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giovedì 28 Gennaio 2021

Laura Lattuada, a teatro, si trasforma in Marina Berlusconi. Ecco la recensione

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Difficilissimo parlare dell’allestimento appena visto al Festival di Todi. E dato che comunque di teatro si tratta, come sottolineato più volte dagli stessi attori, voglio accingermi a farlo con lucida onestà sperando sia il metro di paragone in generale utilizzato. Partiamo dal Direttore del Festival che furbissimo si è impadronito di un’idea sulla carta vincente riuscendo a catalizzare l’attenzione della stampa, arrivando ad ottenere perfino grandissimo spazio sul settimanale “di famiglia”: parliamo di “Chi” tra i leader del settore che ha celebrato l’avvenimento anzitempo fornendo un bel ritratto della protagonista Laura Lattuada. Inoltre gli accrediti per le testate italiane ed estere sono stati superiori ai cinquanta, ennesimo segno di comesia indispensabile, aimè, una forte notizia per diffondere la prosa. Tanta è stata la pubblicità ricevuta che in molti ancora si aspettano di vederlo in televisione o al cinema ma non si sa quando. Detto ciò e raccontata la presenza in sala di un canuto Pippo Baudo, approfondiamo rammentandoci per ogni concetto espresso il motore di partenza: l’onestà. Può uno spettacolo così aspettato, rivelato oltre tre mesi fa, avere fra i suoi interpreti due figure che si concentrano nella lettura a vista del copione per l’intera ora e mezza della rappresentazione? E’ possibile accettare il “gioco” registico che li vede recitare nella parte dei giornalisti ( utilizzato solamente come maldestro escamotage ) mettendoli in condizione di girare il foglio per continuare le battute ? E senza alcuna distinzione di tono tra i quesiti da porre e le considerazioni personali, lette infelicemente entrambe? E’ pensabile accettare una fastidiosissima e fischiante S in chi dovrebbe ben declamare dalla platea passi di Ibsen ? E riproporla amplificata nel secondo imbarazzante intervento stavolta filmato? Sul forzato innesto gratuito di dotte e colte citazioni tese a nobilitare la vacuità del testo eviterò di infierire. Per essere spicci, il cast in supporto della prima attrice è debole e male assortito, compresi i numeri “cantati” fortunatamente brevi ma mai incisivi. La regia latita così come la scenografia e tragica è la scelta delle immagini che appaiono sul grande schermo alle spalle della compagnia, vanificando lo sforzo compiuto da una straordinaria Laura Lattuada, unica presenza degna di considerazione. La protagonista dona una sferzante e risolutiva energia diventando più che una Marina, oggettivamente da nessuno conosciuta, comparendo sì “un personaggio pubblico” ma mai “esibendosi” da tale, la figlia di ogni amorevole padre. Riuscendo la Lattuada alla perfezione nell’improba impresa, le fotografie che invece scorrono ci impongono di non crederle, avendo perennemente sotto gli occhi le fattezze della “Delfina d’Italia”. Sembianze che ci eravamo dimenticati affascinati dal mestiere espresso, dalla cura riportata, dalla verità con cui ha scandito ogni singolo intervento servendosi di una indiscutibile professionalità , oggi sempre più inottenibile. Ed ecco che inizi spudoratamente a parteggiare per la Marina fatta da lei vivere, arrivando a non sopportare questi “artisti-sputasentenze” che continuano a parlare come negli ultimi vent’anni, senza alcun guizzo di scrittura ma sbrodolando concetti ascoltati milioni di volte in ogni talk show possibile. Ma lo spazio riservatole è esiguo, Marina è il pretesto per riassumere velocemente le intere nefandezze compiute dal padre, inserendo per rimanere attuali, l’assoluzione dal processo Ruby. Come delle Montagne Russe impazzite nulla si scorda e senza mordente tutto si affronta, ottenendo però l’effetto contrario. Il copione se l’avessero chiamato, ad esempio,“Intervista Immaginaria a Christian De Sica o Francesco Facchinetti” ed una volta in scena si fosse impiegato il tempo a disposizione per discutere solamente dei più famosi genitori, manterrebbe ciò che illusoriamente promette? La nota dolente purtroppo risiede nell’ultima domanda. Perfetto come je t’accuse da scaletta di una delle ricostruzioni di Santoro, in palcoscenico tedia, rimanendosospeso tra una pallida imitazione del monologo Vajont di Marco Paolini ed unabrevissima boutade di Sabina Guzzanti. Si salda ad un livello di“bignami” sterile, creato da accesi antiberlusconiani convinti, a cui però Marina Berlusconi e Laura Lattuada hanno dato, forse neanche augurandoselo, una lezione sulle proprie rispettive ed ammirabili competenze. Azzardiamo che gli intenti iniziali non erano questi?

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