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martedì 22 Giugno 2021

Studio italiano, anticorpi Covid durano 8 mesi dopo infezione

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“Gli anticorpi neutralizzanti contro Sars-CoV-2 persistono nel sangue per almeno otto mesi dopo l’infezione”. E’ quanto evidenzia una ricerca condotta dall’Irccs San Raffaele di Milano in collaborazione con l’Istituto superiore di Sanità. Secondo lo studio, “gli anticorpi neutralizzanti persistono nei pazienti fino ad almeno otto mesi dopo la diagnosi di Covid-19, indipendentemente dalla gravità della malattia, dall’età dei pazienti o dalla presenza di altre patologie. Non solo – evidenziano i ricercatori – la loro presenza precoce è fondamentale per combattere l’infezione con successo: chi non riesce a produrli entro i primi quindici giorni dal contagio è a maggior rischio di sviluppare forme gravi di Covid-19”. Lo studio, pubblicato su ‘Nature Communications’, “mappa in modo così esaustivo l’evoluzione nel tempo della risposta anticorpale al Covid-19 e fornisce importanti indicazioni sia per la gestione clinica della malattia – attraverso il riconoscimento dei pazienti a maggior rischio di forme gravi – sia per il contenimento epidemiologico della pandemia”, spiegano gli esperti.  

La ricerca, condotta dall’Unità di Evoluzione e trasmissione virale dell’Irccs ospedale San Raffaele, diretta da Gabriella Scarlatti, in collaborazione con i ricercatori del San Raffaele Diabetes Research Institute diretto da Lorenzo Piemonti, ha sviluppato un particolare test per gli anticorpi sfruttando le competenze e le tecniche già impiegate per lo studio degli anticorpi coinvolti nella risposta auto-immunitaria alla base del diabete di tipo 1.  

I ricercatori del Centro per la Salute globale e del dipartimento di Malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità (Iss), coordinati da Andrea Cara e Donatella Negri, sfruttando le competenze e le tecniche già impiegate per lo studio dei vaccini anti-Hiv, hanno lavorato in stretto contatto con il gruppo di Gabriella Scarlatti per sviluppare un nuovo metodo per la valutazione degli anticorpi neutralizzanti contro Sars-CoV-2. Lo studio è stato condotto seguendo nel tempo 162 pazienti positivi a Sars-CoV-2, con sintomi di entità variabile, che si sono presentati al pronto soccorso dell’ospedale San Raffaele durante la prima ondata della pandemia in Italia. I primi campioni di sangue sono stati raccolti al momento della diagnosi e risalgono a marzo-aprile 2020, gli ultimi a fine novembre 2020. “Il gruppo di pazienti è composto al 67% da maschi, con un età media di 63 anni – riporta la ricerca – Il 57% soffriva di una seconda patologia oltre al Covid-19 al momento della diagnosi, l’ipertensione (44%) e il diabete (24%) le più frequenti. Su 162 pazienti, 134 sono stati ricoverati”.  

Oltre agli anticorpi specifici e neutralizzanti contro Sars-CoV-2, i ricercatori hanno indagato nei pazienti anche la riattivazione degli anticorpi per i coronavirus stagionali (quelli responsabili del classico raffreddore) con l’obiettivo di verificare il loro impatto sulla risposta contro Sars-CoV-2. “Questi anticorpi riconoscono parzialmente il nuovo coronavirus e possono riattivarsi a seguito del contagio, pur non essendo efficaci nel neutralizzarlo – spiega Gabriella Scarlatti, che ha coordinato la ricerca – Il timore era che la loro espansione potesse rallentare la produzione degli anticorpi neutralizzanti specifici per Sars-CoV-2, con effetti negativi sul decorso dell’infezione.”  

“Questo lavoro rappresenta un entusiasmante sforzo di collaborazione – sottolineano Andrea Cara e Donatella Negri – che unisce il nostro interesse nella valutazione della risposta immunitaria contro diversi agenti infettivi con l’esperienza all’interno delle nostre istituzioni, focalizzata sullo sviluppo di metodi immunologici innovativi, efficaci e capaci di dare risposte in tempi rapidi”.  

“Contrariamente a quanto emerso da studi precedenti, la presenza precoce di anticorpi neutralizzanti contro Sars-CoV-2 è effettivamente correlata a un migliore controllo del virus e a una maggiore sopravvivenza dei pazienti – ricordano i ricercatori – Per fortuna questo è vero nella maggior parte dei casi: il 79% dei pazienti arruolati ha infatti prodotto con successo questi anticorpi entro le prime due settimane dall’inizio dei sintomi. Chi non ci è riuscito è risultato a maggior rischio per le forme gravi della malattia, indipendentemente da altri fattori come l’età o lo stato di salute. Allo stesso tempo, la presenza degli anticorpi neutralizzanti, pur riducendosi nel tempo, è risultata molto persistente: a otto mesi dalla diagnosi erano solo tre i pazienti che non mostravano più positività al test. La persistenza di questi anticorpi per almeno otto mesi è indipendente dall’età dei pazienti o dalla presenza di altre patologie”.  

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