The Office. Il solo titolo della serie scatena una raffica di emozioni molto diverse tra loro: risate, momenti agrodolci (e sono molti), tristezza, pura felicità e tante, tantissime scene imbarazzanti – o, come va di moda dire ultimamente, cringe.
Complice una politica di messa in onda non proprio felice in Italia, la serie è passata un po’ in sordina sulla TV generalista. Ed è un vero peccato.
In USA è stata un successo incredibile, che ha lanciato le carriere di Steve Carell e John Krasinski, tanto che ancora oggi nell’immaginario collettivo i due sono indissolubilmente legati ai loro personaggi. Ovvero all’effervescente bambinone Michael Scott e all’innamorato e “burlone” Jim Halpert.
Adattamento americano della versione UK creata dal genio cinico di Ricky Gervais, The Office USA è un vero e proprio gioiellino della serialità che dovresti davvero guardare (o riguardare).
E il bello è che ci sono ben 9 stagioni da godersi, in spezzoni da 20 minuti circa perfetti per un binge watching selvaggio o per un paio di puntate quando il tempo è tiranno.
Ma, non temere, una volta iniziata il tempo non sarà difficile da trovare. Anzi.
Condensare il bello e il buono di The Office in soli 10 punti non è semplice, ma non voglio rubarti troppo tempo (tempo che, ad essere sinceri, dovresti spendere assistendo alle vicende della gloriosa filiale della Dunder Mifflin di Scranton, Pennsylvania).
1. L’unico e il solo Michael Scott
Sarà banale, ma Michael Scott è la colonna portante di The Office. Senza dubbio alcuno.
È un personaggio più complesso di quel che sembra. All’inizio è solo il classico capo incompetente che, per motivi ignoti, si ritrova ad essere promosso da venditore – eccellente, pare – a Regional Manager (Direttore regionale, se vi piace la versione doppiata).
Col passare degli episodi, però, emerge anche un suo lato umano, amorevole che si contrappone alle spesso brutali decisioni di business: licenziare, ridurre stipendi, elargire bonus solo ad alcuni dipendenti e altre scelte “da capo” vengono sempre affrontate da Michael quasi come se si affidasse al classico lancio della monetina.
Sì, perché per lui i suoi dipendenti non sono solo dei dipendenti. Sono i suoi amici, la sua famiglia, ed è una convinzione talmente forte nel manager che non vacilla mai, nemmeno davanti a reazioni di aperto disprezzo.
Michael ama i suoi amici dell’ufficio e ama la Dunder Mifflin. Come capo è un completo disastro, ma prova un attaccamento viscerale alle sole due cose che gli sono andate per il verso giusto nella vita: i suoi amici e il suo lavoro, appunto.
Durante la serie riuscirà a mettere in scena momenti di assoluto imbarazzo – come non amare Prison Mike, le sue personalissime interpretazioni di Babbo Natale, le conduzioni dei Dundies, le improbabili cause sostenute senza pensarci, letteralmente, nemmeno per un secondo – e di ineguagliabile inappropriatezza, come nessun’altro.
Il bello di Michael è la sua spontaneità: soprattutto in queste scene e soprattutto durante l’orario di lavoro, in ufficio.
Se all’inizio di The Office l’evidente stupidità del Regional Manager spiazza lo spettatore e lo porta magari a concentrarsi su altri personaggi, col passare degli episodi le disavventure donchisciottesche di Michael diventano il vero motore narrativo dello show.
E lo spettatore lo amerà senza riserve, come si ama un bambino che ha disperatamente bisogno di amore e attenzioni.
Se all’inizio Michael non ti conquisterà, non temere. È tutto normale.
Aspetta che il boss ci dia dentro… That’s what she said!
(la capirai più avanti).
2. Jim e Pam
Sicuramente fra i top 5 personaggi dello show, Jim e Pam sono un perfetto esempio di interesse amoroso portato avanti con intelligenza e sensibilità.
Impossibile non attaccarsi subito al modo di fare sornione di lui, nonostante la giovane età. Impossibile neppure non provare un amore quasi materno/paterno per lei, con tutta l’insicurezza e la dolcezza che sprigiona in ogni situazione.
Il contrappunto comico Kelly-Ryan o una qualunque altra storia che si dipana fra le mura dell’ufficio non riesce nemmeno ad avvicinarsi al rapporto fra Jim e Pam.
“Perché?”, ti chiederai. La risposta è semplice: perché è una piccola favola che però sa tanto di vita vera, di tormenti amorosi fra giovani brillanti ma impantanati in un lavoro noioso – perché sì, Pamela Beesly è molto più della semplice ragazza di provincia che risponde al telefono di un’azienda che vende carta. E lo vedrai.
Detto questo, la sua battuta “Dunder Mifflin, this is Pam” (o “Dunder Mifflin, parla Pam” se preferisci il doppiaggio italiano) ti farà spuntare un sorriso anche dopo aver finito la serie. È automatico.
Jim invece è un giocherellone con la testa sulle spalle. Può sembrare una contraddizione, ma è così: i suoi scherzi epici nei confronti di Dwight e le imbeccate elargite nei confronti di Michael per fargli prendere decisioni sempre più assurde sono la prova che va tutto bene.
Quando le cose non vanno per il verso giusto, invece, è capace eccellere come venditore, di diventare un “collante” fra gli impiegati, di offrire sostegno a chi soffre (sì, anche con Dwight e Michael) e di rincorrere i propri sogni, professionali e sentimentali.
Jim e Pam sono come la cioccolata calda. Sono “buoni” e ti scaldano dentro.
3. Dwight Schrute
Contrariamente a quello che si può pensare di lui, Dwight (Rainn Wilson) non è malvagio.
È un arrivista, maniaco della disciplina, nerd appassionato di fantascienza e statuette bobblehead. Malato di lavoro, adora la Dunder Mifflin come nessun altro (forse più di Michael) e farebbe di tutto per vendere più carta e accaparrarsi sempre più clienti. Non tanto per i bonus, quanto per dimostrare di essere superiore agli altri.
Non è un caso che Michael lo ritenga il suo miglior venditore. Fatto, questo, corroborato anche da altri dirigenti della Dunder Mifflin.
E non è tutto: è capace di un’arroganza senza pari, di cattiveria, di esibizionismo e persino di violenza.
Ma ha anche dei difetti.
Scherzi a parte, Dwight è il classico esempio di antagonista che, man mano che le stagioni si susseguono, si trasforma nel personaggio ruvido fuori e “non così spregevole” dentro.
Fra questi due estremi le sfumature non mancano, te ne accorgerai.
In particolare, è davvero ammirevole la dedizione e la venerazione che Dwight prova nei confronti di Michael (a parte quell’episodio): mentre tutti, segretamente o meno, pensano che il Direttore Regionale sia uno stupido, Dwight lo ritiene un genio.
E da un certo punto di vista non ha neanche così torto.
Il forte attaccamento di Dwight verso le sue origini tedesche e amish, verso la sua fattoria con piantagione di barbabietole annessa, la passione per le armi, le arti marziali, l’hard rock e l’infatuazione profonda verso una collega in particolare completano un personaggio tanto complesso quanto imprevedibile.
I suoi spezzoni one-to-one con la videocamera del documentario (vedi il paragrafo successivo) sono di gran lunga i più esilaranti.
E poi c’è questo.
Non c’è nessuno meglio di lui nel ruolo di Assistant to the Regional Manager (Assistente al direttore regionale).
Anche questa la capirai una volta iniziata la serie.
4. Lo stile documentaristico “espanso”
The Office è girata in stile documentaristico, con una sola camera ad occuparsi delle riprese.
È così che seguiamo le vicende dell’ufficio di Scranton, dall’occhio (sempre) indiscreto della telecamera.
Non ci sono effetti sonori, risate o pubblico. The Office è realizzata come se stessi “spiando” i vari personaggi.
La scelta stilistica, mutuata dalla versione originale UK, rende l’imbarazzo ancor più imbarazzante, perché di solito tutti ammutoliscono e lasciano parlare il loro sguardo (sorpreso o disgustato, di solito).
Questa impostazione insolita per una serie comedy comporta tantissimi momenti di interviste tipo “confessionale” con la troupe.
In quei frangenti i personaggi parlano direttamente in camera e sono (quasi) sempre onesti con lo spettatore.
Ovviamente i dipendenti che vengono filmati sono cosci di esserlo. Soprattutto Michael, che accoglie la cosa con il suo tipico entusiasmo da bambinone, regalandoci dei confessionali me-mo-ra-bi-li.
Certo, lo stile documentaristico non viene sempre rispettato in modo rigoroso: ci sono diversi episodi, soprattutto nelle ultime stagioni, in cui l’occhio della telecamera è presente in luoghi in cui avrebbe dovuto esserlo.
Non tutti hanno gradito questa evoluzone.
Io sì e tu, beh, fatti da solo un’opinione in merito.
Detto questo, lo stile è sicuramente adatto a trasmettere quel senso di TV-verità che i produttori volevano.
5. Il cast di The Office
Il cast, il main cast, di The Office è lo scheletro su cui si regge l’intera serie.
Ci sono degli ovvi personaggi più “in vista” di altri, ma la totalità del gruppo di impiegati della Dunder Mifflin (compreso anche qualche “soggetto” del magazzino) costruisce un gruppo solido che ti entra sotto pelle.
Ok, ci sono dei personaggi evidentemente assurdi che sono più tendenti al patologico, ma anche a loro ogni tanto viene data un dignità che si stacca dal mero ruolo di “macchietta”: penso a Meredith, Kevin, Toby, Creed , Ryan (notevole parabola di ascesa e caduta, la sua), Kelly, Erin e molti altri.
Sono strani, è vero, ma non per questo senza profondità. Tutti hanno almeno un episodio a loro dedicato, in cui assumono un ruolo centrale e in cui dovranno tenere a bada le manie di protagonismo di Michael.
Escludendo le guest star di livello che faranno la loro comparsa quando The Office è diventata ufficialmente un successo, i regulars che hanno calcato la moquette dell’ufficio dall’episodio 1 sono uno riuscitissimo mix di weird e umanità.
Li odierai e/o li amerai, ma nessuno ti lascerà indifferente.
Ognuno ha un ruolo e una ragione per essere lì.
6. La vita d’ufficio e la vita vera
Lo stile documentaristico, le luci, le telecamere… già tutto questo dona a The Office un’aura di verosimiglianza, di “vita reale”, non indifferente.
Detto questo, ci sono scene talmente assurde che non possono che essere frutto di fiction.
Il risultato è un ping pong di empatia e immedesimazione, per poi prendere le distanze quando il proprio personaggio preferito compie qualche azione platealmente inverosimile.
Ma il bello dei personaggi è osservarli nella loro vita lavorativa: i piccoli riti, le pause alle macchinette, il gossip, gli scherzi, le riunioni, le feste, i viaggi fuori porta e tutto ciò che viene fatto in gruppo, tra colleghi.
Sono quegli eventi “epocali”, quelle occasioni speciali che solo tali per chi fa parte di un’azienda a suscitare un’immediata simpatia verso gli impiegati della Dunder Mifflin: alzi la mano chi non ha mai assistito alle dimissioni di un collega, un licenziamento, l’annuncio di una maternità, la nascita (o fine) di storie d’amore fra le scrivanie.
Se ci sei dentro, sembrano avvenimenti importanti, giusto?
Ecco, The Office eccelle in tutti questi piccoli grandi dettagli e questo dona ai personaggi una tridimensionalità eccezionale, appunto perché “sa di vero”.
I problemi familiari, di soldi, i tradimenti, le manie, i progetti per il futuro… tutto prima o poi esce allo scoperto, fra fotocopiatrici, computer, fax e telefoni che suonano.
E si tratta (quasi) sempre di progetti da “persone normali”: sposarsi, mettere su famiglia, andare in pensione, fare carriere.
È la classica vita da suburbia americana, che in The Office non potrebbe essere più importante.
7. I dialoghi e l’improvvisazione
Quando guardiamo gli episodi dello show, gli attori sembrano così naturali da farci venire il sospetto che ogni scena sia improvvisata.
Ma non è questo il caso.
The Office ha copioni ben precisi, che gli attori riescono a recitare in modo sorprendentemente – scusa la ripetizione – reale. Con tanto di pause di incertezza, colpi di tosse nervosa, esitazioni e sguardi sconcertati in camera.
I migliori, secondo Jenna Fischer (Pam), sono Steve Carell e Rainn Wilson:
I nostri episodi sono scritti al 100% su copione. [Gli sceneggiatori] Mettono tutto su carta.
I nostri sguardi in camera, le nostre esitazioni… tutto.
È compito dell’attore farlo sembrare reale e naturale.
Nonostante questo, però, nelle nove stagioni ci sono svariati momenti improvvisati che sono stati mantenuti nel montaggio finale degli episodi.
I dialoghi e la scrittura, tuttavia, restano di un livello eccezionale: chi si è inventato i confessionali di Michael è un vero genio (capirai dopo aver visto solo qualche puntata).
A proposito di dialoghi…
La maggior parte degli scambi di battute sono veloci botta-e-risposta con una chiusura comica. Tuttavia, per i momenti che contano ci sono parti più lunghe, profonde e rifinite.
8. I percorsi di crescita
Durante la serie seguiamo buona parte dei personaggi per circa 2 anni della loro vita e li vediamo crescere, cambiare, evolvere e persino maturare.
Come detto, The Office ha potuto contare su 201 episodi spalmati su 9 stagioni, quindi c’è stato tutto il tempo per orchestrare percorsi di crescita e sviluppi dei personaggi assolutamente coinvolgenti.
Pam acquista fiducia in sé stessa e compie parecchie azioni coraggiose che sembravano impossibili per la mite receptionist della prima stagione.
Jim, pur non perdendo mai il suo sarcasmo, cresce e si responsabilizza, impegnandosi al 100% su diversi fronti.
Michael resta fedele a sé stesso, tuttavia più passano le stagioni e più diventa davvero un punto di riferimento per i suoi impiegati. Per quanto strano questo possa sembrare.
Scopriamo che il regional manager è più di un burlone incompetente: riesce a commuoverci, a farsi amare e a far mantenere il posto di lavoro a tutti gli impiegati, nonostante l’economia non sia propriamente favorevole al business della carta.
Uno dei personaggi più interessanti da seguire è sicuramente Darryl Philbin. Il cinico responsabile di colore del magazzino interpretato da Craig Robinson si mette in gioco, sopporta le battute fuori luogo di Michael, fa carriera e riesce dove altri – sulla carta più dotati – falliscono.
Personalmente ritengo sia uno dei personaggi dal percorso più interessante e più positivo, per cui l’etica del lavoro alla fine premia per davvero.
Anche Dwight, nel suo piccolo, cambia. Non molto, sia chiaro, ma lascia trasparire momenti di rara umanità, vera sofferenza e un attaccamento profondo e sincero verso una collega. Dietro l’armatura di venditore infallibile, vediamo sempre più i problemi di un uomo “vero” (per quanto sui generis come solo Dwight sa essere).
Ci sono anche impiegati che non cambiano, sia chiaro, ma nell’insieme l’impressione è proprio quella di osservare l’evoluzione di un gruppo di comuni esseri umani.
Ancora una volta, è un assaggio di vita “vera”.
9. I momenti cringe
The Office è una serie comedy, ma non è certo Friends.
La comicità di The Office è cinica, spesso acida, velenosa e imbarazzante.
Le battute fuori luogo di Michael su sesso, amore, etnia, religione e qualsiasi altra cosa funzionano perché sono scomode e dirette, come se uscissero dalla bocca di un bambino (e da un certo punto di vista, il personaggio di Carell è parecchio infantile).
Questo non vuol dire che tutta la comicità di The Office si affidi a questo tipo di freddure, sia chiaro.
Ci sono scene che strappano una risata semplicemente perché sono incredibilmente divertenti, nel senso più classico del termine.
Un esempio? Questa:
O questa:
O questa:
E soprattutto… Prison Mike:
E potrei andare avanti con decine e decine di altri video. Ma la cosa migliore è guardare la serie intera.
10. Una storia che ti coinvolge come poche
Tutti i punti che ho citato più sopra si possono riassumere in uno solo: le storie che vengono raccontate durante gli episodi di The Office sono imprevedibili e ti lasciano sempre con la voglia sapere cosa viene dopo.
Ci sono delle storyline che durano per stagioni intere e che vengono portate avanti con il giusto passo, ma la verità è semplicemente che ogni episodio fa un po’ storia a sé (a parte quelli speciali in due parti).
Una volta cominciata la visione non si riesce più a smettere, per una serie di motivi.
Per i personaggi, a cui ci si affeziona, oppure semplicemente per vedere quale nuovo scherzo Jim escogiterà nei confronti di Dwight. O per scoprire quale nuova “causa” verrà sostenuta da Michael, a modo suo. Oppure quale sarà il tema del prossimo party di Natale e così via…
Per quasi tutte le stagioni c’è un sapiente lavoro di scrittura che culmina negli episodi finali, dove si tirano sempre le fila o si assiste a uno snodo importante della narrativa.
Ci sono decisioni importanti e momenti difficili, che non ti piaceranno. Ma la voglia di continuare, quella non verrà mai meno.
E una volta finite le nove stagioni? Si apre la caccia online a video di interviste, bloopers, ospitate degli attori a talk show, podcast di approfondimento (c’è quello di Jenna Fischer-Pam e Angela Kinsey-Angela che merita, anche solo per le interviste agli altri membri del cast), merchandising di vario tipo, eccetera… tutto per riempire il vuoto che The Office lascerà (anche) nel tuo tempo libero.
E anche un po’ nella tua vita.
Dove vedere The Office?
Ti ho convinto a dare una possibilità a The Office? Sì?
Fidati, mi ringrazierai.
Bene, ora è il momento di vederla. Ma dove?
Come detto, in Italia la serie è stata un po’ maltrattata a livello di messa in onda televisiva, quindi non ti aspettare di vederla nel palinsesto di qualche canale in chiaro.
Ci viene in aiuto lo streaming on demand, per fortuna. Nel momento in cui scrivo, tutte e nove le stagioni sono disponibili su Amazon Prime Video (anche con l’audio originale, straconsigliato).
Buona visione.