsabilità: quello che il servizio pubblico dovrebbe fare è quello di testimoniare la verità presso l’opinione pubblica. 

Tutto è ascrivibile, secondo me, in un concetto di credibilità, cioè quanto una persona quanto un giornalista, che gli storici del giornalismo definiscono gli “storiografi dell’istante”.

Questi, in fondo sono i giornalisti. Quando uno raggiunge questo status symbol ha diritto ad essere ricordato, altrimenti passa per una persona che è evidente, non non fa bene il suo lavoro.

Che sensazione provi nel condurre e soprattutto aprire il TG, pensando ai telespettatori che attendono di essere aggiornati proprio dalla tua persona, dalla tua voce…

Che sia l’edizione delle 13, delle 18:15 o delle 3 della notte, conta il rispetto che un giornalista ha per il suo pubblico. Io ho grande rispetto per il mio pubblico e voglio essere sempre all’altezza della situazione. Voglio essere sempre, anche qui, credibile. È quello che accende il “la” nella mente dell’informatore. Come quando si accende quel “tally”, che in gergo tecnico è la luce rossa della telecamera.

E quando si accende hai sempre un’emozione. Nonostante i miei 61 anni, quasi 62 primavere a settembre, ogni volta è sempre così.

Ho tanta strada nella tua carriera: prima di arrivare alla tv di Stato ti ricordo a Telenorba. Raccontaci un po’ come è nata e quando hai capito che quella del giornalista deve essere la tua strada… 

Ho la presunzione di pensare che fosse quasi una vocazione. Tutto nasce con la voglia di voler emulare, diciamo, le gesta dei grandi del calcio. Io sono sempre stato un appassionato di calcio, non un intenditore. Ricordo che quando il mio papà monopolitano verace, nato nel 1922 a Monopoli, mi portava la domenica al campo comunale: allora la parola stadio non esisteva. Si giocava il campionato di Serie D, Girone H, e Monopoli e Fasano giocavano quel derby quasi cittadino, essendo i due comuni distanti solamente 14km pur essendo in due province diverse. 

Tutto nacque con le prime cronache, i primi pezzi giornalistici. C’era un settimanale, che stampavano ad Alberobello, Tribuna Sport, diretta da Franco Lisi. Questo giornalista, che secondo me avrebbe meritato ben altra fortuna nella sua vita, era laureato in Scienze Politiche, era una persona, era ed è una persona dotta, una persona che ha veramente consumato la sua vita Sui libri, poi è diventato un dirigente amministrativo, dirigente comunale, ma per sua scelta. Lui mi disse che l’unica scuola che poteva in qualche modo instradare era appunto quella della Scuola superiore di giornalismo ad Urbino, ed era forse l’unica, insieme a quella di Salerno e di Trieste, l’unica scuola che poteva preparare o poteva insegnare qualcosa ai giornalisti in erba come me. E da lì è cominciato tutto per cui è nato, con lo sport, con il calcio, in maniera particolare, e finito con la politica che è un’altra mia grande malattia, diciamo così. E sono due mondi così diversi eppure così paralleli.

Come è cambiato il mestiere da allora a oggi, dove forse tutto è diventato più semplice anche grazie a internet… Immaginiamo anche il semplice invio di un articolo tramite mail o le immagini che arrivano ormai in real time…

Ricordo quando facevo l’inviato per Telenorba in Albania. Per i collegamenti del telegiornale delle 7.30 prenotavo la telefonata da questo albergo, anche se era ambizioso come termine, un’abitazione che i nostri fratelli albanesi offrivano per qualche migliaia di lire. Prenotavo il giorno prima la telefonata per poter fare la diretta e mi raccomandavo con l’operatore telefonico. 

Oggi invece è possibile trasmettere le immagini. È possibile trasmettere da posti più sperduti del mondo e in questo purtroppo c’è un lato positivo e un lato negativo.

Il lato positivo è l’immediatezza e la facilità. La tecnologia ha superato dei traguardi straordinari. Dall’altro, purtroppo questo ha determinato un’eccessiva corsa all’informazione e non sempre le informazioni sono corrette perché pur di battere l’altro sul tempo a volte ci danno delle informazioni. Non sempre del tutto dettagliate e precise.

Abbiamo parlato di presente, passato e futuro. Hai detto di essere un grande appassionato di politica interna, condurre un programma su Rai due come magari hanno fatto altri i tuoi colleghi. Porterete questa nuova veste?

A me appassiona molto di più il telegiornale: ti dà il polso del momento, della situazione. La diretta dà quell’ebbrezza che in una trasmissione non sempre si ha. Io sono sempre stato legato a questo telegiornale. 

Immagina che quando ero ragazzo e giocavo in piazzetta a Fasano, tornavo a casa e scrivevo questi articoli, accendevo l’abat-jour, che per me era una telecamera, preparavo la mia voce e iniziavo il telegiornale, leggendo quello che io avevo scritto e scrivevo di me stesso mentre giocavo a calcio. Era la mia passione, quella vera, e quella rimane. E nonostante tutto rimarrà sempre.

Nella tua carriera c’è uno o più maestri che senti di ringraziare per quello che sei oggi, per quello che sei diventato professionalmente parlando?

Franco Lisi, per una dose di coraggio che mi ha dato. Enzo Magistà per gli insegnamenti, le a volte addirittura contumelie, che erano in realtà autentici sproni, stimoli a migliorarsi. E Mauro Mazza, il direttore del Tg2 che un po ‘mi ha lanciato nel telegiornale. A lui sarò sempre molto grato e gli sarò sempre molto riconoscente.

Mauro Mazza è stato per lunghi anni direttore del Tg2, poi è stato conduttore anche di trasmissioni su Raiuno. Vicedirettore del Tg1 Sono un giornalista di razza che difficilmente dimenticherò della mia vita. E lunga vita a Mauro Mazza a 50 anni di vita.

C’è un aneddoto, un episodio particolare che vorresti raccontare della tua carriera? 

Quando arrivai in Rai, l’ingegner Montrone, il patron di Telenorba, mi disse: “Noi ti mandiamo via, ma sappi che vai con il paracadute perché se ti trovi bene ok, prosegui. Se non ti trovi bene torna che questa è casa tua”. Questo si chiama Luca Montrone, un grande uomo che è stato addirittura professore di scuola e poi preside all’Istituto tecnico industriale che ho frequentato a Monopoli. Al di là della bravura e della sua professionalità, la vita ti toglie e ci restituisce. Poi quello stesso preside di quello stesso istituto scolastico. Sarebbe stato il mio primo editore.

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