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Roberta Marten: “Ho dovuto nascere due volte, per non rinunciare a vivere”

Roberta Marten, ci racconta di come sia nata due volte grazie alla tenacia e alla sofferenza di quel ragazzo, Roberto, che ancora vive dentro di lei.

Sì perché nella sua vita precedente, qualcosa è “andato storto”. Roberto era un bel bambino allegro e dai lineamenti delicati, ma con l’arrivo dell’adolescenza, il gap con i coetanei era sempre più evidente: loro diventavano uomini, lui invece non mostrava nessun segno di quella trasformazione. La solitudine, il nascondimento erano l’unica via di fuga, da se stesso e dal mondo.

Poi, finalmente, Roberto decide che vuole vivere, davvero.

Affronta la propria disforia di genere, si guarda dentro e capisce che qualunque sia il prezzo da pagare, vuole andare alla ricerca di un corpo che possa “combaciare” con la propria anima.

Questo racconto non vuole essere fine a stesso, ma ha la presunzione di voler dissipare un po’ della diffidenza che ancora, purtroppo, c’è a riguardo della disforia. Roberta lo fa con sincerità, senza giri di parole e un pizzico d’ironia, perché è della vita che stiamo parlando, il dono più bello, più prezioso.  

Roberta, ora che finalmente sei una donna, senti di aver realizzato i tuoi sogni?

Dal punto di vista personale, assolutamente si. Non sapevo, inizialmente cosa fosse la disforia di genere e neanche di essere omosessuale. Quindi non avevo idea di quello che sarebbe successo. Poi si è aperto un mondo, un baratro; all’improvviso devi capire chi sei, cosa fare, poi ci sono sale operatorie, cure, ormoni, sofferenza. Ogni cosa cambia prospettiva: il lavoro, il tuo posto nella società, la famiglia e le relazioni. A quattordici anni, la fatica più grande per me era quella di camuffare una voce davvero poco maschia, mentre al Conservatorio ero scambiato per una ragazza di continuo. A un certo punto tutto quello che era stato un problema, è diventato la mia arma, la voce e la barba che non ho mai avuto e i piedi piccoli hanno agevolato, non poco, la mia transizione. Oggi la realtà ha superato i sogni, perché non avrei davvero immaginato di poter diventare ciò che sono.

Com’è stata la tua vita prima di cominciare il percorso di transizione?

Mi sentivo costantemente in bilico, ero borderline, ma nessuno si accorgeva di niente mentre io mi sentivo andare in mille pezzi come se fossi caduto da una scala andando in frantumi. Gli adulti fingevano di non vedere, qualcosa che li spaventava, rendendomi invisibile. Ero schivo ed evitavo anche i miei coetanei, che venivano a citofonarmi, attratti dall’idea di poter sperimentare con me le loro pulsioni adolescenziali, negandomi così ogni relazione affettiva. Il primo rapporto sessuale l’ho avuto a ventiquattro anni, non essendo in grado di relazionarmi serenamente con gli altri. I due anni peggiori sono stati quelli che hanno preceduto l’inizio del percorso, quando ho creduto che bastasse “travestirmi” da donna per abitare davvero il mio corpo. Un’ illusione, anche se una prova inevitabile e assolutamente propedeutica al processo di transizione. Di quegli anni mi rimarrà la confusione, lo smarrimento e le ferite di chi veniva a cercarmi essendo più confuso e fragile di me. 

Che ruolo ha avuto la musica in tutto questo?

La musica è la mia vera e unica passione, il mio mestiere. Grazie alla musica non mi sono mai sentita sola. Ho studiato al Conservatorio e cantato da sempre, anche se la mia carriera è cominciata come Roby Marten, solo oggi con Roberta, mi sento pienamente realizzata. Oggi canto contro ogni pregiudizio con il brano “Imbarazzismo” inciso con l’amico Mauro Coruzzi, Platinette perché non ci sia razzismo o imbarazzo nei confronti dell’altro, chiunque esso sia. 

Roberta e l’amore?

Roberta ha negato a se stessa l’amore per tanto tempo. Ho sempre avuto molta paura di innamorarmi, perché non potevo permettermi di soffrire ancora. Oggi ho scelto di fidarmi di un uomo più maturo che mi rispetta e mi fa sentire amata per quello che sono, che mi ha saputo accogliere. Purtroppo ancora oggi, il transgender esercita una forte attrazione negli uomini eterosessuali, che non confessano volentieri di avere questa fantasia, ma la coltivano in segreto. Non riesco mai ad abbassare la guardia e questo è ancora un motivo di disagio, condizionato dall’opinione diffusa che i trans siano necessariamente delle prostitute o comunque persone “leggere”. Io sono una bacchettona e quando capita di essere cercata da ragazzi molto giovani, sorrido ma li stronco subito dicendo che, probabilmente, quando io andavo al liceo loro, erano ancora spermatozoi! 

L’Italia, a differenza di molti altri paesi, annulla un certificato di nascita per redigerne uno completamente nuovo. Che cosa ha significato per te?

Fino al 2015 l’atto di nascita non si cambiava, io ho cominciato il mio percorso nel 2014 quindi non immaginavo che fosse possibile “rinascere”. E’ stata una conquista davvero importante, che potrebbe sembrare banale, ma non lo è: per esempio devo andare a rifare la post pay, oggi  nessuno mi chiederà spiegazioni, perché nei miei documenti non c’è traccia di Roberto Martinazzo. Lui è nel mio cuore, per sempre. A lui sarò riconoscente per tutta la vita, perché è grazie a lui se sono ancora viva e ho imparato a volare. 

“Vorrei che la mia storia aiutasse a comprendere come la disforia di genere non sia un problema psicologico o mancanza di equilibrio, ma di fatto un anima e un corpo che non si sono trovati alla nascita. Non ci sono “cure”, ma una strada da percorrere per andare a riprendere la propria vita”

betty
Scritto da

Caporedattore di Lifestyleblog.it. Adoro il mondo del Lifestyle

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