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Festival di Sanremo

La Regia del Festival di Sanremo secondo Duccio Forzano

Mauro Caldera

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Una macchina meravigliosa e la passione che si trasforma in mestiere: la Regia del Festival di Sanremo secondo Duccio Forzano.

Sta finendo questa edizione del Festival: quando si inizia a parlare di quella successiva? Ci sarà un tuo ritorno?
“L’anno prossimo escluderei: sono talmente provato, ma felice, perché questo mestiere non riesco a chiamarlo lavoro e perché è la mia passione. Tutte le mattine, mi alzo e ringrazio chi mi dà la possibilità di fare un lavoro (se possiamo chiamarlo così) che mi piace. Sanremo, artisticamente viene concepito a dicembre; a giugno, quando i  giochi sono fatti a livello di cast e di regia si passa allo studio della scenografia e dei concetti da sviluppare: quest’anno, per esempio, sono stati raccontati i 60 anni della televisione e il tema della bellezza). Non a caso, gli ospiti intervenuti sono quelli che hanno fatto la televisione: Franca Valeri, le gemelle Kessler, Renzo Arbore e Raffaella Carrà, ma non tutti riescono a cogliere questa cosa perché non è esplicita. Si lavora attivamente durante l’estate per creare i bozzetti della scenografia e per fare in modo che entro la fine di agosto tutti i bozzetti esecutivi siano pronti per andare in produzione. Nel frattempo si lavora al progetto luci e al progetto camere. In contemporanea si strutturano le scalette si passa alla ricerca degli ospiti, fino ai mesi di ottobre-novembre, periodo in cui le canzoni sono state scelte e vengono poi cantate e suonate a Roma in uno studio per farci un idea di ascolto. Ai primi di gennaio arriva a Sanremo la Squadra scenografica e fotografica per il montaggio delle fondamenta dello spettacolo. A metà gennaio arriva sul posto il regista che “guarda ingrassare il suo cavallo”, curandolo in tutti i particolari in attesa che arrivi il conduttore e trovi il suo progetto realizzato nel migliore dei modi per animarlo di contenuti”.

Durante questo percorso, riesci a ricordare un momento in cui ti sei divertito e uno invece in cui ti sei divertito meno?
“Mi diverto sempre: mai un momento di noia. Sono un privilegiato perché nella mia vita ho veramente lavorato con passione.  La mia prima regia è stata a 36 anni e adesso ne ho 54. Ho fatto i mestieri più disparati: il marmista, il cameriere…faccio prima a dire quello che non ho fatto! So cosa vuol dire guadagnarsi il pane dovendo alzarsi la mattina prestissimo e fare una cosa che non ti piace: il peso è solo quello. Dobbiamo lavorare tutti e avere la fortuna di fare un mestiere che diventa la tua passione non è da tutti”.

Una tua parola chiave è “Passione”: cosa cerchi di trasmettere?
“Faccio per poter dare – qualcosa a qualcuno. Cerco di far passare entusiasmo energia e passione in quello che racconto. Cerco sempre di dar il migliore spazio a chi sta al di là delle telecamere: quando il protagonista racconta qualcosa, mi piace che il suo messaggio arrivi a casa. Ho imparato e sono migliorato da quando faccio Che tempo che fa, un programma fatto di parole. La cosa più difficile è (come dice Fazio) raccontare le parole. Raccontare un numero o un balletto, anche se non sei bravissimo, ti richiede solo la capacità di documentarlo; raccontare due persone che parlano e far arrivare a casa  il concetto è cosa più complessa”..

C’è stata la puntata dell’educazione: un momento dedicato al Maestro Manzi, in cui sono stati tratti i suggerimenti e la base della conoscenza semplificata. Il tuo è un lavoro che (in un certo senso) educa, informa e trasmette. In Italia, il mondo della scuola è in crisi e avrebbe forse bisogno di nuovi stimoli: non hai mai pensato di renderla dinamica e interattiva, parlando di tecnologia e multimedialità attraverso un percorso di conoscenza sulla macchina dello spettacolo e della “regia culturale”?
“In maniera molto minimale l’ho già fatto e quando posso lo faccio. Un paio d’anni fa, all’Università Cattolica di Milano ho cercato di insegnare a un master, le basi di regia. La cosa migliore, oltre che studiare la tecnica o  come funziona una macchina è provarla, e sperimentare direttamente. L’esperienza sul campo, alla fine (come dicevano mio nonno e mio padre) è lavorare per apprendere. Da autodidatta (ho cominciato a lavorare molto presto per problemi di famiglia e non ho avuto il tempo di studiare), quando ho deciso di intraprendere un certo tipo di strada ho iniziato a studiare per conto mio. Quando potevo andavo a lavorare in studi di postproduzione e produzione televisiva. Studiavo i manuali, mi documentavo sul funzionamento delle telecamere e delle centraline di montaggio e quando avevo la possibilità sperimentavo e univo la parte teorica (fredda e noiosa) di questo mestiere all’esperienza sul campo.
Mi piacerebbe lavorare nel mondo della scuola, se solo ne avessi la possibilità e si potessero incastrare i mille impegni: è nei miei pensieri Ora sono talmente pieno di voglia di fare questo mestiere che non riesco a smettere: finché riesco e ne avrò l’opportunità voglio continuare. Nei miei studi, a Roma e a Milano, gravitano ragazzi che conosco anche attraverso i network di Facebook e Twitter. Qualcuno mi dice che vorrebbe fare il regista e spesso dico di venire da me per parlarne. Mi capitano anche persone che dopo tre di lavoro scappano. Fare il regista non vuol dire salire subito sul camion regia per assumere il ruolo: c’è un percorso da fare che io ho fatto e pretendo da chiunque voglia fare questo mestiere vicino a me che lo faccia da zero, da capo. Sono partito lavando la macchina al mio capo e non sono arrivato in uno studio con una telecamera in mano: per toccare la mia prima telecamera professionale ho dovuto sudare parecchio. Il mio “maestro” mi diceva che non potevo toccarla perché non ero neanche capace di accenderla. Avevo la mia telecamerina che usavo per portargli i lavori che lui guardava e valutava; quanti lavori mi ha buttato via perché erano schifezze! Gli dicevo che se avessi avuto una telecamera più bella avrei fatto un lavoro di maggiore qualità. Mi disse una cosa che mi è rimasta impressa “Non è il mezzo…è la tua capacità”. Puoi fare una cosa bellissima con un mezzo pessimo, perchè è il contenuto, è l’inquadratura: è il senso di quello che fai. Un bel giorno ha visto un mio lavoro e finalmente mi ha detto che era una bella cosa e da quel momento mi ha concesso l’uso della telecamera”.

Avessi una bacchetta magica, in questo momento, cosa realizzeresti?
“Vorrei assicurare un futuro alle mie due figlie ed essere certo che se un domani, dovessi avere un qualsiasi problema, loro siano protette e in grado di vivere una vita più serena di quella che ho avuto io”.

Da Milano: Giornalista, Ufficio Stampa e Autore Televisivo. Si interessa di musica, cultura e spettacolo e collabora con la Fondazione Mike Bongiorno. Segue in diretta le più importanti manifestazioni musicali italiane.

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