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martedì 20 Aprile 2021

Willie Peyote “A Sanremo per divertirmi”

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Bruno Bellini
Bruno Bellini
Direttore Responsabile Lifestyleblog.it - Classe '81, da Monopoli (Bari) Dal 2015 partecipa al Festival di Sanremo come giornalista accreditato e componente della Giuria Stampa.

Mancano pochi giorni all’inizio dell’edizione 2021 del Festival di Sanremo.

Alle kermesse della Canzone Italiana sarà in gara WILLIE PEYOTE, rapper e cantautore torinese in gara nella categoria campioni con il brano “MAI DIRE MAI (LA LOCURA)”.

D: Che emozione è tornare sul palco dopo alcuni esibizioni estive, tra cui quella che abbiamo ammirato al Locus Festival?

R: Beh, guarda, è sempre un’emozione. Mi mancherà la mia band perché, insomma, mi sentirò un po’ nudo senza di loro. Però sarà bello. Sarà diverso, perché è un programma televisivo innanzitutto, quindi lo vivremo in quell’ottica lì. Spero di divertirmi, vado anche e soprattutto per divertirmi e quindi spero che si divertano anche quelli a casa.

D: Per quanto riguarda il tuo testo, sei stato in tendenza su Twitter con un grande polverone. Volevo capire come ti fa sentire il fatto che già solo il testo abbia smosso gli animi, cosa che credo sia poi un po’ l’obiettivo del tuo singolo.

R: Si, l’obiettivo di tutta la musica che faccio è sempre cercare di sviluppare una discussione intorno alle cose che dico. Non vorrei però che fosse vissuta, come invece è capitato ieri, come una sfilza di insulti ai miei colleghi, di frecciatine, quanto come un discorso sulla musica, su come noi la percepiamo e la viviamo anche all’interno, tra addetti ai lavori.

Se l’accusa è: “Sei un boomer perché te la prendi con TikTok”, vuol dire che non hai letto bene la frase. Se l’accusa è: “Te la sei presa con Achille Lauro”, l’hai visto tu Achille Lauro, perché io non citavo lui nel discorso sulla Trap e l’approccio misto che c’è adesso nella musica Rap, chiamiamola così. Se te la prendi per la frase sul twerk, di nuovo hai decontestualizzato il concetto. Se mi accusi di mansplaining, spiegami dove sto spiegando qualcosa cosa. Perché quella domanda è una domanda, è un dubbio e in realtà va contestualizzato anche quello, perché io mi riferisco al contesto nel quale si fanno le cose, non al twerk di per sé. E non è un caso che arrivi quella frase dopo una citazione di Morgan, perché quella frase si riferisce a Sanremo e non al twerk in generale.

Detto ciò, io accetto le critiche, accetto anche le prese in giro perché se uno sale sul palco e prende in giro gli altri, è giusto che venga preso in giro lui per primo. Io col pezzo mi prendo in giro da solo, speravo che passasse il messaggio ma probabilmente senza musica passa meno. Si crea il polverone, che è comunque un mio obiettivo, non mi nascondo dietro un dito. Io sapevo che sarebbe successo, l’ho scritto anche un po’ apposta. L’ho scritto però in modo che non ci fosse niente di chiaramente offensivo perché non mi piace offendere la gente.

Dopodiché, se mi chiedono perché l’ho scritto, io cercherò di spiegarlo. Altro non so dire. Ci sta anche che uno non voglia ascoltare la mia spiegazione. Ci sta anche che chi non mi conosce legga solo il testo e dica: “Ma che cazzo vuole questo?”. Tutto legittimo. Mi diverto anche un po’, perché poi fa capire che ci vuol poco a triggerare la gente, ecco. Il gioco era quello, è un troll e ha colto nel segno.

D: Tu, in generale, cosa ne pensi di TikTok? Pensi che sia una piattaforma ottima per il lancio musicale oppure pensi che sia la morte dell’arte perché l’80% delle canzoni di oggi vengono fatte per diventare virali lì?

R: La domanda è posta nel modo giusto. Il problema non è TikTok, il problema è che, da quando è nato, siamo noi ad aver cambiato modo di fare la musica, ed è questa la domanda che mi porrei. TikTok non è un problema in sé, siamo sempre lì: è come lo usiamo.

Mi fa paura che le major aspettino qualcuno che fa il boom su TikTok per mettere sotto contratto quell’artista e non vadano a cercarseli come facevano una volta. Questo però non vuol dire che chi usa TikTok e chi l’ha trovato utile per lui e per la sua carriera sia un incompetente. Non mi permetterò mai di dire questa cosa. Mi fa paura quello che hai detto tu: che la musica stia cambiando per passare attraverso dei canali che già funzionano.

Io non sono contro il rinnovamento tecnologico o artistico, sto solo dicendo che: un conto è cambiare il formato per metterlo su CD, un conto è fare i tormentoni che devono durare tot secondi. Quello mi spaventa un po’ di più. Sono jingle, non è più “far la musica” quella roba lì. Però magari sbaglio io, devo ancora capire.

Comunque non ce l’ho con TikTok, sia chiaro. Ce l’ho con le major che aspettano TikTok per scoprire gli artisti, così come facevano due anni fa con Spotify, così come con Youtube due anni prima. Ma il lavoro di talent scouting che fine ha fatto?

D: E se la tua canzone diventa virale su TikTok? Perché succederà. Ne sei consapevole, vero?

R: Guarda, ti dico la verità, sarebbe come quando “Fuori dal Tunnel” di Caparezza è finito in discoteca. Lui nel pezzo discuteva di quel modo di divertirsi e va a finire proprio lì. Può succedere, in realtà è buffo e mi farebbe molto ridere. Io non pongo limiti alla provvidenza.

Se alla gente piace il pezzo, che lo ascoltasse come vuole. Te l’ho detto, io non voglio che sia vissuto come un attacco a TikTok. Se vi piace ascoltarla lì e fare i balletti (io non li so fare e non finirò lì su sicuramente), fate quello che volete, ci mancherebbe altro. La mia musica, una volta che la pubblico, diventa degli altri, non è più mia. Quindi ognuno ci fa quello che vuole.

D: In riferimento al testo, nello specifico alla frase sul twerk e il patriarcato, le persone che si sono lamentate hanno detto: “Ma deve venire Willie Peyote a spiegarci che cos’è il patriarcato?”. Visto che questo è un periodo storico dove qualunque tipo di frase può essere presa e interpretata, tu come rispondi a questo tipo di accusa?

R: Mah, ci sono due modi.

Non mi sembra calzante l’accusa di mansplaining perché non mi sono permesso di dire a nessuno come si lotta contro il patriarcato. Mi sono permesso di chiedere se il twerk all’interno di una kermesse come Sanremo, mentre si parla (tanto e con retorica) della varietà di genere, dei femminicidi etc., come è possibile che diventi simbolo militante. Ma in quel contesto lì, non fuori da lì. Io sono uno che ha seguito la polemica in America quando un’artista, di cui non ricordo il nome, ha twerkato a Washington con i pantaloncini degli Stati Uniti. Era un simbolo, dopo l’elezione di Biden,  dell’emancipazione femminile ma anche afroamericana. E lì lo capisco, ma c’è un percorso anche culturale diverso dal nostro. Un po’ mi dispiace, che noi mutuiamo le lotte di tutti attraverso un hashtag senza porci il problema di quanto siano davvero anche nostre. Questo era il quesito.

Dopodiché, io non mi permetterò mai di dire agli altri come devono fare quello che vogliono fare. La mia canzone non è un tentativo di spiegare alle donne come si combatte il patriarcato, è un tentativo di togliere la polvere e far vedere che io, in quanto uomo, oggi non posso permettermi di dire: “Però, contando che muore una donna al giorno uccisa dal compagno, forse abbiamo un problema più grosso del twerk in questo momento”. Ma magari sbaglio io. Volevo porla così, perché davvero, l’anno scorso ci furono dei momenti di una retorica imbarazzante e non è cambiato niente. Quest’anno gli omicidi sono scesi del 30% e i femminicidi sono rimasti uguali, anzi sono in aumento, e viviamo in un paese dove in ogni governo che viene eletto si contano le quote rosa. Ma siamo nel 2021, ancora dobbiamo contare le donne che ci sono dentro al governo, non è follia che siamo ancora qui a porci ‘sto problema? Il punto è che siamo un paese retrogrado, questo è quello che cerco di dire nel pezzo. Ma perché ci poniamo il problema del numero? Dovrebbe essere talmente scontato che ci siano le donne nel governo che non dovremmo più contarle! Il paradosso è quello, io volevo semplicemente cercare di dire questo.

Non voglio insegnare niente a nessuno, ma io non voglio mai insegnare niente a nessuno. Mi spiace che venga percepito così, ma io pongo delle domande e credo di essere legittimato a farlo.

Poi la gente mi dice: “Tu lo dici perché non sai twerkare”. Ma viva Dio, ma meno male, ma volete vedere me twerkare? Mi sembra una stronzata. Se la metti su quel piano, diventa uno scherzo per tutti.

Io non mi permetterò mai nemmeno di dire, a chi twerka, come si fa né dove farlo. Io mi ponevo il quesito: “Siamo davvero sicuri che in quel contesto lì sia un buon segnale?”. Per il pubblico medio, non per te che lo stai facendo. Come arriva alla gente? Tutto lì.

D: Per quanto riguarda la serata delle cover, tu hai scelto “Giudizi Universali” e volevo chiederti il perché di questa scelta.

R: L’ho scelta perché mi hanno detto: “Scegli la canzone che vuoi”. Ho scelto una canzone che mi piace tanto per farmi un regalo e quando Samuele ha accettato di cantarla con me, a parte la gioia e la commozione (l’ho preso anche come un attestato di stima quindi sono molto, molto contento), è stato anche un modo per prendersi una pausa dal gioco che faccio a Sanremo, di prendere tutti in giro, scherzare e fare un po’ il giullare, con un pezzo che riesce ad essere leggero e profondo in un modo diverso da come uso fare io ma che ha quel tipo di principio lì: dire delle cose cercando di mantenere una certa leggerezza ma, se poi scavi un secondo sotto la superficie, trovi davvero dei concetti importanti e il farsi delle domande. Quindi, mi hanno detto: “Scegli quello che vuoi” e io ho scelto un pezzo bello. Insomma, mi sembrava giusto farlo per tutti ma soprattutto l’ho fatto per me.

D: Il tuo dopo-Sanremo?

R: Mah, io spero di tornare a suonare. Spero che si torni a suonare presto, ne ho bisogno non solo lavorativamente ma anche fisicamente. Ne hanno bisogno tutti quelli della mia squadra, quindi l’unico obiettivo che ho è tornare a suonare. “Come” ci fanno suonare, va bene. Non è più quello il punto. È un anno che siamo fermi e non ce la facciamo proprio più, quindi l’unico obiettivo è quello.

D: Accetteresti mai di fare un programma TV o partecipare a un talent?

R: Un programma TV, se mi fanno scegliere come farlo, allora sì. Se posso fare il mio programma TV, me l’accollo senza problemi. Se devo partecipare a un talent, no. Non è la prima volta che mi viene proposto e ho già detto di no. Non sarei proprio nel mio, ma non perché io sia uno snob nei confronti dei talent. È che proprio non è il mio contesto e non sono neanche del tutto d’accordo che la musica si debba creare in quel modo lì. È il mio punto di vista, non voglio insegnare niente a nessuno. Però il talent no, mai.

D: Hai concluso il 2020 con “La depressione è un periodo dell’anno”, in cui analizzavi il post-lockdown in modo realistico e veritiero. Poi hai iniziato il 2021 invece con “La locura”, che non abbiamo ancora avuto il piacere di ascoltare, in cui critichi il fatto che la mediocrità venga prima del talento, in un certo senso. Quindi ti chiedo, in questo momento critico, che ruolo pensi possa rivestire davvero il mondo dello spettacolo? Ci potrà essere un’inversione di tendenza rispetto a quello che vediamo?

R: Mah, secondo me ci può essere un’inversione di tendenza ma, come cerco di dire nel brano, dobbiamo cambiare noi l’approccio. Nel senso che dobbiamo prenderci tutti un po’ meno sul serio in quanto “noi” e prendere più sul serio quello che facciamo e diciamo, il tentativo del brano è quello. Dovremmo porci nei confronti di quale che sia il discorso prendendo sul serio il tema di cui parliamo, prendendo sul serio le cose che facciamo e che diciamo, non noi stessi. L’artista non deve prendere sul serio se stesso ma quello che fa. Secondo me attraverso l’arte e lo spettacolo possiamo mandare un messaggio di questo genere anche alle istituzioni.

Poi si finisce sempre per fare una gara a squadre ed è preoccupante, secondo me, questo discorso. Dovremmo, insomma, non vivere tutto sul personale perché è assurdo. Se ti dico una cosa che non ti piace, prova a capirla, non prenderla sul personale come se ti avessero insultato il giorno del tuo compleanno, non ce l’ho con te. Nessuno ce l’ha con te direttamente. Questo secondo me è l’errore che facciamo spesso tutti, di vivere troppo sul personale le cose.

D: Musicalmente parlando, quali sono le caratteristiche fondamentali che deve avere una canzone per colpirti, per ascoltarla e farti emozionare?

R: Beh, allora, dev’essere bella. L’arte ha questa fortuna, deve piacere alla gente. Quindi, di base, il primo discrimine è che sia piacevole.

A me piace la musica che mi fa muovere culo e cervello contemporaneamente, questo è quello che mi piace e che cerco di riprodurre io. Vado a Sanremo con un pezzo in cassa dritta un po’ per prendere in giro me stesso ma anche per smuovere un po’ fisicamente la gente a casa. Cerco di dire qualcosa perché la musica solo per intrattenimento mi sembra un po’ fine a se stessa. Quindi cerco di ascoltare musica che abbia entrambe le componenti ed è per quello che sono cresciuto con artisti come i Subsonica, Daniele Silvestri, 99 Posse, Bersani stesso, i cantautori italiani ma anche gruppi esteri come i Rage Against the Machine: tutta gente che riusciva a mettere questi due componenti insieme. Il Rap, secondo me, è proprio un genere che lo fa di default: ha un groove importante che ti fa muovere testa e corpo e intanto cerca di dire delle cose.

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