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mercoledì 12 Maggio 2021

La storia di Anna: “Cancro a 15 anni, i 30 erano miraggio: ho festeggiato i 60”

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“Avevo 15 anni nel 1972”. Comincia così il racconto di Anna Bassi. Il suo volto, mentre sorride incorniciata da fiori speciali – in grado di dare nuova linfa alla ricerca scientifica – campeggia nell’immagine della campagna con cui la Fondazione Airc promuove la giornata delle sue Azalee, domenica 9 maggio, Festa della mamma: i volontari Airc, compatibilmente con le indicazioni delle autorità sanitarie e di governo, torneranno nelle piazze per distribuirle a fronte di una donazione di 15 euro che andrà a sostenere l’attività degli scienziati contro il cancro, la malattia che ha colpito Anna quando era una ragazza alle prese con la scuola, gli amici.  

“Un ciclo mestruale molto abbondante convinse mia madre che era meglio portarmi dal medico, il quale a sua volta disse di andare al pronto soccorso. E da lì iniziò il mio cammino” di paziente oncologica, spiega all’Adnkronos Salute Anna, che nel 2021 di anni ne compie 64. “Ho avuto la ‘fortuna’ di essere ricoverata all’Istituto nazionale tumori di Milano e di incontrare Francesco Di Re, il medico che mi ha salvato. Di lui ho un ricordo chiaro, di quando è entrato nella stanza d’ospedale in cui ero ricoverata per raccontarmi cosa avevo: mi disse che era un tumore all’utero, che è un organo che serve per fare figli e che me lo avrebbero tolto per darmi la vita. Rimasi colpita. Erano tempi in cui la parola cancro non veniva neanche pronunciata”, dice.  

“Nel letto accanto al mio c’era una ragazza di 21 anni, Maddalena. Veniva da Reggio Calabria”, ricorda. Quando sentì le parole del camice bianco che parlava ad Anna della sua malattia, “disse che a lei i medici non avevano raccontato le stesse cose con questa trasparenza e chiarezza. E allora ricordo le lacrime che rigarono il viso di quest’uomo del Molise, dall’aspetto duro nel suo camice bianco, i tratti sanniti. Ho visto lo sguardo addolcirsi mentre le rispondeva”. Maddalena non ce l’ha fatta, è morta il 15 novembre di quell’anno. Anna invece è cresciuta. “E adesso sono qui, ho tanti anni in più. Per i 60 ho fatto una grande festa, perché quando ero 15enne mi chiedevo se avrei mai avuto la possibilità di raggiungere i 30. Ho doppiato il traguardo e andava festeggiato”, sorride. 

Per curare il tumore, Anna finisce in sala operatoria, i chirurghi le tolgono l’utero e poi è la volta della radioterapia, allora molto più usata della chemio. “Ero magrissima, uno scheletrino, la convalescenza è stata lunga – ha avuto modo di raccontare nella sua testimonianza per l’Airc – Ma mi sono ripresa bene e sono tornata alle mie giornate” di ragazza.  

“All’epoca tutto veniva fatto nel silenzio – evidenzia – io non sapevo neanche cosa fosse un cancro, l’ho avuto, mi sono salvata e ho messo quel momento della mia vita nel dimenticatoio. E’ parte del mio carattere di inguaribile ottimista. Ma ricordo gli sguardi di compatimento delle pazienti più anziane nel reparto. E penso che oggi non è più così. Innanzitutto c’è la prevenzione e tutto ciò che circonda questo mondo. Ho visto i progressi della ricerca, passi da gigante che si possono vedere anche nelle cose più banali. Persino nei dispositivi usati per le analisi o per le flebo”.  

Un cancro all’utero per una ragazza “significava prognosi nefasta – continua la testimonial Airc – E se sopravvivevi, niente figli. Ma io il mio bambino l’ho avuto, l’ho adottato. L’ho stretto tra le braccia a 40 giorni di vita, bello come il sole. Oggi ha 31 anni e sono fortunata perché è un bravo ragazzo, è maestro di tennis laureato in Scienze motorie. Il medico che mi ha salvato è stato il padrino al suo battesimo”.  

Anna oggi si divide fra il lavoro all’Ibm e l’attività di volontariato per l’Airc. “Cosa direi a una ragazza che si ammala oggi? Che grazie alla ricerca ha davanti tante strade percorribili, di non aver paura, di affidarsi, di vivere con ottimismo e amare la vita”, esorta.  

La sua esperienza con l’Associazione per la ricerca sul cancro comincia proprio grazie al figlio: “Nel 2003 ero rappresentante di classe e mi hanno coinvolta nel progetto ‘Cancro io ti boccio’, ideato per le scuole. Mi sono pian piano lasciata coinvolgere, a cominciare dall’iniziativa delle Arance della salute, con un banchetto nel mio piccolo paese, Bellinzago Lombardo. Poi l’azalea, i cioccolatini – elenca – Nell’azienda dove lavoro ho ‘reclutato’ tante colleghe che ora fanno le volontarie. Siamo ‘ricercatori di fondi’”. Ogni appuntamento “mi regala qualcosa, è costruttivo. Una volta un ragazzo ha donato 1.000 euro, dicendoci che a sua moglie non servivano più perché se ne era andata proprio per un tumore. Mi commuovo ancora quando ci ripenso. Un’altra volta, invece, un bimbo ci ha portato tutte le monetine del suo salvadanaio per regalare l’Azalea alla mamma”.  

Quest’anno Anna presta il suo volto insieme a un’altra testimonial, Paola Storti, mamma e ricercatrice Airc nel Dipartimento Medicina e Chirurgia Università di Parma, a capo di un progetto sul mieloma multiplo. “Oggi ripeto ancora il mio appello – conclude – Venite in piazza e date il vostro contributo. Porterete a casa un’azalea e diventerete anche voi parte di questo mondo”. Un gesto che vale non soltanto “per i ricercatori”, ma per “tutti coloro che grazie alle scoperte della ricerca hanno potuto essere salvati e continueranno a esserlo”. 

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