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Recensione del libro di Enzo Ciconte

Recensione del libro di Enzo Ciconte “ALLE ORIGINI DELLA NUOVA ‘NDRANGHETA. IL 1980. Le reazioni del PCI e le connivenze della politica e della magistratura”, ed. Rubbettino, 2020. 

Di Valerio A. Pagnotta

A quarant’anni dagli omicidi di Giuseppe Valarioti e di Gianni Losardo, Enzo Ciconte ci riporta alla Calabria del 1980 con un libro ad hoc descrivendo il contesto dell’epoca a 360 gradi. Un contesto complesso, dove basti pensare che non era ancora vigente il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, intriso di dinamiche nazionali e locali che hanno investito tutti gli attori politici e non del periodo in rapporto al fenomeno ‘ndranghetista.

Questa riflessione che Ciconte pone ha una differenza rispetto alle precedenti pubblicazioni in cui il 1980 veniva trattato trasversalmente rispetto ad un arco temporale più vasto. Non è solo la ricerca e la valutazione storica di quel periodo in quanto lo stesso scrittore visse in prima persona, se non in prima linea insieme alle persone che cita, quegli anni duri per la Calabria. 

Quindi non può non considerarsi un contesto storico quale il 1980 che, come già riportato in “Politici (e) Malandrini”, fu il preludio di nuove linee di demarcazione e di trasformazioni future e nel pieno boom della ‘ndrangheta che, realizzando e rafforzando un rapporto con la politica ed entrando in prima persona nelle istituzioni locali, rafforza la sua presenza nella società. Si chiude la stagione dei sequestri di persona per inaugurare nuovi affari illeciti ben più redditizi.

Ciconte ci descrive la Calabria all’indomani degli anni di piombo, del fallimento del Pacchetto Colombo che aveva l’ambizione di riscattare un Mezzogiorno arretrato per portarlo sulla via dello sviluppo industriale consolidando asset strategici nella viabilità, nella formazione e nella localizzazione di siti produttivi. La gestione di quella fase e le sue nefaste conseguenze sono diventate poi storia nota, senza contare il successivo intervento della Cassa del Mezzogiorno che avrebbe immesso nuova liquidità in quell’area geografica. Tutte dinamiche che vedevano la politica, e i Partiti in particolare, protagonisti di quella fase delicata che comportò trasformazioni importanti che avrebbero influito radicalmente sul tessuto socioeconomico.

Da ciò ne discende la descrizione di uno scenario criminale in cui non è per nulla scontato che le vittime rimanessero in silenzio, perché nei territori descritti il conflitto tra rendita fondiaria, nelle forme del caporalato, e lavoro – nonché la lotta di riscatto sociale – sono all’ordine del giorno e ciò non solo per spinte spontanee della cittadinanza ma soprattutto per la presenza di Partiti, e in particolare il PCI, che accolgono quelle istanze in quanto perfettamente in linea con la propria base ideologica e programmatica. E non fu mera propaganda, come da più parti si criticava, ma un vero e proprio movimento e scontro nelle più diverse sedi ove quelle istanze potevano essere rappresentate, nelle piazze e nelle istituzioni. Si aveva prova evidente cioè che la struttura partitica era ben solida e ancorata alle esigenze del territorio, attraverso le sue diramazioni territoriali quali le Sezioni, che erano luogo di discussione e di confronto tra iscritti e dirigenti e in continuo contatto con le strutture federali nonché con gli eletti del territorio negli organi di rappresentanza istituzionale. 

E proprio su questo elemento cardine che si innestano i fatti di sangue di Valarioti e Losardo che hanno rilevanza non solo per le ragioni sottese a quegli omicidi ma anche per i profili e le rispettive estrazioni sociali e politiche che li riguardavano. 

Il primo, Giuseppe Valarioti, Segretario della Sezione del Pci di Rosarno e docente di storia e filosofia, figlio di contadini che è riuscito a laurearsi senza dimenticare le proprie origini e sostenendo quelle che erano le battaglie politiche che dovevano essere sostenute per il riscatto sociale di un territorio da troppo tempo vessato dalla ‘ndrangheta rappresentata dai Bellocco. 

Una realtà in cui potere politico e criminale vivevano rapporti di cordialità e di conflitto, dove le famiglie ‘ndranghetiste dapprima sostenevano candidati esterni ai loro affari, per poi candidare direttamente propri familiari in vista di una gestione  in proprio della cosa pubblica. Lo si è visto in particolare nella DC, nel Psi, nell’Msi e in rari casi nel Pci. Quest’ultimo, che ha sempre portato avanti la lotta alla mafia senza esitazioni, laddove riscontrava pericoli di inquinamento da parte degli iscritti che venivano segnalati, provvedeva all’espulsione. Cosa ben diversa rispetto agli altri partiti, che peraltro erano al governo e che rispondevano timidamente alle contestazioni mosse dalle opposizioni, anche in contesti giudiziari poco trasparenti dove o si negava il fenomeno o lo si sottovalutava. Il tempo ci dirà che quelle sottovalutazioni e quelle negazioni, in alcuni casi lamentando il danno d’immagine, hanno avuto conseguenze negative di cui ancora oggi si vedono gli effetti.

La dinamica della morte di Valarioti ci indica la reazione della ‘ndrangheta laddove qualcuno tenti di ribaltare la situazione di dominio economico e politico sottraendo il monopolio nella gestione della raccolta degli agrumi e vincendo le elezioni provinciali e regionali. Era una minaccia, quella vittoria, sia per il risultato ma anche perché era stato compreso un mutamento dell’azione criminale che avrebbe portato quel carattere di imprenditorialità alla mafia.  

Valarioti non era il Don Chisciotte di quei luoghi, perché innanzitutto la battaglia era da affrontare e si poteva vincere, e poi perché le sue idee erano parte di una comunità e da una solidità strutturale, rappresentata dal Partito di cui era Segretario di Sezione, che non si piegava ai tentativi di ritorsione. 

Fu un fatto grave e sottovalutato sia dagli inquirenti, come anche l’omicidio di Losardo, che da molti attori politici dell’epoca, come il Sindaco di Rosarno che dovette poi scusarsi. 

La vicenda di Losardo, figlio di antifascisti e con un passato nella resistenza iscrivendosi poi al Pci, è altresì emblematica perché avvenuta a pochi giorni all’omicidio di Valarioti. Le modalità con cui è stato eseguito il delitto, la sofferenza della vittima e dei suoi cari che lo hanno assistito, il coinvolgimento della stessa comunità politica dietro Valarioti e le analoghe reticenze o negligenze degli attori istituzionali preposti alla ricerca e alla condanna degli assassini, sono solo una parte di uno spaccato di società che inaugurava un periodo di progressione della ‘ndrangheta, rappresentata a Cetraro dal clan Muto, nel suo radicamento sul fronte imprenditoriale, il mercato del pesce e non solo, e politico.

Entrambi i fatti, come detto, non rimasero privi di reazione politica.  

Ne furono la conferma la presenza di Ingrao e Berlinguer in Calabria, il cui Segretario del Partito regionale era Fabio Mussi. Non furono visite propagandistiche o circoscritte all’immagine, c’era una riflessione ampia e profonda che si accostava al dolore per la perdita di autorevoli esponenti territoriali di quel Partito che denunciava le connivenze tra potere mafioso e ceto politico senza che i grandi media nazionali dessero risalto a quegli omicidi, senza un’attività inquirente e approfondita non curante delle relazioni che i Carabinieri portarono all’attenzione delle procure competenti. 

Vigeva un approccio ancora moderato e prudenziale, a volte contraddittorio, in una parte della magistratura rispetto alle caratteristiche di quel fenomeno criminale, se non eccessivamente conservatore come il caso del Tribunale di Palmi. Le dichiarazioni poi di molti esponenti democristiani e socialisti meridionali furono una conferma di quell’approccio in sede parlamentare.

Diversamente, il Pci portò avanti una battaglia politica in quei territori e in Parlamento che partiva dal presupposto bene evidenziato da Piero Ingrao al trigesimo della morte di Valarioti, ossia nella scelta di denunciare “la gravità del fenomeno proprio perché questa mafia non è qualcosa solo che ci resta da un passato lontano, proprio perché sentiamo che questa mafia agisce, s’inserisce, opera nelle strutture moderne dello sviluppo e del potere statale quale è cresciuto in questi anni. Ed è diverso perciò dal passato e dobbiamo capirlo e dobbiamo renderlo chiaro!”.

Fu una battaglia persa? No, si potrebbe dire, perché il contrasto alle mafie entrò nel vivo successivamente in Sicilia a seguito dell’introduzione nel codice penale dell’art.416-bis che tutt’oggi è centrale ed è accompagnato da una normativa antimafia nel tempo sempre più consolidata. 

Ciconte ci espone questi episodi non limitandosi alla descrizione dei fatti di sangue e delle dinamiche criminali, che sarebbe riduttivo. Il sottotitolo, invero, “Le reazioni del PCI e le connivenze della politica e della magistratura” ci dà perfettamente l’idea che, sebbene oggi la percezione dei partiti sia vissuta con negatività e reticenza da molti, in un periodo storico di questo Paese una politica preparata e consapevole, e in particolare un Partito, ha avuto il coraggio e ha saputo reagire con determinazione ai poteri criminali che ambivano al controllo totalizzante del territorio sfruttando rapporti di connivenza con i ceti economici e politici più permissivi, se non accondiscendenti.

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