Mediaset-Vivendi, gruppo francese dovrà risarcire 1,7 milioni per Premium

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Vivendi dovrà risarcire 1,7 milioni di euro a Mediaset e Rti per non aver rispettato gli obblighi “preliminari e prodromici” relativi all’acquisto di Mediaset Premium, ma il gruppo francese non ha violato i patti parasociali, né può essere accusato di concorrenza sleale. Con questa sentenza i giudici del tribunale civile di Milano hanno messo fine, dopo cinque anni, al primo round di una lunga e complicata partita in cui il gruppo di Cologno Monzese è pronto a fare appello solo per la cifra del risarcimento. La partita resta aperta sul piano penale. 

Nella sentenza dei giudici (Daniela Marconi, Amina Simonetti e il presidente Angelo Mambriani), che arriva a circa due mesi dall’ultima udienza dell’11 febbraio scorso, si stabilisce la violazione del contratto da parte di Vivendi ma si respinge l’idea che siano stati ‘raggirati’, stabilendo in 1,7 milioni di euro il risarcimento – oltre 1,2 milioni di euro in favore di Mediaset e circa 514 mila euro per Rti – ben lontana dalla cifra di 3 miliardi chiesta dal Biscione. 

Vivendi “avrebbe senza dubbio potuto invocare il rimedio risarcitorio per il deficit di informazioni di impatto rilevante sugli indicatori fondamentali dell’impresa, ma non esercitare il diritto di recesso o rifiutare la stipulazione del contratto definitivo di scambio azionario”. Il collegio ha ritenuto che l’operazione di acquisto, da parte di Vivendi, di azioni Mediaset a partire dal dicembre 2016 per un quantitativo di poco inferiore al 30% del capitale “non sia avvenuto in violazione delle previsioni del contratto” e che l’operazione “non possa essere ritenuta illegittima” in ragione della sentenza della Corte europea di Giustizia del 3 settembre scorso. Insomma nessuna concorrenza sleale. 

Respinte le altre richieste avanzate dal gruppo guidato dalla famiglia Berlusconi, compensate le spese processuali, rigettata la richiesta di Fininvest di un risarcimento per danno di immagine per il passo indietro dei francesi, è la sintesi della sentenza di quasi 90 pagine. 

E’ l’estate 2016 quando Vivendi si ‘rimangia’ il contratto firmato l’8 aprile, cambiando le carte in tavola e mandando all’aria quella che viene annunciata come “un’alleanza strategica” per cogliere “ogni opportunità di sviluppo nel nuovo scenario globale del settore media”. Il 25 luglio il gruppo francese inoltra una proposta alternativa dell’operazione: confermato lo scambio del 3,5% del capitale di Vivendi e del 3,5% del capitale di Mediaset, ma viene proposto l’acquisto del 20% del capitale di Mediaset Premium e non più del 100% della pay tv e di arrivare a detenere in tre anni circa il 15% del capitale di Mediaset attraverso un prestito obbligazionario convertibile, con l’effetto di diluire il potere della famiglia Berlusconi. 

Il gruppo del finanziere bretone Vincent Bolloré chiede in sintesi di non farsi carico della tv a pagamento ritenuta poco conveniente e di avere più azioni di quella generalista che invece continua a macinare utili. Una proposta indecente per il gruppo di Cologno Monzese, mentre per l’amministratore delegato di Vivendi Arnaud de Puyfontaine, il cambiamento fa seguito a una “difformità nell’analisi dei risultati” di Premium. 

La decisione di non onorare il contratto dà il via alla battaglia tra i due gruppi e porta, nell’agosto 2016, all’atto di citazione per ottenere l’esecuzione coattiva del contratto e “il risarcimento dei danni sin qui subiti da Mediaset stimati per ora in un importo pari a 50 milioni di euro per ogni mese di ritardo nell’adempimento da parte di Vivendi a partire dal 25 luglio 2016”. Nonostante i tentativi di trovare un accordo fuori dall’aula del tribunale, oggi sono i giudici di Milano, dopo più udienze a colpi di memorie e consulenze, a emettere il primo verdetto e un risarcimento che scontenta il gruppo del Biscione. Tutta ancora da definire, invece, la battaglia sul fronte penale. 

La procura di Milano ha chiuso le indagini per i vertici di Vivendi, Vincent Bolloré e il ceo Arnaud de Puyfontaine, proprio sull’operazione del 2016 che portò il gruppo francese a effettuare diversi acquisti sul mercato di azioni Mediaset fino a salire a circa il 29% del capitale sociale di Mediaset che secondo il Biscione nascondeva l’intenzione di una scalata ostile al gruppo a seguito della ‘guerra’ scoppiata tra le due società per il mancato perfezionamento dell’accordo sulla compravendita di Mediaset Premium. 

Per i manager francesi le ipotesi di reato sono di “manipolazione del mercato” e “ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza”, relativi all’acquisto di azioni e su presunte comunicazioni ingannevoli. 

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