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Stefano Andreotti racconta suo padre: “Durante i processi lo trovavo in poltrona, imbottito di psicofarmaci”

Stefano Andreotti, 60 anni, il terzogenito di Giulio, è l’unico a rompere il riserbo all’indomani della morte del capostipite. E lo fa raccontando in esclusiva a Vanity Fair – in edicola domani 29 maggio – la sua verità su un uomo che, prima di essere il controverso protagonista della storia italiana, era suo padre. Che padre era Giulio Andreotti? «Aveva abitudini molto precise, e orari stressanti. Quindi la sua presenza, in termini di ore, era scarsa. Ma, in termini qualitativi, ci ha riservato un’attenzione assoluta». Sua madre è mai stata gelosa? «Non credo. Non ho mai sentito tra loro mezzo litigio. Anche quando uscì quella sua foto a braccetto con Anna Magnani, e ci furono alcune insinuazioni, la considerammo un’invenzione dei giornali. Del resto, papà era sottosegretario di De Gasperi con la delega sul cinema. Parlo di quando il cinema italiano ancora si poteva definire tale. Non come oggi, e mi riferisco a qualcosa che ha riguardato mio padre». Al Divo di Sorrentino? «Appunto. Quel film parte da un’idea preconcetta. Perfino papà, che non era mai diretto, dopo la proiezione disse che era stata “una vera mascalzonata”». Una mascalzonata anche i processi per concorso esterno in associazione mafiosa? «Stava per scoppiare Tangentopoli, si voleva spazzare via un’intera classe politica. Ma mio padre non aveva mai maneggiato denaro pubblico: dovevano incastrarlo in un altro modo. Qualche mese prima che i pentiti parlassero, Gerardo Chiaromonte, politico comunista, lo chiamò per avvisarlo della trappola che gli stavano tendendo. Che tragedia: mia madre ha sofferto di depressione e ancora oggi ne porta il segno. A 92 anni, soffre di una malattia degenerativa. Non si è neppure resa conto della scomparsa di papà». Suo padre sembrò reagire alle accuse, almeno pubblicamente, con freddezza, quasi con cinismo. «In realtà soffrì moltissimo. Lo trovavo il sabato mattina sulla poltrona a dormire – lui che non dormiva mai – imbottito di psicofarmaci per stare tranquillo. La fede l’ha aiutato: diceva che era una prova da superare per quello che aveva avuto, doveva scontare qualche peccato». Se l’hanno potuto attaccare è stato a causa di rapporti stretti con persone in odore di mafia, come Salvo Lima. Suo padre era consapevole di aver commesso errori? «Se tante persone non le avesse frequentate, con il senno del poi  sarebbe stato meglio. Detto questo, mio padre non ha mai espresso un giudizio negativo su Salvo Lima, nemmeno dopo la fine che ha fatto (fu ucciso in un agguato nel ’92 a Palermo, ndr)». Tra i giudizi pesanti espressi su suo padre, fanno particolare effetto quelli scritti da Aldo Moro nei suoi diari del sequestro. «Tra mio padre e Moro potevano esserci state divergenze, ma i rapporti erano stati ottimi. Appena si seppe che Moro era stato sequestrato, chiamai papà: era sconvolto. Chi arrivò a ipotizzare che dietro quel rapimento ci potesse essere Andreotti non sa di che cosa parla. A noi figli, papà disse chiaramente che al posto di Moro ci poteva essere lui. Secondo lui, avevano scelto Moro solo perché abitava in Via Fani, una posizione che garantiva una via di fuga più agevole». Nel 2010, in una puntata del programma La storia siamo noi dedicata all’omicidio dell’avvocato Giorgio  Ambrosoli, suo padre lo definì «una persona che se l’andava cercando». Il figlio di Ambrosoli, Umberto, ha preferito uscire dall’aula del Consiglio regionale della Lombardia quando si è osservato un minuto di silenzio per la scomparsa di suo padre. Come giudica questo episodio? «È stata una frase oltremodo infelice, che mio padre però ha subito rettificato, e che soprattutto ha pronunciato quando non era ormai lucido. Che Umberto Ambrosoli ce l’abbia con lui è più che comprensibile. Se io sono arrabbiato per quello che è successo a papà, figurarsi lui, che suo padre lo ha visto ammazzato».

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