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domenica 24 Gennaio 2021

Bianca dopo Sanremo: “La strada si fa con le persone”

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Mauro Caldera
Mauro Caldera
Da Milano: Giornalista, Ufficio Stampa e Autore Televisivo. Si interessa di musica, cultura e spettacolo e collabora con la Fondazione Mike Bongiorno. Segue in diretta le più importanti manifestazioni musicali italiane.

Troppo spesso si fanno le stesse domande agli artisti senza conoscerli davvero a fondo. E’ facile cavalcare l’onda dell’evento mediatico, ma, quando si spengono i riflettori si spegne anche l’interesse per i percorsi che ciascun personaggio porta avanti.

Il momento più curioso e interessante è infatti il “dopo evento”: una strada personalizzata con progetti, aspettative e ambizioni che caratterizzano gli artisti, soprattutto sotto l’aspetto umano e personale.

A Torino, la redazione di Lifestyleblog ha incontrato Bianca, la cantante che ha vinto l’Area Sanremo e si è presentata all’ultimo Festival nella sezione giovani: si racconta e parla della bella esperienza vissuta di cui fa tesoro per progetti futuri.

A soli venti anni, Bianca racconta le sue tappe e l’esperienza sanremese che, criticata o meno è un fiore all’occhiello che identifica l’Italia nel mondo: adesso è pronta per nuove esperienze.

Quali i tuoi progetti futuri?
Sto iniziando il Tour. Sono contenta perché questo è il mio primo contatto con il pubblico dopo il Festival di Sanremo e l’uscita del mio primo disco. Il 22 aprile sarò a Milano all’ex Teatro Smeraldo, ora Eataly.

Come è arrivato il Festival di Sanremo?
Ho firmato il mio primo contratto discografico a giugno dell’anno scorso; la prima cosa che la mia Casa discografica ha voluto farmi provare è stato Sanremo. Mi è stato proposto come un gioco, andando lì, sondando il terreno e prendendo tutto quello che l’occasione e il percorso mi avrebbe dato. Non c’erano grosse aspettative: era solo un modo per entrare nella nuova dinamica discografica. Dopo aver firmato il contratto, al posto di un Talent Show, forse stressante e impegnativo , mi è stata proposta Area Sanremo, organizzata in una serie di conferenze e lezioni. La fase di selezione è arrivata dopo. Nel frattempo hai tutto il tempo di maturare delle esperienze per capire se sei o meno pronto per questo mondo.

Alla proposta del Festival di Sanremo, cosa hai risposto?
Perché no, proviamoci! Eravamo quasi 400: non pensavo assolutamente che sarebbe successo.

Cosa avviene nell’Area Sanremo?
Ci sono tre giorni di conferenze intensive con gli addetti ai lavori: discografici, produttori e artisti. Tra loro, Simona Molinari, Irene Fornaciari, l’avvocato e il dottor Fussi. Dopo un mese vengono richiamati tutti per la prima fase di selezione dalla quale escono 40 partecipanti; alla successiva escono gli otto vincitori dell’Area Sanremo di cui solo due parteciperanno all’edizione del Festival. Quest’anno mi è andata bene!

Ti aspettavi di essere scelta?
Per certi aspetti speravo di essere più pronta, per altri mi ero sottovalutata. Ho imparato, strada facendo a comunicare in pubblico e gestire il contatto con i media; la mia prima conferenza stampa è andata molto bene!

Sanremo è…
Uno shock. Appena arrivata sono stata travolta da un affollamento mediatico a cui non ero abituata. E’ stato bellissimo anche se l’impatto è stato forte.

Cosa ti ha portato di nuovo Sanremo?
Sono stata particolarmente appoggiata dalla mia produzione che mi ha affidato a tre addette stampa: una squadra affiatatissima che mi ha fatta sentire e mio agio sempre. Non mi sono sentita aggredita, ma sballottata dalla nuova situazione elettrizzante. Sono ancora all’inizio del mio percorso che spero possa essere un trampolino di lancio per la mia carriera. E’ stata una grande fortuna che mi è capitata.

Come hai vissuto il palco del teatro Ariston e l’orchestra dal vivo?
Fin dalla prima prova ho sentito un muro di energia alle spalle. La prima volta che ho sentito la mia canzone suonata solo dall’orchestra, senza la mia voce, alla prima prova che ho ascoltato in cuffia, ho pianto tutte le mie lacrime. Le prove sono state bellissime, in particolare quelle all’Ariston. L’atmosfera è unica, col profumo del vecchio teatro e del “dietro le quinte”.

La paura di dimenticare il testo sul palco, c’era?
Il testo, fortunatamente no, anche perché abbiamo i video laterali e uno ai nostri piedi sul palco. L’ho provata talmente tante volte che mi sembrava impossibile dimenticare il testo. Sotto Sanremo, quando la sentivo alla radio, era una sensazione quasi fastidiosa, tanto l’avevo studiata.

Come nasci artisticamente?
L’amore per la musica nasce con me, grazie alla mia famiglia e a mia mamma: quando era incinta non mancava mai la colonna sonora in casa.

Ascolti della musica in particolare?
Ascolto di tutto. Quando avevo quattordici anni ricevetti il mio primo IPod: ascoltavo Bocelli, i Queen e Mina: il panorama musicale in casa è sempre stato vasto. Seguendo l’esempio di mia sorella, sempre a quattordici anni mi sono iscritta alla scuola di canto jazz di Elisabetta Prodon, a Torino. Mi innamorai del Jazz e della musica: da quel momento non ho più smesso di studiare.

Quando hai deciso di fare la cantante?
La voglia di fare la cantante viene da soli due anni: in un periodo in cui litigavo un po’ con lo studio della musica, ho incontrato il mio produttore, Alex Gaydou, che è stato il mio vocal coach inizialmente; mi ha cambiato totalmente il modo di vedere la musica, di studiarla e di viverla. Con lui ho capito quale strada seguire.

Della musica, ne farai il tuo lavoro o è solo una tappa della tua vita?
Ho capito di dover fare questo. Un po’ me lo hanno insegnato le esperienze di vita: ho capito che non vado d’accordo con lo studio e con il lavoro tradizionalmente inteso. Senza la musica sento di valere la metà e mi sento incompleta. Il fatto di aver potuto concretizzare qualcosa, prima era un po’ una sofferenza: l’idea che fosse tutto nella mia testa. Continuavo a studiare ma di fatto non accadeva nulla. Adesso, dopo l’esperienza sanremese, ovunque sia, mi ricorda qual è il mio posto.

Sanremo ti ha quindi aperto delle porte?
Ha sicuramente definito una mia posizione riguardo alla musica e anche con i miei genitori che (lo capisco) fin quando non ti vedono arrivare ad un traguardo credono poco nella realizzazione delle tue aspirazioni. Non sono “più artista” dopo Sanremo, ma almeno è successo qualcosa che mi ha identificato meglio.

In Italia, non sempre si valorizza la canzone nazionale: cosa ne pensi?
Cantare in italiano è difficilissimo, specie se come me si affronta la tecnica in età adolescenziale : i primi pezzi che ho affrontato erano di Mina. Al primo saggio scappai in lacrime in bagno, lasciando il pianista da solo sul palco. Sicuramente scrivere in inglese è più facile per cui, chi vuole emergere cerca di semplificarsi la vita. E’ difficile poi che un italiano emerga velocemente in Italia cantando in inglese: oggi gli esempi che se lo possono permettere sono ad esempio Elisa e Laura Pausini.

Cosa ne pensi dei Talent Show?
Il Talent, criticato o meno, è una strada come un’altra e un’esperienza utile; ovvio che la strada di Area Sanremo che ti porta al Festival è un’altra cosa ed io mi reputo molto fortunata.

Se ti capiterà di tornare a Sanremo, di cosa farai tesoro, nel bene e nel male?
E’ molto difficile, in quella settimana, concentrarsi sulla parte vocale: si viene assorbiti da tutti e può capitare che nell’ultimo periodo non si provi nemmeno il pezzo per lasciare spazio alle interviste e a tutto il contorno. Mi preparerei meglio, in particolar modo nelle ultime settimane: perdere di vista l’obiettivo è pericolosissimo. Quest’anno, un po’ l’ho fatto e a dir la verità ne ho sentito un po’ il peso.

In quei giorni le domande dei giornalisti erano un po’ le stesse: quali quelle più ricorrenti?
Per me era un po’ il paese delle meraviglie, anche se i ritmi erano stancanti, talvolta faticosi. Continuare a ripetere le stesse cose è effettivamente stancante. Le domande più ricorrenti: perché ti chiami Bianca? Come nasce la canzone Saprai? Come hai iniziato a studiare?

Nel brano “Saprai” sei anche autrice o solo interprete?
Non sono cantautrice anche se ogni tanto scrivo interminabili appunti volanti su Facebook. E’ come se ci fosse un muro che non mi porta a scrivere in modo ordinato, finalizzando il lavoro alla scrittura di un pezzo. Se uno è autore puro, lo fa per lavoro, per cui si concentra e scrive. Se uno invece approccia alla scrittura, il lavoro riesce bene solo se c’è una precisa necessità: probabilmente io non sono ancora pronta o forse devo ancora crescere.

Come nasce il brano sanremese?
Saprai nasce da mail disordinate che io ho inviato ad Alex in seguito alla festa degli ottant’anni di mia nonna; a un certo punto, mentre tutti festeggiavano, sono stata colta alla sprovvista dalla mia parte nera, una parte cupa, a volte triste e malinconica che talvolta nei momenti meno opportuni si impossessa di me portandomi all’isolamento. Mi sono chiusa in questo bagno dalle pareti rosso pallido: ho pensato tantissimo e dopo un po’ sono uscita continuando la festa come se nulla fosse accaduto. A casa ho scritto una mail ad Alex con tantissime riflessioni su di me e sul mio carattere: di lì è nata Saprai.

Quale il pezzo che ti è piaciuto particolarmente nell’ultimo Festival di Sanremo?
Durante il periodo sanremese non ho seguito Sanremo Big: avevo le canzoni di sottofondo in albergo ma non potevo avvicinarmi all’Ariston perché mi dava molta ansia. Il Festival l’ho vissuto con le mie esibizioni e con il dietro le quinte, ma nient’altro. Trovo che i Perturbazione siano stati la vera novità di questo festival; poi anche loro sono torinesi come me. Hanno alle loro spalle una grande gavetta e sono sulla piazza da un po’ di tempo e poi sono bravi e originali; eravamo anche in albergo assieme per cui si è creato affiatamento.

Se potessi duettare con un artista internazionale, chi sceglieresti?
Sono innamorata di Anthony Hegarty, il cantante degli Antony and the Johnsons: da quando sono nata aspettavo di sentire certe sensazioni ascoltando i pezzi di un artista. Lui ha una rotondità e una sensibilità particolarissime che non sono quasi umane. A luglio andrò al suo concerto a Madrid: potrei morire all’istante se potessi incontrarlo dal vivo.

Se potessi invece duettare con un artista italiano?
Con Mina in persona: senza di lei non avrei mai trovato la strada per cantare in italiano. E stata una maestra a tutti gli effetti.

Quale la canzone della tua vita che non può mancare nel tuo repertorio?
It’s A Man’s Man’s Man’s World diJames Brown. Strutturalmente sembra fatta apposta per la mia voce: mi permette di valorizzare tutte le mie tecniche e le sfumature della mia voce come nessun’altra canzone. Ho vinto il mio primo concorso con questa canzone e sono arrivata a Sanremo presentandola come cover per la valutazione della giuria di Area Sanremo. Ogni volta che faccio una serata o un matrimonio, non può mancare.

Artisticamente, chi ti senti di ringraziare?
Io ringrazio continuamente tutte le persone della mia vita: la strada si fa con le persone. Quelle che mi stanno vicino sono tutte perfettamente aderenti con la mia personalità. Nello specifico, nel mio percorso artistico devo ringraziare Alex: lavorare assieme tutti i giorni è difficile e spesso ci si scontra, anche perché io ho un carattere non sempre facile, ma lui è il mio papà artistico oltre ad essere il mio vocal coach e produttore. Mi ha trovata, mi ha messo a posto la voce: sono una sua creatura.

 

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