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Pearl Jam: “Siamo solo una rock and roll band”

Ciò che rende i Pearl Jam speciali, confermano loro stessi all’edizione italiana di Rolling Stone – che alla band di Seattle dedica la copertina, in edicola dal 28 settembre –  è il loro pubblico, e specialmente quello italiano. Tutti quei fan che da sempre li seguono come fossero una religione e che, dopo quattro anni di attesa, muoiono dalla voglia di ascoltare il nuovo album Lightning Bolt, in uscita a metà ottobre, il decimo in 23 anni di carriera che ha prodotto la vendita di 60 milioni di dischi. Lightning Bolt arriva dopo una gestazione durata due anni e mezzo, e a quattro anni esatti dall’ultimo Backspacer e Rolling Stone ne parla con il chitarrista Stone Gossard: “Perché ci avete messo così tanto per tornare a spargere la vostra benedizione?”. «Ognuno di noi arriva con un pacco di demo – racconta Gossard – Ci ritroviamo in studio, la maggior parte delle volte senza Eddie, e tutti insieme iniziamo a improvvisare sulla base di questi demo. Il risultato è un cd con dentro 14 o 15 canzoni, che poi diamo a Eddie. Dopodiché ci ritroviamo e rifacciamo tutto di nuovo, due o tre volte. E alla fine suoniamo le canzoni per Brendan». Brendan è Brendan O’Brien, il loro produttore storico. «Le canzoni prendono forma così, come un dialogo, e senza nemmeno rendercene conto siamo già a Los Angeles a registrare la versione definitiva. Stavolta ci abbiamo messo più tempo».
Nel complesso, però, il processo attraverso cui nasce un pezzo dei Pearl Jam rimane misterioso, e può variare moltissimo da canzone a canzone: «A volte vengono prima i testi. È un metodo che mi piace, perché le parole possono spingere gli arrangiamenti musicali in direzioni completamente nuove, farti fare cose che normalmente non faresti. La maggior parte delle volte però viene prima la musica, la melodia, che mentre prende forma si porta dietro le parole».
I Pearl Jam saranno in tour negli Usa da adesso fino alla fine dell’anno. Nessuno sa meglio di loro come gestire un tour. In media passano 10 mesi all’anno suonando in giro, ma Gossard dice che quando torna a casa sta sempre con i suoi figli: «La famiglia ti manca moltissimo. Stare lontano per tre settimane da una bambina di sei anni sembra un tempo infinito. Quando posso me la porto dietro». A volte torna a casa anche solo per un paio di giorni: «Certo, il nostro è un caso particolare. Possiamo scegliere, e scegliamo di fare solo tour di tre settimane per volta. Cerchiamo di non esagerare: è solo R&R, non c’è in gioco la salvezza dell’universo. È più importante prenderci cura di noi stessi. Probabilmente è per questo che la band dura da così tanto tempo. Perché ci divertiamo ancora». Lo faranno anche da vecchi, come i Rolling Stones e altri rocker con i capelli bianchi? «Non vedo una ragione per cui dovremmo smettere di fare concerti a 60 anni. Forse arrivati a un certo punto diremo: “Ok, è stato bello, ma ora basta”. Per adesso non ne abbiamo intenzione».  Gossard conclude confessando che non vede l’ora di suonare in Europa, soprattutto in Italia: «L’Italia è uno di quei Paesi in cui la risposta del pubblico ci ha travolto. Ci amano fin dal primo giorno, dunque siamo molto legati ai nostri fan italiani».

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