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sabato 24 Luglio 2021

Il pentito Mutolo: “Nell’ultimo interrogatorio Borsellino era molto preoccupato”

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“Vidi per l’ultima volta Paolo Borsellino nella notte del 17 luglio, due giorni prima di essere ucciso nella strage di via D’Amelio. Era molto preoccupato. Me lo ricordo perfettamente. Ed era anche in pensiero per la figlia Fiammetta, in vacanza in Indonesia, che non sentiva da diverse ore. Quello fu l’ultimo interrogatorio”. A ricordare il giudice Paolo Borsellino, a 29 anni dalla sua uccisione, in una intervista esclusiva all’Adnkronos, è il pentito Gaspare Mutolo, ex trafficante di droga e braccio destro di Totò Riina. Una vita movimentata, quella di Mutolo. Nel 1965 finisce in carcere all’Ucciardone a Palermo, dove conosce Totò Riina, diventerà uno dei fedelissimi al dogma della mafia corleonese. Dall’inizio degli anni Settanta fino all’85 fu il più importante ‘broker’ di eroina del pianeta. “E’ stata mia moglie a illuminarmi il cervello, quando i corleonesi facevano le stragi – racconta dalla località segreta dove vive e dipinge – Mi disse: ‘Siete pazzi, basta’. Lei è stata una guida per me. Ora è morta…”. 


“Quella sera del 17 luglio – ricorda Mutolo – quello che ho potuto concepire, parlando con il giudice, era la sua grande preoccupazione. Mai come quella sera”. E racconta anche un altro aneddoto: “Era anche preoccupato per la figlia Fiammetta, che era lontana, in viaggio con amici di famiglia. E io lo rassicurai, dicendogli che anche io avevo una figlia che andava spesso a ballare e che non si faceva sentire. Mi colpì molto quell’amore infinito per i figli. Un amore viscerale. Era davvero preoccupato. Quando ne parlava aveva il sorriso molto dolce. Ma preoccupato”. E ribadisce: “Certamente era preoccupato anche per se stesso”.  

E ricorda che “dopo la strage di Capaci, aveva insistito perché voleva essere ascoltato dalla Procura di Caltanissetta. Quello era il periodo di Tinebra a Caltanissetta, di Giammanco a Palermo. E poi c’era Contrada. Erano personaggi che a Borsellino non calavano, come Arnaldo La Barbera. Io volevo parlare solo con lui e Borsellino lo sapeva”.  

“Dopo la morte di Borsellino, mi venne a trovare alla Dia il giudice Gioacchino Natoli. Era preoccupato e mi disse: ‘Gaspare, ora che intenzione hai? Che vuoi fare?’ E io dissi: ‘Adesso ho un motivo in più per collaborare’. Il giudice Falcone era morto e Borsellino pure. Non mi interessava più con chi parlare e ho mantenuto quella promessa. Ho continuato a parlare con i magistrati”.  

Il primo luglio 1992, 18 giorni prima della strage di via D’Amelio, Mutolo fu interrogato ancora da Borsellino. Quel giorno, il giudice antimafia dovette interrompere l’interorgatorio per recarsi al Viminale, dove si insediò l’allora neo ministro dell’Interno, Nicola Mancino. “Ricordo che il giudice ricevette una telefonata dal Viminale – dice – e dovette andare via. Quel giorno abbiamo messo a verbale diverse cose, ma non tutto. Le cose più importanti non le scriveva. Io gli dicevo: ‘Signor giudice, io desidero vedere la mafia arrestata e poi parliamo dei politici e dei personaggi dello Stato”. 

Alla domanda su cosa non scrisse il giudice Borsellino, Gaspare Mutolo risponde: “Qualcosa che intravedeva al di là”. “Io facevo i paragoni – dice – A Palermo, ad esempio, avevamo i Cavalieri del Santo Sepolcro, la tessera numero uno l’aveva il conte Arturo Cassina, che aveva fatto tanti lavori in città. E il suo di fiducia sa chi era? Giovanni Teresi, il sottocapo della famiglia del boss Bontade”. “Borsellino non ci è mai arrivato a mettere per iscritto cosa volesse dire…”. “Il primo luglio, è stata come una barzelletta – dice ancora Mutolo – c’era questo incontro segreto, anche se molto affaticato molto travagliato. Non so perché, qualcuno non voleva che io parlassi con Borsellino. L’ho capito dopo che avevano trovato dei file sul computer di Giovanni Falcone, con cui avevo già parlato, spiegandogli qualcosa. Io avevo iniziato a collaborare in maniera diverse da Buscetta o Contorno, io volevo tagliare questo cordone ombelicale. C’era la mafia e la politica, ma anche il mondo imprenditoriale”.  

“Io dissi a Falcone: ‘non mi muovo dall’Italia, così quando i giudici mi vogliono vedere, devo essere a portata di mano’. Così abbiamo avuto il primo colloquio con il dottor Borsellino, grazie a De Gennaro (ex capo della Polizia ndr), che organizzò l’incontro alla Dia. Ma doveva essere segreto. Invece lo sapevano tutti. Al Viminale lo sapevano, Contrada lo sapeva”. E ricorda quanto già raccontato in alcuni processi: “Dopo avere parlato con Mancino e Contrada, era talmente agitato che addirittura aveva una sigaretta in bocca e ne accese un’altra. Io glielo feci notare, talmente era pensieroso. Dopo quel giorno ci siamo visti diverse altre volte”. 

“Io gli dicevo ‘Dottore, la mafia ha una potenzialità che non potete neppure immaginare. E lui logicamente restava basito – racconta ancora Mutolo – Sembrava una esagerazione, io gli dicevo se dobbiamo andare d’accordo prima dobbiamo mettere in galera tutti i mafiosi. E lui mi diceva: ‘sono d’accordo con lei’, ma aveva anche premura perché sapeva che sotto sotto c’era qualcuno che stava lavorando in maniera diversa da come lavorava lui”. “Lo so, perché in quel periodo c’erano alcuni mafiosi che si incontravano – aggiunge – alcuni si erano accordati per quella che venne chiamata ‘trattativa’. C’era contrasto tra alcuni personaggi e Borsellino lo capiva. C’erano già stati dei segnali”. 

E Gaspare Mutolo ribadisce che “dentro lo Stato c’erano tre correnti: alcune persone che se la facevano addosso per paura, altri che cercavano di rimediare, e altri che volevano combattere. Io, ringraziando Dio, sono tra quelle persone che avevano intenzione di combattere”. Il collaboratore di giustizia si dice convinto che “ancora oggi continuano i depistaggi sulla strage di via D’Amelio”. “Al centro per cento”, spiega. “Così come la trattativa tra Stato e mafia, prosegue ancora, altro che”. Ma chi depista? “Questa è una domanda maliziosa – dice Mutolo – quelle persone che dopo le stragi avevano interesse a farle, perché la trattativa continua ancora oggi”.  

Ci tiene anche a spiegare che la scarcerazione di Giovanni Brusca, dopo 25 anni di carcere, nonostante le decine di omicidi, tra cui quello di Giovanni Falcone e il piccolo Giuseppe Di Matteo, “va accettata”. “Brusca ha fatto una cosa orribile – dice – ha ucciso quel bambino e il giudice più caro a tutti noi. Però, Brusca, ha spezzato un ingranaggio, un sistema. Quello era un periodo in cui i mafiosi erano disposti anche a uccidere i propri figli, i fratelli, la moglie”.  

“Ci sono persone che sono entrate in galera a 25 anni e hanno 60 anni, almeno Brusca ha collaborato e ha fatto arrestare persone, mentre ci sono persone che hanno fatto più omicidi di Brusca e la legge li vuole mettere fuori. Questa non è una trattativa?”. Mutolo parla dell’ergastolo ostativo. “Il governo dovrebbe dire: ‘Siete pazzi, queste persone non dovrebbero uscire. Mai”. “A meno che non collaborino – dice – allora sarebbe giusto”. E approfitta per “lanciare n appello ai mafiosi”. “Pentitevi – dice – perché avrebbero tante cose da dire”. Ma chi? “Ad esempio i Madonia, Nino e Salvuccio, personaggi importanti che non hanno mai collaborato. Io li conosco da ragazzi, sanno tutto. Tutto”. E i Graviano? “Più di quello che hanno detto, cosa altro dovrebbero dire? Chi non vuole capire non capisce. Non possono dire di più perché si creerebbero delle antipatie”. Ma da parte di chi? “Non glielo posso dire perché ci sono processi in corso…”. E sulla sua vita dice: “Io ho portato aperto la strada a tutti i collaboratori. La mia vita ormai è dipingere, sono vedovo, l’unico rimpianto che ho che non ho saputo dare quello che meritava mia moglie. E’ stata lei che mi ha guidato e ha illuminato”. (di Elvira Terranova) 

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