Marco Bonini: intervista all’attore

Marco Bonini attore con una carriera costellata di personaggi tra cinema e teatro, anche se gli inizi sono stati dedicati alla danza. Quanto credi sia stato importante questo passaggio nella tua formazione?

Direi fondamentale! Sono un attore molto fisico, la danza insegna, come racconto nel mio libro, una coscienza fisica, forse anche più del lavoro che fa l’attore. Infatti, nelle scuole di recitazione si insegna la danza, proprio per acquisire questa autocoscienza fisica, di sapere cosa fa il corpo e cosa significa quando il corpo fa questo o quello. Quindi è stata molto importante.

Dicevamo, tante esperienze tra cinema e teatro. Dovendo scegliere, cosa sceglieresti?

Preferirei non scegliere. Per me tra cinema e teatro c’è la stessa differenza che c’è tra un bacio ed un rapporto completo, se mi consenti questa iperbole. Il cinema è un sentimento intimo, da primo piano, da emozioni piccole mentre il teatro è un sentimento fisico, con la figura intera. Questa è la mia sensazione da attore, come differenza di feeling. Quindi come faccio a scegliere tra un bacio ed un rapporto completo? L’una prevede l’altra.

Quanto credi conti la fortuna in questo mondo e quanto lo studio?

La fortuna conta tantissimo. Il problema è che non possiamo intervenire sulla fortuna, né contare su di essa né condizionarla. Noi possiamo solo intervenire sullo studio, sulla formazione. Direi, dovendo darti una percentuale, 70% – 30% per la formazione. Ma in realtà, non potendo intervenire sulla fortuna, ecco che si tramuta in un 100% a favore della preparazione e lo studio.

C’è un lavoro, un prodotto al quale sei rimasto particolarmente legato?

In realtà come si dice a Napoli: “ogni Scarrafone è bell’a mamma soja”. Sono molto legato a tutti i prodotti che ho avuto la fortuna di fare. Mi sento un po’ padre di tutti. Sicuramente il film con Edoardo Leo “18 anni dopo” è un film che abbiamo voluto per tanti anni, l’abbiamo scritto per 12 anni, lo abbiamo recitato insieme ed è il primo film di Edoardo, quindi sicuramente ha un posto speciale nel mio cuore e nella mia bacheca personale.

Un Posto al sole, cosa ti ha lasciato?

Io sono un grande fan di “Un Posto al Sole”. Sono contento di averlo fatto. Tra l’altro possiamo dire che mi ha raccolto da un marciapiede in un momento in cui stavo lavorando pochissimo, per cui sono super grato. Ho trovato un ambiente incredibile, c’è un amore tale nella produzione, anche da parte degli sceneggiatori, degli attori, una cura tale che definirei inaspettata da un prodotto seriale di così lunga durata. Ti aspetti tutt’altro. Un ambiente accudente ed accudito. E questo mi ha lasciato un bellissimo ricordo. Chi non è passato da un Posto al Sole? Tutti sono passati da lì. È un po’ la serie dell’INPS: lancia talenti e aiuta chi è in difficoltà. Una serie a cui sono affezionato e debitore. E poi … Napoli è Napoli! Io ho fatto diverse serie a Napoli, “La squadra”, “sette vite” e tra l’altro sarò a Napoli per presentare il “premio Elsa Morante” con Dacia Moraini e Tjuna Notarbartolo. Insomma è nel mio cuore questa città.

Un attore/attrice col quale sogni di lavorare?

Ce ne sono tantissimi attori italiani che stimo, molti sono amici e colleghi. Dicendone qualcuno forse farei torto a qualcun altro. A questo punto, direi di spararla grossa e dico che mi piacerebbe lavorare con Scarlett Johansson. Una bellissima commedia romantica con lei.

Una persona che reputi esser stata fondamentale nella tua carriera?

I rapporti primari. Mia madre, mio padre, mio fratello, mio fratello, mia nonna. Sono queste le persone che ti formano. Artisticamente sicuramente Edoardo Leo. Siamo cresciuti insieme, abbiamo fatto tutto insieme e continuiamo a fare tante cose insieme e personalmente mi auguro di poterlo continuare a fare per tutta la vita. Persone, invece, che mi ha formato e condizionato sicuramente i miei genitori e mia nonna.

Tantissimi lavori anche nelle serie tv e nelle soap opera anche se ultimamente sembra che il mercato italiano sia più rivolto ai prodotti esteri. Come mai secondo te?

La risposta a questa domanda è complicata. Sicuramente gli spagnoli, ad esempio, rischiano di più, hanno investito tanto in ricerca. Quando tu rischi un pò, finisci per beccarci prima o poi. E quando un prodotto va bene e poi tutti lo vogliono. Il merito loro è stato sicuramente quello di esporsi al rischio.  Anche se in Italia, negli ultimi anni, il prodotto “Doc-nelle tue mani” è stato esportatissimo all’estero. I diritti sono stati acquistati in quasi tutta Europa. E questo è un grandissimo risultato segno che la qualità c’è anche in Italia.

Hai un sogno lavorativo nel cassetto?

Ne ho tanti. Molti sto riuscendo a realizzarli, molti ancora no, ma ci sto lavorando. Spero di debuttare presto da regista perché ho tante storie che mi piacerebbe dirigere. Mi auguro di continuare a pubblicare libri, perché molte di queste storie sono romanzi. L’obiettivo principale dei prossimi anni è sicuramente diventare un autore più indipendente, per cui scrivere romanzi, serie televisive. Scrivere e dirigere film, facendo anche l’attore. Cosa che mi diverte sempre molto. Anche se mi piacerebbe farlo sempre di più per le “cose mie” ed essere sempre meno esposto a provini e giudizi. Ho la fortuna di scrivere anche e mi piacerebbe, per questo, essere sempre più un’artista indipendente.

L’Arte dell’Esperienza è il tuo ultimo libro. Cosa puoi dirci?

È un saggio che viene dalla mia tesi di laurea, rielaborato. È un saggio che ho messo insieme unendo la tesi (del ’96) e l’esperienza che ho fatto con Unita. Questo mi ha fatto avere la percezione del “campo” dei nostri colleghi e la percezione esterna che avevano le istituzioni. Ho capito da subito che c’era un gap, sia nella coscienza di categoria, che nella percezione del nostro lavoro. Il lavoro che avevo fatto di analisi dell’esperienza attoriale a livello accademico, poi si è imbevuto dell’esperienza sociale dell’Associazione e si è arricchito di un’altra esperienza personale con un’Associazione, Bagus, che si occupa di educazione emotiva nelle scuole. Ho partecipato a questo progetto pilota in cui si applicava l’educazione emotiva in una scuola elementare, affiancato da Cristiana Clementi che è una terapista che ha ideato questo protocollo, ed ho visto quali enormi benefici fa a livello psicologico imparare a recitare. E, quindi, ho messo insieme tutte queste esperienze personali e ne è venuto fuori un saggio divulgativo, in cui da un lato spiego la funzione pubblica e sociale del nostro lavoro, che non è un lavoro di intrattenimento e non siamo, per così dire, una sala bingo, e dall’altro sul potenziale pedagogico e didattico della nostra formazione. Il training dell’attore dovrebbe essere una competenza di tutti. Tutte le scuole dovrebbero insegnare recitazione, anche dalle elementari, perché questo insegna l’educazione emotiva. Il nostro lavoro è imparare ad usare il linguaggio delle emozioni per interpretare i personaggi ed il fatto che ti lascia una competenza così importante mi lascia crede con convinzione che dovrebbe essere di tutti.

Quali progetti futuri?

Oltre alla promozione del libro, che mi impegnerà tutta l’estate, ho uno spettacolo teatrale al quale tengo molto, “Il povero Ulisse” che ha due date prossime, il 27 maggio a Riccione ed il 29 Maggio al teatro Flaiano di Roma. Vi aspetto!

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