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martedì 22 Giugno 2021

Funivia Mottarone, udienza convalida: tre fermati davanti al giudice

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E iniziata in carcere a Verbania l’udienza di convalida per il gestore dell’impianto della funivia del Mottarone Luigi Nerini, il capo servizio Gabriele Tadini e il direttore di esercizio Enrico Perocchio in stato di fermo dall’alba di mercoledì per il disastro di domenica 23 maggio quando una cabina è precipitata uccidendo 14 dei 15 turisti a bordo. I tre vengono ascoltati dal gip Donatella Banci Buonamici la quale dovrà decidere se convalidare la prima misura presa dalla procura di Verbania per evitare una possibile fuga e l’ordinanza di custodia cautelare che mette nero su bianco, in dieci pagine, le accuse per omicidio colposo plurimo, lesioni colpose, rimozione dolosa di sistemi di sicurezza. 

Tadini, interrogato dal procuratore capo Olimpia Bossi e dal pm Laura Carrera, è l’unico che ha ammesso di aver lasciato il blocco sui freni impedendo alla cabina, una volta che la fune traente si è spezzata per cause da accertare, di restare ancorata al cavo portante. Una scelta “consapevole” dettata dai continui blocchi del sistema frenante e dunque dal rischio che la cabinovia si fermasse a metà corsa costringendo a pericolosi recuperi i passeggeri, ma soprattutto dalla volontà di evitare una lunga chiusura dell’impianto per manutenzione. 

La decisione per i magistrati è condivisa sia con Nerini, difeso dall’avvocato Pasquale Pantano, sia dall’ingegnere Perocchio assistito dal difensore Andrea Da Prato. I due, fermati in caserma a Stresa dopo la confessione di Tadini ma mai sentiti dai pm, l’avrebbero avallata per evitare “ripercussioni di carattere economico”. I pm credono a Tadini perché sarebbe illogico pensare che un semplice dipendente compia da solo una scelta pericolosa da cui non ha “alcun vantaggio”. Nerini, per gli inquirenti “è operativamente e quotidianamente convolto nelle operazioni di funzionamento” e ha un interesse a forzare le procedure di sicurezza per non perdere gli incassi già quasi azzerati dal Covid. Anche Perocchio, secondo la procura, “era assolutamente consapevole delle anomalie che il sistema frenante presentava da tempo, come sapeva che “erano necessari interventi più radicali”.  

Per tutti la procura chiede il carcere sostenendo sia l’ipotesi di fuga, che il possibile inquinamento probatorio e la reiterazione del reato. L’avvocato Marcello Perillo che assiste Tadini chiederà, invece, gli arresti domiciliari di fronte a dichiarazioni genuine, a suo dire, che il dipendente 63enne è pronto a ripetere. Nessuna certezza sulle scelte difensive degli altri due indagati, potrebbero negare di essere a conoscenza dell’uso del ‘forchettone’, né se chiederanno di lasciare il carcere. 

Nella richiesta di convalida emerge inoltre che Tadini è indagato per falso, ha ammesso che il giorno del disastro e quello prima non ha annotato nel registro giornale la presenza di un “rumore riconducibile alla presumibile perdita di pressione del sistema frenante della cabina, che si ripeteva ogni 2-3 minuti”, per ovviare al quale decide – poco dopo le 9 di domenica mattina – di lasciare inseriti i forchettoni rossi. La procura lavora all’ipotesi che le alterazioni di atti pubblici siano ben più numerosi e che ci sia un “coinvolgimento” anche degli altri due fermati nel falsificare gli atti sulla sicurezza. 

Al termine degli interrogatori di convalida il gip Donatella Banci Buonamici si riserverà, con ogni probabilità, sulla scelta di lasciarli in carcere prima di comunicare alle parti, a stretto giro, la sua decisione. “E’ una cosa allucinante, sono morti anche dei bambini a cui è stata strappata la vita. Io sono garantista ma se colpevoli gli devono dare l’ergastolo”, dice un cittadino che davanti al carcere tiene tra le mani il cartello ‘Se colpevoli ergastoli’. A pochi passi dall’ingresso del carcere, sulla ringhiera di una scuola c’è un lenzuolo ‘Un abbraccio al piccolo Eitan da tutti noi’. L’unico sopravvissuto alla tragedia è ricoverato all’ospedale infantile Regina Margherita di Torino. 

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