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sabato 24 Luglio 2021

Rapporto Civita su nuovi modelli e sviluppi digitali dei musei

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Un vero e proprio ‘decalogo’ con dieci proposte concrete per trasformare anche dal punto di vista della fruizione a distanza i nostri musei: è quello messo a punto dal Rapporto Civita, ‘Next generation culture: tecnologie digitali e linguaggi immersivi per nuovi pubblici della cultura’ edito da Marsilio, promosso dall’associazione culturale in collaborazione con Icom-Italia e illustrato alla presenza del ministro della Cultura Dario Franceschini e del presidente dell’associazione Civita Gianni Letta, nella sala Spadolini del Mic e online sulla homepage della AdnKronos. Un decalogo cui si accompagnano proposte, idee, sollecitazioni per introdurre nuovi modelli organizzativi, nuove occasioni di interazione digitale, nuove offerte di business. 


Le dieci ‘regole-chiave’ per la comunicazione dei musei riguardano altrettante esigenze richiamate dal Rapporto Civita: essere digitalmente presenti; privilegiare la comunicazione per immagini; pensare palinsesti e produzioni innovative; adattare la visualizzazione ai formati mobile; interagire e rispondere sempre al pubblico; rendere il museo un luogo della scoperta e dell’immaginazione; essere chiari negli obiettivi e dinamici nelle strategie; rafforzare la dimensione ludica del museo; sviluppare nuovi approcci narrativi e di ‘storytelling’; garantire un ascolto costante della propria audience. 

Più generale, vengono indicate alcune ‘policy’ prioritarie, a iniziare dall’individuare quali siano “le reali esigenze del settore culturale, mettendole in relazione con le risorse e le soluzioni tecnologiche esistenti. Per garantire la sostenibilità dei processi – si sottolinea – occorre vedere nell’innovazione tecnologica nuovi modelli di business e non semplicemente un accompagnamento o una sostituzione di modelli esistenti”. 

Inoltre, il Rapporto Civita suggerisce di “adottare una visione di lungo periodo ancorata alla capacità di far rete fra operatori, imprese e istituzioni culturali, sfruttando la tecnologia come fattore abilitante; garantire, da parte delle pubbliche amministrazioni, un investimento nelle ‘digital skills’ all’interno delle istituzioni culturali, ad esempio mediante la costruzione di una piattaforma condivisa utile soprattutto ad operatori di piccola dimensione e budget ridotti; progettare modelli ‘data driven’ di misurazione delle performance, che garantirebbero più elevati standard di efficacia ed efficienza alle soluzioni innovative adottate”. 

E ancora: “immaginare uno sviluppo delle esperienze ludico-didattiche da vivere all’interno degli spazi culturali e da veicolare all’esterno attraverso soluzioni e strumenti digitali, creando opportunità di fruizione diffusa per intercettare la domanda ancora inespressa dei più giovani; e attutare uno sforzo collettivo di ‘community building’, per rafforzare il senso di appartenenza della società civile al patrimonio storico-artistico dei territori, considerando la comunità quale protagonista del concetto di patrimonio culturale aperto, fatto non solo di beni da tutelare ma di esperienze da vivere”. 

Infatti, spiegano gli autori del Rapporto Civita, l’esperienza vissuta a causa della pandemia per il Covid ha impartito diversi insegnamenti: anzitutto, “è necessario ripensare i modelli organizzativi e valorizzare in modo innovativo il patrimonio culturale, favorendo attraverso il digitale un’accessibilità molto più ampia ed inclusiva rispetto al passato”. Poi, “le offerte digitali devono consentire l’esperienza, la personalizzazione e la possibilità di scambiare informazioni: è fondamentale che sia elaborata dall’istituzione culturale una ‘web strategy’ al fine di definire le scelte digitali, i target, i linguaggi, le policy, le modalità e gli strumenti di monitoraggio”. 

Non a caso, si sottolinea nelle premesse al Rapporto Civita, “durante la pandemia globale, i media digitali hanno vissuto un’età dell’oro, costituendo un ponte per rimanere connessi attraverso un’entusiasmante gamma di esperienze e favorendo la penetrazione nel settore culturale di linguaggi immersivi, tecnologie virtuali e aumentate”. Per i musei, “le indagini nazionali e internazionali hanno confermato alcune criticità strutturali del settore, legate in particolare al fatto che la comunicazione digitale spesso non è accompagnata dalla presenza di una strategia apposita, da adeguate figure professionali e da investimenti a lungo-medio termine”. 

Così, l’emergenza Covid ha messo in evidenza che “il rapporto tra musei e digitale è complesso, variegato e non sempre al passo con i tempi e i modi che la liquidità e la pervasività tecnologica impongono per destare l’interesse in particolare delle generazioni più giovani. Sono soprattutto i piccoli e medi musei che faticano, spesso per carenza di budget e di competenze, a tenere il passo con l’evoluzione del digitale”. 

In particolare, nelle oltre 7.000 risposte fornite al sondaggio lanciato online al pubblico dalla direzione generale Musei del ministero della Cultura, durante la prima fase del lockdown, risulta che il 72% ha visitato siti Internet o profili social di musei, italiani o stranieri: sito del museo, Facebook, YouTube e Instagram sono state le piattaforme e i canali prescelti, rispettivamente dal 74%, 56%, 38% e 36% degli intervistati. 

I contenuti preferiti e maggiormente apprezzati sono stati i video (76%), le foto (56%), conferenze e seminari on line (34%). Ma, si legge nel Rapporto Civita, “la comunicazione rimane prevalentemente mono-direzionale e con uno scarso grado di interazione”, considerato che il 73% di coloro che hanno frequentato siti e profili social dei musei si è astenuto da qualunque tipo di ‘feedback’. Quasi 7 su 10 ritengono tuttavia che una proposta digitale di elevata qualità potrebbe contribuire al rilancio delle visite in presenza e ben 6 su 10 sarebbero disposti a pagare 3 euro per una visita guidata di un museo effettuata a distanza in compagnia del direttore o di un esperto a sua completa disposizione. 

Sulla base del rapporto individuale con il mondo della cultura, sono quindi emersi dal campione cinque profili a cui corrispondono diversi atteggiamenti rispetto alle soluzioni digitali adottate dai musei durante la chiusura: gli appassionati (48% degli intervistati); gli addetti ai lavori (23%); gli affezionati (14,8%); gli occasionali (11,9%); i tiepidi (meno del 2% del campione). In particolare, “viene considerata la realtà virtuale, che mira a creare un’esperienza sensoriale che spesso coinvolge i diversi sensi, a differenza della realtà aumentata che prevede la possibilità di inserire nel contesto fisico elementi ulteriori in senso informativo e narrativo, in chiave testuale e visuale”. 

Ebbene, dalla analisi del Rapporto Civita emerge che “la quantità, se non la qualità, dell’esperienza online offerta dai musei durante l’ultimo anno non è stata in grado di garantire la costruzione di una relazione digitale continuata e significativa con gli utenti, probabilmente per una carenza di visione strategica complessiva, oltre che di efficacia dello strumento specifico della realtà virtuale”. 

Guardando al mercato, fra i principali ambiti in espansione spicca “l’intersezione tra arte e videogiochi, con la ‘gamification’ che si propone quale supporto per coinvolgere in chiave ludico-didattica soprattutto i pubblici giovani; la sperimentazione di modalità innovative di applicazione della realtà virtuale a servizio della cultura e della creatività”. 

Inoltre, “la creazione di piattaforme che, grazie alla computer vision, riconoscono opere d’arte consentendo all’utente di visualizzare contenuti multimediali extra sul device e orientarsi lungo percorsi tematici; l’applicazione in ambito turistico di tecnologie immersive in grado di condizionare il processo di scelta e acquisto di destinazioni o esperienze; la realizzazione negli spazi urbani di opere digitali in realtà aumentata, fruibili attraverso l’utilizzo di smart device e appositi visori”. 

(di Enzo Bonaiuto) 

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