Intervista a Massimo Paolucci

Massimo Paolucci è un figlio d’arte. Quanto è stata importante per la sua formazione l’esperienza di sua madre?

È stata importantissima. È stata colei che mi ha fatto innamorare del set, dello spettacolo, del grande circo. La cosiddetta vita del circense: oggi siamo qui, domani siamo lì e si ride sempre. È un discorso di essere sempre positivi, questo è il nostro mestiere. La negatività, purtroppo o per fortuna, meglio tenerla sempre alla larga. Anche se oggi è un po’ duro parlare di “positività”, ma bisogna ritornare ad usare questa parola. La positività è quantomeno necessaria anche per non essere positivi in quell’altro modo.

Diverse esperienze tra cinema e teatro. Dovendo scegliere, quale preferirebbe?

Io amo molto il teatro, anche perché mia madre si è occupata per qualche anno anche del Teatro Piccolo di Milano. Parliamo di circa 50 anni fa. Ha avuto tantissime collaborazioni. Il teatro mi appassiona e mi affascina, anche se, devo esser sincero, mi mette un po’ d’ansia il fatto che a teatro devi essere pronto subito, c’è chi ti guarda nell’immediato, mentre sul grande schermo hai la possibilità di fare un altro ciak. Di sicuro è molto affascinante il teatro, lo farei molto volentieri.

A quale regista si ispira?

Io mi ispirerei ai grandi, se potessi diventare grande anche io. Ritengo di essere un artigiano. Ho fatti vari passaggi nel cinema. I grandi B-Movie, anche se l’espressione “grandi B-Movie” sembra un po’ un controsenso, oggi sono stati riscoperti. Ho lavorato con tanti registi che, non avendo tanti mezzi a disposizione, hanno messo tanto di loro. Mi ispirerei come ha fatto il buon Tarantino ai B-Movie, raccogliendo ciò che di bello è stato fatto, in quanto ritengo siano le fondamenta del cinema. Oggi fare il regista per certi versi diventa, non dico semplice, ma di certo oggi hai a disposizione tante tecniche e mezzi che prima non avevi. Uno tra i tanti che mi piace da morire, anche se so che è inarrivabile, è Sergio Leone, un onnipotente per me. Quindi rimango nel mio e provo a dare il massimo nel mio.

Regista e produttore. Due figure così vicine ed al tempo stesso lontane tra di loro. Quali sono, secondo lei, i tratti fondamentali per ciascuno dei due ruoli?

Il produttore, innanzitutto, deve avere un buon fiuto e, soprattutto, un buon portafogli, o comunque qualcuno che abbia un buon portafogli per lui. Il produttore deve saper fiutare la pellicola giusta altrimenti butta soldi. Il regista, invece, se ama veramente questo ruolo, lo fa perché ama l’arte. È un discorso più di arte che di soldi. Se ami l’arte, il risultato cinematografico, il “soldo” lo metti da parte anche se, ovviamente, ti serve per andare avanti, però ti concentri su altro. A dimostrazione di ciò c’è il fatto che se il film di cui sei regista, ti piace in modo smisurato, lo fai a prescindere dai soldi, o comunque ci provi. Sono due ruoli completamente differenti.

Un attore/attrice che le piacerebbe dirigere?

L’attore italiano che mi piacerebbe dirigere (non nomino ovviamente chi non c’è più perché sarebbe molto semplice) è Pierfrancesco Favino. Nella stessa misura lavorerei con Giorgio Tirabassi. Devo essere sincero all’inizio non ero un suo ammiratore, fino a quando non ha interpretato Paolo Borsellino. È stato incredibile! Mi sono perdutamente innamorato di lui ed ho visto il vero attore. Non ho, invece, grandissima curiosità nel dirigere qualche attrice in particolare.

Quanto crede sia fondamentale lo studio e la preparazione per un regista?

È la base fondamentale per poter mettere i piedi davanti a dei monitor come regista. Ed è fondamentale fare tanto set e tanta tanta gavetta, unita alla scuola. Io parto dalla cosiddetta gavetta. Ho fatto l’elettricista, il macchinista, ho scaricato camion e questo è stato fondamentale per la mia formazione. Ero l’ultima ruota del carro, e così mi sentivo, invece oggi, grazie a tutto questo, conosco tutto ciò che riguarda il cinema. Dallo stativo, al cavo, alla presa …  e questo è stato importante. Conoscere tutti i materiali ed i mezzi è di un’importanza incredibile. Il regista, poi, ha la necessità di studiare per poter conoscere al meglio i costumi, i capelli, un orologio, una scarpa e tutto ciò che è decisivo delle epoche che vai a rappresentare.

In che condizioni si trova oggi il cinema italiano?

Il cinema italiano si trova nelle condizioni in cui era negli anni 80’. Negli anni 50’-60’ abbiamo cominciato facendo un po’ di “scopiazzamenti” dal cinema internazionale. Dopo di che ci siamo inventati i mitologici, poi siamo andati a fare i western, ne facevamo dieci in un mese … erano anni incredibili. Riempivamo le sale con “Franco e Ciccio”, facevamo tante parodie. Poi ci siamo inventati la commedia scollacciata con Lino Banfi, Lando Buzzanca, Edwige Fenech… Poi siamo arrivati a fare i vari “Monnezza” … Da lì, poi, è successo qualcosa, abbiamo voluto essere intellettuali. E come è arrivato l’intellettuale tra di noi, il cinema italiano è morto. Il cinema vero era quello. Fare cose troppo complicate, intellettuali, ecco, non è per noi italiani. Noi siamo artisti. Siamo i numeri uno al mondo perché sappiamo fare cinema, ma essersi messi a fare gli intellettuali ha rovinato il cinema. Sono entrati troppi interessi, l’avvento delle tv private e la pirateria hanno fatto sì che il cinema abbia preso una strada diverso. Credo che però il cinema non morirà mai. Io ho sempre definito il cinema un malato che non si sa di cosa sta morendo e che sta da anni attaccato ad una macchina, ogni tanto dorme, ogni tanto si risveglia … non gode di ottima salute, ma dà ancora segnali di vita.

È sul set di “Soldato sotto la Luna”… cosa può anticiparci di questo lavoro?

La neonata produzione c’è venuta a trovare mentre giravamo un altro film quest’estate, a Terni, con un cast eccezionale, e ci han visto lavorare ed abbiamo iniziato a parlare del futuro. Abbiamo proposto questo “Soldato sotto la Luna”. Siamo partiti per fare un film che non facesse male né a noi né alla produzione in termini economici, ed invece è diventato un filmone. Il film che stiamo facendo ora è un film di dimensioni enormi. È diventato veramente qualcosa di bello sia nella trama che nella costruzione. Spaziamo dai giorni nostri fino ad arrivare agli anni 43’-45’, con degli spaccati di storia davvero belli e toccanti. Abbiamo riprodotto accampamenti tedeschi, delle fucilazioni che purtroppo erano tipiche dell’epoca, tenendo fede agli usi e costumi di chi viveva quell’epoca, sia i civili che i militari. Abbiamo curato ogni cosa, dai mezzi alle armi. È venuto fuori un film da sala molto bello e ne sono davvero orgoglioso.

Progetti futuri?

Finito questo film, andremo in post produzione e, ti sono sincero, vorrei vederlo molto da vicino e curarlo nei minimi particolari. Mi concentrerò sulla finalizzazione di questo film. Tuttavia, i miei collaboratori stanno iniziando a lavorare ad un progetto ambientato negli anni 70’, un film in costume, un film legato ai “fattacci” che succedevano in quell’epoca. Sarà un Action Movie. Sarà bello vedere la ricostruzione degli anni 70’. Poi andremo ad Anzio, per un film sullo sbarco degli americani. Faremo un film dal titolo “Angelita”, ovvero la storia di una bambina trovata sulla spiaggia dagli americani mentre giocava con la sabbia, quando vennero in Italia per liberarla, durante la Seconda Guerra Mondiale. Da lì in poi nascerà una storia che racconterà tante cose…

Qual è il suo sogno “lavorativo” nel cassetto?

Il sogno cinematografico è quello di fare un film come si faceva una volta … un bel western all’italiana. Lo farei ad occhi chiusi, con gli attori giusti, i caratteri giusti… nessuna faccia “bella” ma solo facce brutte, come faceva Sergio Leone. Però lo farei qui, a casa nostra, in Italia, senza allontanarmi. Per il teatro ho in mente qualcosa, ma non ne parlo perché ci sto ancora pensando. Ho un’idea che mi piacerebbe portare avanti ed a cui sono molto affezionato, ma per adesso preferisco non parlarne… chissà magari cambio idea!

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