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Interviste

Luciana Littizzetto: “Volevo misurarmi con un film di successo degli anni ’50”

Aspirante vedovo, film in uscita il prossimo 10 ottobre 2013 nelle sale cinematografiche, è diretto da Massimo Venier e interpretato da Fabio de Luigi e Luciana Littizzetto. È un remake del film di Dino Risi del 1959 Il vedovo. Ecco le dichiarazioni della Littizzetto durante la presentazione.

Che cosa l’ha convinta ad accettare la sfida di questo film?
Mi piaceva il “plot” che è pazzesco, liberamente ispirato a un racconto meraviglioso da commedia nera come “Il vedovo” di Dino Risi interpretato a fine anni ‘50 da due attori in stato di grazia come Franca Valeri e Alberto Sordi, mi incuriosiva l’ipotesi di misurarmi – con la dovuta modestia e senza la presunzione di impossibili confronti – con un film che all’epoca ottenne grande successo ma che le nuove generazioni non hanno avuto molte occasioni di vedere. In “Aspirante vedovo” abbiamo cercato di riadattare ai giorni nostri situazioni e personaggi che derivano dal film di Risi rivelandosi particolarmente rappresentativi della realtà di oggi. La Susanna che interpreto è una donna di potere, un’arrampicatrice sociale spietata e “carrierista”, tipica rappresentante di una specie oggi sempre più diffusa che definirei, in sintesi, “donne con le palle”. Si tratta di una tipologia particolarmente interessante da raccontare perché il fascino di una persona risiede, secondo me, nelle sbavature, nelle imperfezioni e nelle fragilità; continuo a sorprendermi vedendo come certe donne di potere super determinate sembrano non avere mai nessun cedimento, incertezza o indecisione: mi chiedo come facciano ad essere sempre così perfette e ben curate nonostante i ritmi di lavoro e di vita così frenetici, dormiranno forse 3 ore a notte, lavorano 24 ore su 24, non hanno nessun tipo di scrupolo e di cuore, per loro il conflitto non esiste perché comandano e licenziano come e quando vogliono, sarà forse questo il motivo per cui diventano così. Sicuramente di questa razza in espansione esisteranno anche esemplari normali ma noi, in questa occasione, abbiamo voluto raccontare da vicino proprio questo tipo di donna così particolarmente spietata…

Che tipo di rapporto si è creato tra lei e Fabio De Luigi?
Credo che Fabio sia un partner di commedia ideale, lo conosco da tanto tempo, è una persona carina e simpatica (circostanza che, nella vita e nel lavoro, non guasta), con cui è nata nel tempo confidenza e amicizia. Molto spesso, prima di girare certe sequenze in cui dovevamo detestarci, dopo essere stati a pranzo e a cena insieme in allegria e in totale sintonia, era molto difficile, per entrambi, sentire dentro di noi il disprezzo verso l’altro necessario ai nostri personaggi che dovevano essere uno più terribile dell’altro. Credo che, tutto sommato, il meccanismo funzioni bene: io energica, chiacchierona, ritmica come una macchinetta e lui più molle di faccia, mesto, spaurito, lunare, l’incontro-scontro è garantito. La “maschera” abituale di Fabio al cinema è spesso quella del “giuggiolone – cretinone”, in questo film appare come un manager velleitario e pasticcione (una sorta di clone di quelli della Milano odierna dell’Expo, dove si affacciano spesso, per fare affari, persone senza scrupoli e con un bel pelo sullo stomaco) eternamente vessato e sopraffatto da me, ma presto si rivela, a sua volta, un “mostro” indifendibile: quando crede che io sia morta, gioisce felice, pronto ad approfittare della nuova situazione, così come gioiscono le persone intorno a me, tutte ugualmente egoiste, perfide e spietate.

Come si è trovata con Massimo Venier?
Avevo già recitato nel suo film “Tre uomini e una gamba” con Aldo, Giovanni e Giacomo protagonisti e in passato avevo lavorato a lungo al programma tv “Mai dire gol” di cui lui era uno degli autori. E’un uomo molto spiritoso e molto intelligente, quando è in vena fa molto ridere, conosce bene i meccanismi della comicità, ad esempio: ha avuto ragione nel credere che, in quel particolare tipo di racconto, fosse proprio la spietatezza senza cedimenti di Susanna ad esaltare l’aspetto brillante della storia, mentre io pensavo che il mio personaggio fosse un po’ troppo cattivo e che fosse necessario mostrare qualche suo lato umano, perché sembrava impossibile che esistesse una donna simile nella realtà.

C’è stato spazio per l’improvvisazione in scena?
E’ un tipo di commedia molto teatrale come lo era “Il vedovo” di Risi; è un film dove conta moltissimo la trama. Non c’erano gag particolari da inventare, in situazioni simili devi essere fedele alla struttura; noi in questo caso dovevamo essere esattamente quelli che si vedono, le risate arrivano grazie al meccanismo diabolico. Nel cinema italiano di oggi le commedie abitualmente raccontano il quotidiano, la realtà, le famiglie con bambini, ma il nostro film si muove invece su un piano più narrativo, privilegia la sceneggiatura; il meccanismo è molto diverso; non si tratta di uno “spaccato” ma di una storia intrisa di spietatezza, con tipologie di “mostri” ben riconoscibili, anche se poi, come nelle migliori commedie di una volta, al “delitto” segue il necessario castigo, per evitare che il pubblico si riconosca e si identifichi troppo. Credo sia una macchina comica ben congegnata perché prende di mira certe caratteristiche e certi vizi degli italiani come la furbizia, il cinismo, il doppio gioco, la “drittaggine”, che troppo spesso, paradossalmente, vengono considerati una dote e non un difetto.

La lavorazione è stata faticosa?
E’ stata elaborata e complessa, le riprese non sono filate via troppo in fretta: Massimo Venier è un regista esigente che non si accontenta mai, cerca sempre il particolare giusto e fa sempre ripetere molte volte ogni sequenza. Una situazione particolarmente divertente da ricordare è quella che si è creata quando abbiamo girato, per oltre una settimana in Val d’Aosta, ogni notte con un freddo e una pioggia finta terribili, le riprese finali ambientate alla cosiddetta “curva della morte”. Il “campo base” con le roulotte in cui dovevamo truccarci e cambiarci era stato installato sulla cima della montagna e tutte le volte che salivamo ad asciugarci i vestiti inzuppati di acqua ci veniva la nausea per la fatica. A un certo punto, mentre ero tutta bagnata e sfinita (come tutti intorno a me), la sarta mi ha sibilato: “basta, io adesso mi lancio qui nella curva e mi lascio morire!”

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