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venerdì 26 Febbraio 2021

Michele Bravi: “La geografia del buio è il mio più grande disco d’amore”

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Bruno Bellini
Bruno Bellini
Direttore Responsabile Lifestyleblog.it - Classe '81, da Monopoli (Bari) Dal 2015 partecipa al Festival di Sanremo come giornalista accreditato e componente della Giuria Stampa.

Esce venerdì 29 gennaio 2021, “La Geografia del Buio”, il nuovo concept album di Michele Bravi.

“E’ un disco che nasce dalla solitudine e ruota su due elementi, la mia voce e il pianoforte. La mia voce ha ricominciato a cantare, capito come parlare” – afferma Michele Bravi che aggiunge – “E’ una riflessione sul dolore, questo disco è stato finito da tanto tempo: pur non essendo uscito ha affrontato tante avversità”.

Michele Bravi svela alcuni aneddoti legati al suo nuovo progetto musicale.

“Per caso incontro un amico, Andrea, e mi dice: la musica non salva da niente, però aiuta a disegnare il labirinto. Questo disco ha il disegno. E’una storia di come si convive con il buio. Non è un disco su come si esce dal buio, come ritrovare la luce. E’un concept album che va ascoltato come un sentiero, in cui si scopre come dare uno spazio al dolore. Credo che il dolore non abbia bisogno di uno spazio. Non è così, va nascosto ma mostrato in mezzo alla stanza, puntare una luce sopra. Quel mostro che accompagna sembra diventato un bambino. Affronti il mondo con quello che chiamavi un mostro, un fatto. Il buio è un fatto”

Non solo dolore. Il nuovo disco è anche una dichiarazione d’amore.

“La seconda parola del disco è amore. Nasce dalla promessa, la fortuna che qualcuno condividesse il suo dolore con il mio. Adesso mi è stato chiesto, due anni fa, sul letto di casa, di usare la musica per fare lo stesso dono ricevuto. La dimostrazione che ho mantenuto la promessa. Il fatto che ascoltiate la promessa mi fa gioia”.

“Credo che questo disco sia il più grande di amore che io abbia mai scritto” afferma Michele Bravi, aggiungendo – “Condividendolo spero abbia una forza propulsiva enorme. Quando si trova un dramma nella propria vita ci si chiede sempre il perché, il senso, il significato.

Le cose cambiano quando capisci che il dolore non ha un senso. La forza è la condivisione del dolore. L’ho capito quando una persona ha condiviso il dolore con il mio. E di lì è venuta l’importanza di ascoltare il proprio corpo, l’unico luogo dove potevo non evitare di sentire il dolore. Con la terapia ho dato una casa a quel dolore e di realizzare un disegno a quel labirinto percorso”

Durante la terapia non decifravo il reale con una spiegazione logica. Dai ricordi mi sono emersi le lezioni di francese alle medie. Un aneddoto che ho provato in mille modi. Come tutte le leggende racconta qualcosa di vero. La mia prof raccontava che Eiffel costruiva questa torre al centro di Parigi. Un critico attaccò poi Eiffel: questo monumento distrugge la città piu bella del mondo. E risponde, scoprendo che questo critico passa le giornate nella sua costruzione. Gli dice “Mi ha così attaccato ma è sempre lì a godere di quello che ho creato.” E lui risponde “devo stare nella sua costruzione: da ogni punto di Parigi mi appare la sua creazione. L’unico modo per non vederlo è starci dentro per vedere il panorama della vita come era prima”.

Non a caso ho voluto raccontare nel primo capitolo di questo disco un inno delle fragilità, di come nelle piccole immagini si nascondono le cose grandi della vita. Il dolore ha il suono delle mosche sulle macerie. Un duetto tra mia voce e silenzio, suono, silenzio. Ho avuto coraggio di avere momenti vuoti che ognuno può vivere. Ci tenevo tantissimo perché potesse essere letto in due modi. Da una parte il lato melodico, dall’altro una storia nascosta: quello che dice una persona è la canzone. Il corpo del disco volevo fosse vivo, che si sentisse scricchiolio della sedia, anche il ronzio del frigorifero. L’ho registrato nel salotto di casa di Francesco. Ci sono quei suoni della quotidianità”.

E’un disco che pianisticamente parlando è di una complessità totale. Tra i suoi brani non può non citare quello che chiude il disco.

“C’è un brano, che chiude il progetto: 7 passi di distanza. La scrivo dopo aver ricevuto un vocale. Scrivo questa canzone in un momento in cui la mia voce non era capace a parlare. Non ha parole: ha pianoforte e il mio respiro. Chiedo ad Andrea come fare. Mentre la eseguo, dalla regia viene schiacciato inavvertitamente un rec. quella registrazione viene trattenuta: ci sono echi, il mio piede che non si stacca dal pianoforte. Questo produttore mi fa scoprire quanto è importante mettere la storia davanti a quello che ascoltiamo. Ecco perché lo definisco concept album”.

“Mantieni il bacio” e un brano completamente strumentale, eseguito al pianoforte dallo stesso Michele, che segna la chiusura del percorso attraverso “La Geografia del Buio” in cui l’ascoltatore ha imparato ad orientarsi.

“L’amore è un atto pubblico, qualunque sia la sua forma. Chi ha coraggio si esponga, chi non si sente pronto si senta protetto. Ricordo il mio primo bacio, e la voce che diceva “stai facendo la cosa sbagliata”. Mantieni il bacio spero possa far sentire il sapore del primo bacio e non la voce che può allontanare dal ricordo che può essere bellissimo.

Mantieni il bacio è scritta da una bambina di 8 anni che subisce il lutto della nonna, scomparsa a mezzanotte. Su questo pianoforte di plastica giallo scrive questa canzone. Perde le parole, le dimentica, ma ricorda la melodia e la tiene nel cassetto. Racconta quanto il dolore parli la stessa lingua. Solo una bambina di 8 anni poteva raccontare con purezza cosa c’era in quel momento. La dichiarazione più grande che abbia mai fatto, scritto e interpretato. Da parte mia questo è un piccolo atto, il poter dire su “Mantieni il bacio”, che io quel bacio l’ho dedicato ad un ragazzo”.

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