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Interviste

Intervista a Francesco Caringella, magistrato, presidente di Sezione del Consiglio di Stato

Francesco Caringella
Francesco Caringella

È autore di libri di grande successo: Il colore del vetro (2012), Dieci minuti per uccidere (2015), Dieci lezioni sulla giustizia (2017) e Oltre ogni ragionevole dubbio (2019). Nel 2014 ha pubblicato Non sono un assassino da cui è stato tratto il film del regista Andrea Zaccariello girato con un cast d’eccezione: Riccardo Scamarcio, Alessio Boni, Claudia Gerini, Silvia D’Amico e Sarah Felberbaum. “uscito per Mondadori il 5 novembre.

Francesco Caringella, magistrato, presidente di Sezione del Consiglio di Stato è autore di molte opere giuridiche e da decenni impegnato nella formazione di futuri magistrati e avvocati. “L’estate di Garlasco” è il titolo del suo nuovo libro che tiene a battesimo, in Italia, un nuovo genere:   la “true trial fiction”. Ossia un processo vero (omicidio di Garlasco, 13 agosto 2007, una ragazza colpita a martellate ella sua villetta e gettata come un oggetto sulle scale della cantina) raccontato in termini oggettivi come cronaca delle tappe del processo e delle ragioni della sentenza definitiva di condanna; e in termini soggettivi come studio, attraverso uno spettatore ideale, delle psicologie, dell’umanità, delle emozioni e delle reazioni dell’opinione pubblica travolta dal processo mediatico.

Come nasce questa “true trial fiction”? 

“Dietro un delitto c’è una vicenda umana molto più interessante del delitto”, ammonisce Oscar Wilde. Il processo penale è un buco della serratura privilegiato per esplorare il pianeta del crimine e, con esso, l’umanità dolente e disperata che lo popola. Per questo, con il direttore editoriale di Mondadori, Francesco Anzelmo, abbiamo pensato ad un genere letterario nuovo in Italia per mettere a fuoco, attraverso vicende giudiziarie esemplari, il “mistero del processo” e, insieme, il “mistero nel processo”. 

Sulle orme del meraviglioso Truman Capote di “A sangue freddo”, “L’estate di Garlasco” è un racconto oggettivo delle tappe del processo e, al tempo stesso, un’indagine soggettiva sulle emozioni, sui sentimenti e sulle personalità che hanno aleggiato nelle aule di giustizia imbastendo traiettorie  capricciose e imprevedibili.

Perché ha scelto il caso di Garlasco?

Perché è una storia tragicamente vera, ma con tutti gli ingredienti del “legal thriller” di fantasia. C’è in primo luogo il crimine assoluto: un omicidio terribile consumato in una villetta isolata di Garlasco nella sonnolenta mattinata del 13 agosto 2007. Una ragazza colpita da una raffica di martellate alla testa e gettata come un oggetto senza valore sulle scale della cantina.

È poi incredibile il percorso processuale: cinque gradi, otto anni, ribaltamenti continui, l’unico caso noto della nostra storia giudiziaria in cui è arrivata una condanna dopo due assoluzioni consecutive. Lascia poi sbigottita la tranquillità rassicurante dei luoghi e dei protagonisti al cospetto dell’abnormità di quei colpi metallici  che ancora scuotono via Pascoli. Infine, colpiscono la lotta dignitosa e fiera delle due famiglie distrutte dal crimine e la passione di avvocati e giudici coinvolti da un crimine che matura in un contesto troppo normale per non interrogare ognuno di noi sulla fragilità preziosa delle nostre vite.

Spettacolarizzazione della giustizia o vicenda umana: quali delle due strade è più seguita?

La spettacolarizzazione mediatica è la strada più comoda e più frequente perché asseconda la pancia e gli istinti di ognuno di noi. Io sono convinto però che un processo è soprattutto un appassionante documento umano, un viaggio dell’uomo nell’uomo: un “antropologica document”, dicono gli americani. 

Qualcuno ha scritto che il delitto è il tentativo di infilare una scorciatoia per arrivare all’amore. Ecco, dietro il crimine c’è l’infelicita’, lo smarrimento, un mondo di solitudine e di silenzi. 

I personaggi di questo “giallo”: la vittima e l’omicida dagli occhi di ghiaccio, chi l’ha colpita di più? 

Per me è soprattutto una storia di donne, anche se l’unico imputato è’ un giovane uomo.La prima è Chiara, una ragazza di ventisei anni dagli occhi verdi luminosi spenti troppo presto da una mano priva di umanità. Un sorriso aperto, una fame di vita, una dolcezza disarmante. Lo specchio di Chiara è mamma Rita, che lotta, con dignità ferma e dolce, per regalare giustizia alla figlia. 

Si staglia anche un pubblico ministero donna che a Milano ingaggia una battaglia insidiosa ed eterna contro muri inespugnabili. Quanto all’imputato Alberto Stasi, dietro quegli occhi di ghiaccio e quella voce impaurita che chiama il 112 alle 13.50 di quel maledetto giorno d’agosto, è un personaggio complesso che preferisco consegnare al lettore.

Da più parti nel nostro Paese si invoca una riforma della giustizia: quali, a suo avviso, i possibili percorsi?

I cittadini si aspettano che i giudici chiariscano tutti i dubbi in tempi veloci e applichino  agli autori di gravi delitti pene adeguate ed effettive.
Le riforme prioritarie sono allora due : velocità e prevedibilità . Un sistema virtuoso deve impedire che il processo sia un gioco di dadi, dai tempi biblici e dagli esiti imprevedibili . Anche la pena deve essere giusta ma certa, non un pezzo di carta senza effetti sostanziali e reale capacità deterrente
Il libro, peraltro, vuole porre domande piuttosto che dare risposte. 
Alcune questioni sono talmente complesse da non poter ricevere una risposta secca. 

Quali caratteristiche dovrebbe possedere un giudice per poter svolgere al meglio il delicatissimo compito che la legge gli assegna?

Deve essere un buon tecnico ma soprattutto un uomo giusto, con le necessarie doti di umiltà, curiosità, equilibrio e disinteresse. In un passaggio meraviglioso del film “La parola ai giurati” uno dei giudici afferma: “Noi siamo stato chiamati qui, non abbiamo scelto di esserci. Non abbiamo nulla da guadagnare o da perdere dal verdetto”.


Nel 2017 ha scritto “Dieci lezioni sulla giustizia” e l’ha deidcato alla sua mamma, perché ?

Si, mia madre oggi non c’è più. Il ricordo più  vivo che ho di lei è la sua voce. Una   voce calda, accogliente, curiosa, piena di vita. Mi chiamava la sera tardi, reduce da una giornata televisiva all’insegna dei casi giudiziari più complessi. Pretendeva dal figlio magistrato delucidazioni sul funzionamento della misteriosa macchina della giustizia.
Mi chiedeva immancabilmente come fosse possibile che giudici che fanno lo stesso lavoro, hanno seguito gli stessi studi, hanno superato lo stesso concorso, applicano le stesse leggi in aule dove campeggia la stessa scritta LA LEGGE È UGUALE PER TUTTI, sugli stessi fatti e in relazione alle stesse prove, approdino, come nei casi dell’omicidio di Meredith a Perugia o a Garlasco, a decisioni non solo diverse, o molto diverse, ma del tutto opposte. Non  pene o benefici applicati in modo differente, ma  verdetti antitetici: assoluzione o condanna; paradiso o inferno; libertà immediata o carcere a vita; inizio di una nuova esistenza o definitivo strangolamento del futuro.

E lei cosa rispondeva?

Umberto Eco ammoniva che non è mai facile fornire risposte semplici a domande semplici. Spesso ho tentato di spiegare a mia madre che la giustizia dei tribunali è umana e non divina. Che la verità a cui può ambire un giudice è quindi relativa, non assoluta. Che i giudizi dei magistrati sono soggettivi e opinabili, non oggettivi e certi. Che il diritto, come afferma Nietzsche, è un’arte, non una scienza. E che, nell’arte, “non ci sono fatti, solo interpretazioni”.

Pertanto, quando le questioni sono complesse e scivolose, con la verità che in un processo indiziario balla nervosamente tra la colpevolezza e l’innocenza, la divergenza di “opinioni” fra i giudici che esaminano lo stesso caso è del tutto naturale. A maggior ragione in un sistema come quello italiano, dove l’iter processuale si articola in tre gradi di giudizio, che possono diventare  cinque se la Cassazione annulla il verdetto di secondo grado.

La mamma era soddisfatta?   

Naturalmente no.  Per lei, erano spiegazioni troppo sottili e insopportabilmente cavillose. Come ogni persona di buonsenso, voleva che la giustizia fosse chiara, semplice e prevedibile. Pensava che dovesse esistere la «verità vera», al pari della «giustizia giusta». La verità, una sola, non le verità. Secondo lei una persona e’ colpevole o innocente, non può essere contemporaneamente l’uno e l’altro nel corso dello stesso processo.

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Bruno Bellini
Scritto da

Direttore Responsabile Lifestyleblog.it - Classe '81, da Monopoli (Bari) Dal 2015 partecipa al Festival di Sanremo come giornalista accreditato e componente della Giuria Stampa.

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