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Food & Beverage

I consumi alimentari nel fuoco della crisi: ricerca di Granarolo e Federconsumatori

Il 40% degli Italiani nell’ultimo anno ha ridotto i consumi alimentari e la maggioranza mette in atto comportamenti anti crisi:

  • nuovi fattori di scelta: i prezzi (80%),  la sicurezza (62%), l’origine (57%), la qualità (50%) del food & beverages
  • comportamenti antispreco per il 90% dei consumatori (porzioni ridotte, utilizzo avanzi …)
  • si torna a mangiare a casa (64% dei consumatori)

Per il 90% degli Italiani – nonostante il significativo impoverimento – il cibo rimane un aspetto centrale della qualità di vita:

  • il 72% ha protetto la qualità durante l’ultimo anno
  • il 92% degli Italiani – la stragrande maggioranza – è favorevole a prodotti di filiera italiana

Granarolo – Federconsumatori annunciano protocollo d’intesa in collaborazione con il Mipaaf per la divulgazione del valore della filiera italiana

 

Milano, 14 maggio 2013 – Granarolo, uno dei leader dell’agroalimentare italiano inizia con oggi un ciclo di iniziative sul futuro del Paese: “Granarolo per il domani”. Il dibattito del primo incontro, moderato dal direttore del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia, Fiorenzo Galli, prenderà l’avvio dai risultati della ricerca “Gli Italiani e i consumi alimentari nel fuoco della crisi”.

A presentarli sarà Enrico Finzi, presidente di Astraricerche, seguiranno gli interventi di Gianpiero Calzolari presidente Granarolo, Rosario Trefiletti, presidente Federconsumatori, Andrea Segrè, direttore Dipartimento di Scienze e Tecnologie Alimentari dell’ Università di Bologna, Adriano Turrini, presidente Coop Adriatica.

 

Granarolo vuole affrontare pubblicamente con il mondo delle istituzioni, delle imprese, delle associazioni il tema dell’urgenza delle riforme necessarie alla protezione delle filiere italiane per il rilancio dell’economia del Paese. A pochi giorni dalla formazione di un nuovo Governo, vogliamo attirare l’attenzione su un settore che può contribuire significativamente al rilancio del Paeseha dichiarato Gianpiero Calzolari presidente di Granarolo. Un settore che ha prospettive importanti per l’occupazione, l’export, la percezione internazionale del nostro Paese”.

 

 

La ricerca

 

I dati della ricerca mostrano la drammatica situazione di quasi la metà della popolazione del Paese che ha ridotto i consumi alimentari nell’ultimo anno con un terzo della popolazione in particolare sofferenza: sono sopra i 34 anni, residenti in Lazio e al Sud oltre che nei piccoli comuni, per lo più lavoratori autonomi, salariati e ‘inattivi’ (pensionati, casalinghe, studenti, disoccupati).

 

La crisi ‘picchia duro’ su molti prodotti di consumo quotidiano, delle 29 tipologie di prodotti considerati solo per 2 (frutta e specialmente verdure) è positivo il saldo tra chi aumenta e chi cala dalla primavera 2012, mentre per tutti gli altri prodotti, quelli in calo battono quelli in crescita (di poco per pasta, uova, latte ad alta digeribilità, latte UHT, acqua minerale, caffè, latte fresco, integratori alimentari; di più per cibi dietetici, pane, olio, yogurt; molto per surgelati, biscotti, formaggi, pesci, condimenti/sughi, vino; moltissimo per birra, cracker/snack salati, merendine, cioccolata, bevande gassate; ancora di più per gelati industriali, carne rossa, dolci/torte).

 

Nello stesso tempo gli Italiani hanno messo in campo strategie di sopravvivenza, non è solo questione di arretramento: mutano soprattutto i modelli di consumo.

 

Vediamoli: nell’ultimo anno i consumatori dichiarano di dare maggior importanza a certi fattori: ai prezzi (80%) e anche alla sicurezza (62%), all’origine (57%), alla qualità (50%) del food & beverages.

 

Ridurre lo spreco alimentare è tuttavia la strategia più condivisa in tempo di crisi: ben il 90% riferisce d’un maggior impegno proprio e dei propri familiari nel ridurre gli sprechi – con i maschi e i giovani lievemente sotto media. Come? Acquistando meno prodotti (52%), conservando e utilizzando gli avanzi (50%), acquistando confezioni più piccole (20%), facendo porzioni più piccole (16%) oltre che con molte altre tecniche minori.

Di più, è in atto un “ritorno a casa”: la gente mangia assai di più in casa (64%) e meno al bar (67%) o al ristorante (66%) o in mensa (42%); preferisce i prodotti scontati/in promozione (60%); ‘taglia’ i cibi etnici (37%); recupera cibi e ricette tradizionali (29%); mangia e beve meno prodotti ‘bio’ (21%) o del commercio equo e solidale (20%).

Colpisce poi che una parte non piccola dichiari di saltare alcuni pasti (18%); di fare meno da mangiare per puro piacere (13%); e persino di ridurre il numero delle porzioni ai pasti (2%).

Tuttavia la qualità del cibo, anche in tempo di crisi, rappresenta un aspetto importante per l’alimentazione degli Italiani.

I nostri connazionali appaiono disposti a ridurre – volenti o nolenti – le quantità ma cercano in ogni modo di non cedere sulla qualità di quel che mangiano e bevono: infatti, il 61% è riuscito nell’ultimo anno a difenderla e l’11% addirittura a migliorarla, col restante 28% che è stato costretto a ridurla (nella metà dei casi solo per taluni prodotti). E anche per il futuro, per i prossimi dodici mesi il 66% ipotizza stabilità, il 14% incremento e il 20% decremento (prevalentemente non generalizzato).

 

Il buon cibo rimane comunque un aspetto centrale per gli Italiani: per il 44% senza riserve e per il 46% con preoccupazioni economiche e con timori circa la sicurezza alimentare. Per di più il Paese è convinto che l’alimentazione abbia un ruolo non solo rilevante ma decisivo per quel che riguarda la salute (75%), la prevenzione delle malattie (63%), l’allegria e il buon umore (54%), la cura delle malattie (54%), l’efficienza nel lavoro e nello studio (45%), la felicità (44%), la sessualità (32%), le relazioni con gli altri (31%), il carattere e la personalità (28%).

La centralità del cibo si ricava anche dal favore che gli italiani esprimono per l’introduzione di  un’etichetta che evidenzi la filiera italiana degli alimenti.

Il 52% del campione sostiene di conoscere il significato del termine filiera e il favore degli intervistati per la filiera solo italiana risulta dominante: per il 65% forte e per il 32% medio oppure forte ma solo per alcuni prodotti.

Ne consegue una posizione di grande favore del 92% per un simbolo che indichi che un prodotto alimentare o una bevanda sono prodotti solo in Italia e solo con materie prime italiane: il 78% lo vorrebbe per tutti i prodotti e il 14% solo per alcuni.

E cosa ancora più significativa, malgrado le difficoltà di questo lungo periodo di crisi, il 54% degli intervistati (20,9 milioni) si dice disposto a pagare un po’ di più un prodotto connotato da un simbolo o icona di garanzia che indichi che un prodotto alimentare o una bevanda sono prodotti solo in Italia e solo con materie prime italiane.

 

Gli interventi

 

Granarolo vuole affrontare pubblicamente con il mondo delle istituzioni, delle imprese, delle associazioni il tema dell’urgenza delle riforme necessarie alla protezione delle filiere italiane per il rilancio dell’economia del Paese. A pochi giorni dalla formazione di un nuovo Governo, vogliamo attirare l’attenzione su un settore che può contribuire significativamente al rilancio del Paese. – ha dichiarato Gianpiero Calzolari presidente di GranaroloUn settore che ha prospettive importanti per l’occupazione, l’export, la percezione internazionale del nostro Paese.

 

E’ evidente la difficoltà in cui si trova il Paese, ma allo stesso tempo è rilevante il dato con cui gli Italiani riconoscono il valore della qualità della filiera italiana e del cibo made in Italy. Va fatta informazione sulle caratteristiche dei prodotti, va supportato il consumatore nei suoi nuovi comportamenti “antispreco” e noi stessi come azienda siamo andati in questa direzione con il lancio di alcuni prodotti, (ad esempio la bottiglia di latte da 1 litro e mezzo, la nostra bottiglia anticrisi) e con uno sforzo volto al miglioramento dell’etichettatura dei nostri prodotti.

Questo aspetto è certamente centrale per i consumi interni ma dovrebbe essere soprattutto una strategia che guida lo sviluppo dell’agroalimentare italiano verso i mercati internazionali”, ha commentato Gianpiero Calzolari, presidente di Granarolo.

Abbiamo un asset important, e ci aspettiamo che il Governo agisca in molte direzioni, che tuteli l’imprenditorialità degli allevatori italiani in coincidenza della fine delle quote latte, che sostenga con politiche incentivanti le piattaforme logistiche e distributive all’estero anche tra segmenti diversi del “cibo made in Italy”, che difenda l’importanza anche in sede UE della riconoscibilità di un marchio sugli alimenti relativo all’origine della materia prima”.

 

E’ del tutto chiaro che questo sia il tema su cui si giocheranno le più importanti partite in Europa nei prossimi mesi – dichiara Rosario Trefiletti, presidente Federconsumatori.

La ricchezza e la qualità del cibo italiano non è solo riconosciuta dai consumatori nazionali ma dovrebbe essere utile per il rilancio del Paese sul piano internazionale. E’ perciò essenziale che ci siano a Bruxelles associazioni di consumatori che difendano l’agroalimentare dell’Europa del Sud. Le Istituzioni italiane e le associazioni imprenditoriali dovrebbero sostenere in modo adeguato il nostro ruolo così come avviene per le associazioni dei consumatori degli altri Paesi del Nord Europa che sono molto attive nella rappresentanza degli interessi dei loro mercati agroalimentari. Noi scontiamo la disattenzione verso il nostro ruolo che invece sarebbe essenziale in sede UE per agevolare decisioni più equilibrate verso la qualità delle nostre produzioni e delle filiere agroalimentari italiane”.

“Siamo anche, e soprattutto, quello che non mangiamo –  ha affermato Andrea Segrè, fondatore e presidente di Last Minute Market, direttore del Dipartimento di Scienze e Tecnologie agro-alimentari dell’Università di BolognaCon buona pace di Feuerbach. Perché nei Paesi più «ricchi» la parte preponderante degli sprechi alimentari avviene a livello domestico, e almeno il 60% di questo spreco potrebbe essere evitato. In Italia, secondo i dati elaborati da Last Minute Market e dal suo osservatorio Waste Watcher, lo spreco alimentare rappresenta l’1,19% del pil (circa 18,5 miliardi riferiti al 2011)  e «soltanto» lo 0,23% si colloca nella filiera di produzione (agricoltura), trasformazione (industria alimentare), distribuzione (grande e piccola) e ristorazione (collettiva). La parte del leone è tutta a livello domestico e rappresenta lo 0,96% del PIL.
E allora Vivere a spreco zero (titolo di un libro) diventa un auspicio semplice e necessario: un verbo e due parole messe in fila per enunciare una piccola rivoluzione, non solo grammaticale. Una visione che si è già tradotta in azione, il presente che vive e vede il futuro. La via d’uscita da una crisi economica, ecologica, etica, estetica – tante “e”- che non solo sembra senza fine ma è anche estrema – un’altra e – nelle sue profonde e crescenti disuguaglianze”
.

“Come cooperativa di consumatori – sottolinea Adriano Turrini, presidente di Coop Adriatica – siamo da sempre favorevoli e impegnati per una maggiore trasparenza dell’etichettatura dei prodotti alimentari e per la valorizzazione di quelli nazionali. Già oggi, circa l’80% della frutta e della verdura in vendita nei negozi di Coop Adriatica è italiana. Mentre sono state accolte con grande favore dai consumatori esperienze innovative come quella del vino Assieme, realizzato interamente da una filiera cooperativa nazionale.

In questo momento di crisi, occorre  stringere un nuovo patto tra agricoltura, industria agroalimentare, distribuzione e consumatori, per offrire prodotti italiani di qualità, a prezzi contenuti, per dare vita a un circolo virtuoso per l’economia e i consumi del Paese”.

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