Monoclonali a casa, il parere degli esperti

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Anticorpi monoclonali a casa. Parere in gran parte positivo da parte degli esperti per il loro utilizzo a livello territoriale in coordinamento con l’ospedale, come sarebbe previsto dal nuovo protocollo ministeriale per le cure anti-Covid a domicilio che si attende a giorni. 

Anticorpi monoclonali Covid, Sperimentare “le cure anti-Covid con anticorpi monoclonali a domicilio è utile”, dice il farmacologo Silvio Garattini all’Adnkronos Salute, “perché il momento in cui questi trattamenti sembrano essere più efficaci è proprio la fase precoce della malattia e non sono indicati in ospedale su pazienti già in fase avanzata”. La possibilità di utilizzare gli anticorpi monoclonali sul territorio, in coordinamento con l’ospedale, sarebbe previsto dal nuovo protocollo ministeriale per le cure anti-Covid a domicilio che si attende a giorni. Garattini però premette che “questi farmaci in generale necessitano di maggiori conoscenze”. 

“Siamo ancora in una situazione sperimentale, non possiamo dare per acquisito il loro impiego e la loro efficacia – sottolinea – e bisogna per questo consolidarne l’uso nella pratica per vedere qual è il rapporto beneficio-rischio. Dunque – conclude – la sperimentazione a domicilio è utile proprio perché offre la possibilità di studiarli nelle fasi precoci della malattia”. 

“Stiamo per realizzare uno studio sull’utilizzo degli anticorpi monoclonali per via intra-intramuscolo” dice all’Adnkronos Salute il virologo dell’Università di Milano Fabrizio Pregliasco. Saranno, spiega, “da comparare all’uso endovena, già autorizzato, per vedere se questa somministrazione può essere adottata. Se il nostro Comitato etico darà l’ok, partirà uno studio, che è multicentrico, e per il quale speriamo di riuscire subito a reclutare almeno una decina di pazienti. Questa via di somministrazione potrebbe esemplificare le cose”, anche in vista delle cure domiciliari con questi medicinali. 

In particolare, poi, nel nuovo Protocollo sulle cure domiciliari per i pazienti Covid, elaborato dal Dipartimento prevenzione del Ministero della Salute, e atteso a breve, “viene sottolineata la possibilità di avviare i pazienti affetti da Covid di recente insorgenza e con sintomi lievi-moderati, alla terapia con anticorpi monoclonali”. Secondo Pregliasco “è importante rafforzare la vicinanza ospedale-territorio, quindi l’allerta del medico che deve sempre mantenere il contatto con il paziente positivo, in modo da somministrarli quanto più possibile in fase precoce in ambiente protetto. Credo sia un elemento da valutare per confermare risultati che sembrano interessanti”. 

 

“Monoclonali anti-Covid a domicilio? Tutte le cure e le forme di assistenza a casa sono benvenute” dice all’Adnkronos il virologo Giovanni Maga, direttore dell’l’Istituto di genetica molecolare del Cnr di Pavia. “Ovviamente è necessario che ci sia un’organizzazione adeguata per la sicurezza e la somministrazione con le adeguate accortezze. E un protocollo ben definito”. “Fino ad oggi – ha ricordato Maga – i monoclonali sono stati somministrati in regime ospedaliero perché vengono infusi per endovena, lentamente. E’ una procedura che non sempre è facile da fare a domicilio. Con metodi di somministrazioni differenti, che potrebbero arrivare presto, ci sarebbero meno problemi. Tutte le cure che vengono fatte a domicilio contribuiscano ad alleggerire il sistema sanitario nazionale”. 

Inoltre “il monoclonale contro Covid va dato all’asintomatico (o pauci sintomatico) che ha un rischio elevato di progressione, quindi a una persona tendenzialmente fragile e per la quale, magari, il day hospital può rappresentare un momento traumatico. Dunque se si riuscirà a fare questa terapia a domicilio è una buona cosa. Ovviamente servirà un protocollo che assicuri la possibilità di somministrare il farmaco in maniera corretta”. 

“Monoclonali anti-Covid in terapia domiciliare? Il mio è un ‘ni'”. A dirlo all’Adnkronos Salute è Antonella D’Arminio Monforte, direttore di Malattie infettive, Asst Santi Paolo e Carlo di Milano, uno dei reparti che somministra, su autorizzazione dell’Aifa, la cura. “Non perché non sarebbe possibile ma perché ci sono due problemi importanti: la selezione dei pazienti, che è abbastanza complessa. E la gestione di eventuali effetti avversi”. 

Per la selezione dei pazienti, in particolare, “ci vuole un ‘occhio allenato’ – precisa l’infettivologa – perché la terapia può essere fatta solo a pazienti che non abbiano un’infezione troppo avanzata, che abbiano dei fattori di rischio per lo sviluppo di un’infezione più grave e che abbiano sintomi da meno di 10 giorni. Purtroppo i pazienti che ci vengono inviati dai medici di medicina generale e che per loro sono idonei, per noi non lo sono. Il grande rischio è la selezione del paziente”. Oltre al problema della scelta, però, c’è anche il problema di eventuali rischi di choc anafilattico, che possono essere gestiti con meno facilità sul territorio. Questi farmaci si somministrano, infatti, “in vena, in circa un’ora, non è la stessa cosa di un farmaco orale o un intramuscolo. Il medico deve prevedere di rimanere due ore con il paziente, per ogni eventualità. Bisogna anche prevedere un assistenza con possibilità di urgenze rianimatorie, anche se rare. Fino ad oggi nel nostro centro abbiamo somministrato oltre 30 terapie e abbiamo avuto solo un caso, lieve, di choc”. 

 

 

 

 

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