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I WakeUpCall: storia di una rock band

Wakeupcall
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I WakeUpCall sono una rock band che ha nel proprio DNA, una vocazione alla musica tutta, come una band d’altri tempi. Quattro musicisti raffinati, quattro personalità molto diverse tra loro, conferiscono al gruppo un carattere forte e ben definito. Tommaso Forni il capitano, voce solista e chitarre, Oliviero Forni il maestro, laureato al Conservatorio in chitarra classica, compone musiche per opere teatrali, cori e chitarra solista, Francesco Tripaldi Trip, basso, Antonio Aronne, batteria e fonico. Una rock band che in dieci anni ha collezionato più di 400 date in giro per il mondo tra Europa, Russia e Asia e oggi decide di cantare per il proprio paese. Hanno pubblicato il primo singolo in italiano “Tu Non Ascolti Mai” che, dopo essere stato selezionato tra i primi 60 tra 800 a Sanremo giovani, oggi alla quarta settimana consecutiva li vede stazionare, anzi in ascesa, nella classifica degli artisti italiani indipendenti superando ogni più rosea aspettativa.

Avete all’attivo ben dieci anni di carriera e numerosissime date in tutto il mondo, ma rimanete indipendenti. Siete sempre dell’idea di rimanere tali, o pensate di prendere in considerazione qualche proposta?

 Ci sono state fatte tante proposte e tuttora ne riceviamo parecchie, noi le valutiamo tutte con attenzione, ma la ragione per cui non ne abbiamo mai presa in considerazione nessuna è che non abbiamo mai trovato una proposta seria o comunque che prevedesse un progetto vero e proprio. Oggi non si progetta più, non s’investe su gli esordienti. Chi esce dai talent è sotto contratto ma rimane lì parcheggiato, nella riserva di una major, perennemente in panchina aspettando qualcosa che non arriverà mai. Siamo aperti ai confronti, nella convinzione che si possa sempre migliorare, ma è anche chiaro che non ci faremo cambiare i connotati per un mero discorso commerciale o discografico.

Una rock band, un po’ vintage come amate definirvi. Tommaso, come definiresti la vostra musica?

Spesso dire che sei una rock band è una cosa da sfigati, si parte già da perdenti. Rock sembra un po’ vecchio, ma noi siamo una rock band, punto. Il rock è influenzato da ogni genere musicale, anche il nostro ha tantissime sfumature, com’è giusto che sia. La musica è musica e non si dovrebbe inscatolare mai. Volerla a tutti i costi stigmatizzare non le rende giustizia, in nessun caso. Ci sono contaminazioni, diverse anche nel nostro modo di fare musica, come ovvio che sia, ma la radice vera e pura è il rock.

La dimostrazione che siete capaci di spaziare, senza perdere la vostra caratura, sta nel disco “If Beethoven Was a Punk”? Com’è nata l’idea?

L’idea nasce da Oliviero, io la musica classica l’ho sempre ascoltata passivamente perché era quella che ascoltava mio padre, mentre lui l’ha studiata al Conservatorio. Un giorno mio fratello mi ha fatto ascoltare una demo che mi è sembrata una cosa da pazzi, percependone tuttavia da subito la grande potenzialità, ma non mi sentivo pronto. L’abbiamo messa da parte, scrivendo poi altro,  quando a un certo punto Oliviero è tornato alla carica nel bel mezzo di una nuova canzone, dicendo che ci sarebbe stato a pennello l’Inno alla Gioia e aveva ragione!  Da quel momento abbiamo tirato fuori quell’idea che avevamo messo da parte e “If Beethoven Was a Punk” ne è la conseguenza. La novità è che non sono cover ma canzoni inedite. Una vera e propria rock opera, dove passato e futuro s’intrecciano creando nuovi suoni. 

In che modo passato e futuro hanno dato vita a nuovi suoni?

Il filo conduttore di questo concept album è sicuramente la musica classica e l’amore spassionato per la musica. Come ho detto non sono cover, che del resto non c’è mai piaciuto fare, ma canzoni inedite dai temi di Beethoven, Hendel, Mozart e altri. Così sono nate Sex Hallelujah (“Hallelujah” dal Messiah HWV 56 di Georg Friedrich Händel) We Music (“Inno alla gioia” dal IV mvt della Sinfonia n. 9 op. 125 di Ludwig van Beethoven) Boys Don’t Cry (“Danza della fata confetto” dall’opera Lo schiaccianoci op. 71 di Pëtr Il’ič Čajkovskij). Un progetto che c’è sfuggito di mano diventando anche un fumetto e un opera teatrale itinerante e un app!

“Tu Non Ascolti Mai” è da quattro settimane in classifica, vi aspettavate questo successo? Quali sono i vostri progetti?

Io a dire il vero ci speravo, ma non osavo dirlo a voce alta neanche a me stesso. Non avrei immaginato che i WakeUpCall avrebbero “soffiato sul collo” di un mostro sacro come Al Bano! E’ un brano importante per noi, che avevamo scritto da tempo, il primo come WakeUpCall. Inoltre è anche il primo in cui scegliamo di scrivere in italiano, cosa che non avevamo mai preso in considerazione avendo scelto l’inglese come  riferimento naturale per il nostro genere. Eppure, nonostante le titubanze e le difficoltà di adeguarci a un’altra metrica, è stato facile e ci ha proiettato in un’evoluzione del nostro rock che è rimasto tale e con il graffio di sempre. Abbiamo scritto ancora tante canzoni che desideriamo fare sentire, quindi possiamo dire che l’esperimento sia pienamente riuscito. Questo non significa che non torneremo all’estero, dove amano le nostre canzoni e hanno espresso il loro consenso anche per “Tu Non Ascolti Mai” nonostante non fosse in inglese. Il modo di ascoltare la musica è cambiato: le play list rischiano di mutilare un disco, che è come un album di fotografie, un racconto, un cammino. Detto ciò siamo consapevoli che l’importante sia farlo ascoltare, quindi valuteremo con attenzione se pubblicare un disco o singoli brani cercando di trovare la soluzione più giusta, confrontandoci col gruppo come siamo abituati a fare! 

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