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martedì 9 Marzo 2021

Covid, Clementi: “Sì chiusure mirate, no a terrorismo su varianti”

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“Ammettiamo che la variante di Sars-CoV-2 sia più diffusiva. Il dato su cui porre attenzione è questo, il resto non cambia. Non è più patogena, non ha caratteristiche diverse dal virus originario. E soprattutto è normale che ci siano queste varianti, ce ne sono centinaia al giorno, dall’inizio. E’ giusto e importante che vadano studiate e che il virus sia seguito nella sua evoluzione. Non mi pare corretto invece fare terrorismo psicologico sulle varianti, perché non ci sono comportamenti diversi da attuare se non le misure che già conosciamo. Detto questo, sono favorevole al fatto che si possa arrivare a chiusure mirate territorialmente definite, come si fa adesso, per limitarne la diffusione”. E’ la riflessione del virologo Massimo Clementi, intervistato dall’Adnkronos Salute. 

L’esperto, direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia dell’ospedale San Raffaele di Milano, docente all’università Vita-Salute, avverte: “Dobbiamo far passare un mese e mezzo o 2 per arrivare più vicini a una situazione più favorevole, con il caldo e l’estate e con più vaccini somministrati. Quindi va tutto bene, sono d’accordo sulla necessità di riflettere su eventuali restrizioni. L’unica cosa che non mi piace è l’accentuazione del tema varianti, che ci sono sempre state, ci sono e ne vedremo ancora”, spiega. 

Anzi, ricorda Clementi, “si è detto proprio che il coronavirus Sars-CoV-2 potrebbe essere arrivato in Europa con una variante, perché il recettore Ace2 è enormemente più presente nelle cellule dell’albero respiratorio degli orientali rispetto agli europei e ai nordamericani. Quindi il primo adattamento che ha dovuto fare è stato proprio all’inizio, e ora ne fa altri perché le popolazioni cominciano ad avere anticorpi e questo virus va avanti generando varianti. Mi pare legittimo parlare di restrizioni e chiusure mirate, dobbiamo limitare al massimo i danni. Se anche la situazione rimanesse stabile, sarebbe già da metterci la firma”. Cosa ci aspetta ora? “Stringere i denti fino a un porto più sicuro, finché cioè non ci saranno più vaccinati e anche il clima, complice l’irraggiamento ultravioletto, speriamo ci darà una mano contro il virus”. 

“Trovo interessante come via da perseguire quella di aprire a una produzione dei vaccini anti-Covid anche in Italia su licenza di aziende che già hanno l’autorizzazione da parte degli enti regolatori. Sono invece molto contrario all’approvvigionamento sul mercato parallelo”, continua Clementi, che esprime diffidenza in merito alla via che alcune Regioni sembravano voler esplorare, quella cioè degli acquisti diretti di vaccini, fuori dal meccanismo Ue, per aumentare la velocità delle attività di immunizzazione.  

“Non saprei se ci sono garanzie sul prodotto in termini qualitativi e, anche qualora ci fossero, mi sembrerebbe opaca la natura di queste forniture perché verrebbero o da accantonamenti illegittimi o da comportamenti non corretti. A maggior ragione, visto che le ditte smentiscono l’esistenza di un canale di vendite dirette a privati, è poco chiara la fonte di approvvigionamento”, evidenzia. 

“Mentre è diverso il fatto di poter produrre su licenza. Nel nostro Paese i siti produttivi li abbiamo, anche se vanno riadattati e – fa notare il direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia dell’ospedale San Raffaele di Milano, docente all’università Vita-Salute – poteva forse essere uno degli aspetti a cui pensare prima”. 

Sul green pass per i vaccinati, ideato in Israele per allentare le restrizioni anti-Covid e riaprire gradualmente il Paese, “non è una brutta idea. Prematura per l’Italia. Visti i numeri delle attuali vaccinazioni, non siamo ancora pronti”, spiega ancora il virologo Clementi, che cita spesso il caso Israele come un punto di riferimento a cui guardare per la sfida della vaccinazione anti-Covid. Il Paese si è prima trasformato in una sorta di laboratorio a cielo aperto e i dati che arrivano mostrano i benefici dell’iniezione scudo in termini di calo dei casi gravi di Covid-19 registrati nel Paese.  

L’ultimo passo mosso dal Governo israeliano è stato varare il green pass. In pratica, con un codice a barre (è stata predisposta un’App) o un certificato cartaceo che attesti l’avvenuta immunizzazione, si potrà accedere a musei, palestre, hotel, negozi. La campagna vaccinale continua e il mantra è “andate e vaccinatevi”.  

“Israele – commenta Clementi all’Adnkronos Salute – si è data come obiettivo strategico quello di raggiungere un’immunità altissima nella popolazione. E’ chiaro che si pongono anche il problema di invitare, pur mantenendo la non obbligatorietà, anche i più riottosi a vaccinarsi. Ed è chiaro che, se ci si pone come meta una copertura così ampia, si deve mettere una sorta di ‘premio’, che potrebbe essere appunto un green pass per avere meno restrizioni. Può essere anche questa una via, non mi sembra una brutta idea”. 

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