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mercoledì 27 Gennaio 2021

Il nuovo singolo di Alessandro Errico: Il mio paese mi fa mobbing

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Mauro Caldera
Mauro Caldera
Da Milano: Giornalista, Ufficio Stampa e Autore Televisivo. Si interessa di musica, cultura e spettacolo e collabora con la Fondazione Mike Bongiorno. Segue in diretta le più importanti manifestazioni musicali italiane.

Molti si ricorderanno di Alessandro Errico ad Amici, quando a metà anni ’90 impazzava sulle copertine e campeggiava sui poster delle riviste teen; Oggi è un artista più consapevole che però, come molti, fatica a rientrare nel circuito mainstream. E allora sceglie l’ironia, invece della chiave polemica, per far parlare di sè.
Nasce giovanissimo da una trasmissione televisiva (aveva 17 anni e frequentava le scuole superiori). “Mi trovai per caso in una trasmissione televisiva che si chiamava Amici. All’epoca non aveva nulla a che vedere con “Amici” di oggi: non era un talent show come è ora, anche se condotto da Maria De Filippi. Iniziai, poco per volta a parlare in pubblico mettendomi a mio agio e per caso mi trovai a cantare la canzone My Way. Alla fine della trasmissione arrivarono da me Maria e Maurizio Costanzo complimentandosi per la mia esibizione. Era da qualche anno che giravo con la band per parrocchie e locali del mio quartiere. Maria mi chiese di scrivere delle canzoni e da quel momento mi trovai un contratto firmato con Caterina Caselli che ebbe l’esordio con un pezzo dal titolo “Rose e fiori”. Una storia che abbracciò il periodo 1994/1997. Tra il primo singolo e la seconda partecipazione a Sanremo con il  pezzo “Penserò al tuo viso” sono stato letteralmente travolto da un successo inaspettato”.
Alessandro Errico di oggi, si è definito ‘’il 15° big in gara a Sanremo, l’unico senza pass per il teatro Ariston’’: è ritornato al Festival dopo le sue apparizioni del 1996/97 con il brano “Il mio paese mi fa mobbing”. Nonostante l’esclusione della sua canzone dal cast della kermesse sanremese del 2014 il cantautore romano l’ha vissuto con un’operazione assolutamente ironica intitolata #Sanremoperforza, al punto da ricevere il premio della critica direttamente dal fondatore del premio Giò Alajmo “vincendo” la 64° edizione del Festival.
Nella canzone di Alessandro il tema della guerra non è sul campo di battaglia con fucili e carri armati, ma si combatte tutti i giorni e tutti i giorni si muore un po’. Si muore lentamente e quotidianamente per quella che in gergo medico è definita “sindrome di Burnout”, un vero e proprio cortocircuito psicofisico che crea danni devastanti: all’umore, alle relazioni familiari, amicali, sociali e alla capacità di affrontare le incombenze quotidiane. Fino ad intaccare la voglia di continuare a vivere. Il mobbing è una vera e propria “guerra non convenzionale”.
Il brano “Il mio paese mi fa mobbing” termina con la frase “io armi non ne ho.
Ma conosciamo meglio Alessandro.

Come rivedi la tua prima esperienza artistica e come invece vivi quella di oggi?
“Se leggessi il mio passato con gli strumenti di oggi direi che sarebbe stato tutto più facile: a 17 anni non capivo quello che mi chiedevano, che volevano e soprattutto non capivo quello che si aspettavano da me. Vivevo sotto pressione: avevo bisogno di crescere, anche artisticamente, in una fase allora precoce. Il talento è sempre l’uno per cento, perché il resto è sudore”.

Come hai vissuto il periodo di “pausa artistica”?
“Mi sono iscritto all’università e ho iniziato un percorso personale che mi ha portato a laurearmi. Fino a poco tempo fa ho seguito un progetto con Gianni Maroccolo che portava a una ricerca sulla lingua e sulle parole. Ho voluto sperimentare le avanguardie che ho studiato sui libri applicandole sui testi. Ho iniziato a collaborare con Edoardo Sanguinetti, uno dei più grandi poeti del novecento italiano, scomparso qualche anno fa. Un progetto di nicchia che non aveva l’ambizione di uscire a livello discografico e nelle radio”.

Dopo il tuo percorso di ricerca, a quale musica sei approdato?
“Ad un certo punto ho dovuto trovare una sintesi tra il primo percorso nazional popolare e l’ultimo progetto di ricerca: mi sono chiuso in studio per quaranta giorni e ho partorito quest’ultimo progetto solista (che presento oggi)  per mettermi alla prova dando forma a prodotti più immediati”.

Com’è nato il gruppo di lavoro?
“Ho scritto una trentina di brani e grazie a incontri su incontri ho trovato un’etichetta discografica che ha sposato il progetto e il nuovo Alessandro e me li ha prodotti. Ho ritrovato i musicisti con cui suonavo un tempo e con i quali ho iniziato la mia carriera musicale. Siamo cresciuti tutti e abbiamo ricominciato a suonare come se non fossero passati questi anni”.

Sui canali social sei seguitissimo: che rapporto hai con i tuoi fans?
“Credo molto nei miei fans: chi mi seguiva un tempo, oggi ha dei figli: siamo cresciuti tutti ma nonostante il tempo non ci siamo persi”.

Come hai ripreso il “secondo tempo” della tua carriera artistica?
“A ottobre è uscito un primo singolo, forse poco radiofonico, con pianoforte, orchestra e voce. Della serie: dopo quindici anni ritorno e me ne frego degli schemi. Nel frattempo non ho perso l’abitudine di inviare i miei brani per Sanremo. Oggi sono in promozione con l’ultimo singolo “Il mio paese mi fa mobbing”.

Oggi sei papà di due bambini: che futuro intravedi per loro?
“Qualche anno fa alla domanda se avessi voluto avere dei figli rispondevo che per il loro bene no: la percezione che ho del nostro Paese non è sicuramente quello di uno stato che accoglie i giovani e che riconosce il merito. Vedo un futuro abbastanza imbalsamato: viviamo un eterno presente, arrabbattandoci a volte per arrivare alla fine della giornata, con la difficoltà di immaginare il futuro e di programmarlo. Oggi non si riesce più a disegnare nulla che possa avere speranza di apertura”.

Quale il tuo rapporto educativo coi i tuoi figli?
“La mia figlia più grande ha sei anni: cerco ancora di lasciarla nel suo mondo fatto di gioco, sorrisi e divertimento. In questo momento io sono tutto il loro mondo e cerco di servirglielo in modo sereno. Ad un certo punto dovranno scontrarsi con la realtà; quotidianamente cerco di dare loro degli input tra il rigore, la fermezza e al tempo stesso far conoscere loro l’idea di libertà. Spero di dare loro dei paletti fermi che li abituino ad affrontare il rischio”.

Quale la tua personale ricerca di stile cantautorale?
“La mia vita è impostata sulla ricerca di alternative. Dopo la bocciatura e la delusione sanremese non volevo cadere nel solito rituale del contro festival e della polemica: la mia arma è l’ironia che in un certo modo scardina la dinamica dell’attacco e della difesa. Un modo diverso per dire delle cose, giocando su questo quindicesimo big che per forza di cose doveva rientrare in gara. Quest’anno il festival parlava solo di amore rischiando di essere catalogato come un festival di genere”.

Dell’ultimo Festival di Sanremo, quali artisti hai apprezzato?
“Ho apprezzato particolarmente due giovani: The Niro con cui ho anche condiviso il palco con un precedente progetto e Diodato. Hanno un talento straordinario e scrivono bene”.

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