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Slot machine: cosa succede davvero quando in una città aumenta la loro concentrazione?

La macchinetta fa il giocatore. Là dove ci sono più slot machine si gioca (e si perde) di più, con il risultato che i proventi che rimpinguano le casse dell’erario nazionale diventano un costo, economico e sociale, a livello locale. Le cifre disaggregate sono eloquenti: ogni abruzzese spende la metà di uno stipendio medio nel gioco ogni anno (776 euro), il 5% del reddito procapite. È quanto emerge dall’inchiesta di data journalism di Wired – in edicola dal 3 luglio – che, per la prima volta, ricostruisce in modo capillare la distribuzione in regioni, province e comuni dei luoghi che ospitano le “macchinette” e il loro impatto sul reddito e la salute dei residenti. A Genova, la battaglia dello scomparso Don Gallo aveva spinto il comune a varare, lo scorso marzo, un regolamento contro la proliferazione delle slot machine stabilendo distanze minime da scuole, parchi e altri luoghi “sensibili”. Stessa cosa, l’anno prima, aveva fatto l’amministrazione comunale di Trento e provvedimenti analoghi sono stati approvati in altre città. Le giocate degli italiani sono aumentate di quasi dieci volte dal 2004 a oggi. La reazione di Genova e Trento non è un caso, perché i dati raccolti da Wired mostrano che i due capoluoghi guidano, rispettivamente, la classifica delle città grandi (più di 200mila abitanti) e medie (almeno 100mila) per quanto riguarda la concentrazione dei cosiddetti mini-casinò. Questi esercizi sono appena 2409 delle 113.877 attività che ospitano le slot machine, ma il loro impatto sul territorio è ben più alto del loro numero totale, come emerge collegando la loro distribuzione a livello locale con i dati sul reddito. Le statistiche su quanto viene giocato nelle regioni (l’Aams, malgrado le richieste, non rilascia cifre di spesa a livello provinciale e comunale) sono chiare: non solo si tende a sborsare di più in assoluto, ma anche in proporzione alle disponibilità degli abitanti. Un esempio? Il Molise presenta il più alto tasso di mini-casinò per popolazione (7,3 ogni 100mila abitanti). Allo stesso tempo la cifra procapite giocata dai molisani alle slot ogni anno (750 euro nei primi 10 mesi del 2012, secondo Aams) rappresenta il 4,93% del reddito procapite (dati Istat 2011). Si tratta della seconda percentuale più alta tra le regioni (il primato spetta all’Abruzzo). Se la tendenza fosse confermata a livello provinciale e comunale, a Genova e a Trento dovrebbero preoccuparsi ancora di più. Ma anche dalle parti di Massa e Carrara ci sarebbe poco da stare allegri: la città toscana è prima tra le province per mini-casinò ogni 100mila abitanti (i dati completi al link del sito di Wired http://daily.wired.it/news/2013/07/02/italia-slot-machine.html).
Ma non si tratta solo di soldi. L’incrocio tra la concentrazione territoriale degli esercizi e le statistiche sanitarie mostra che la diffusione delle macchinette va a braccetto con il rischio di patologie legate all’azzardo e di dipendenze, in particolare tra i giovani. In questo caso il veicolo non sono più i mini-casinò ma le sale giochi, spazi nati per i videogame ma che troppo spesso ospitano anche slot machine. Questa correlazione è confermata dall’incrocio dei dati di Wired e quelli di Espad (European School Project on Alcohol and Other Drugs), la più accurata indagine sulle dipendenze giovanili. Su questo fronte il caso della Calabria è emblematico. La regione detiene il record per questi locali (quasi 30 ogni 100mila persone) e registra la più alta incidenza di giovani giocatori problematici o a rischio (4,7%). L’erario, nel 2012, ha incassato più di 4,5 miliardi di euro dalle slot e – soprattutto di questi tempi – pare difficile proporre di rinunciare ai ricavi.

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