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Alex Zanardi: “Vincerò anche a Rio 2016, che importa se avrò 50 anni”

Redazione

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«Comunque, voglio dirle una cosa: io, a Rio, ci sarò. Sì, certo, me lo dovrò guadagnare, ma ci sarò. E se ci vado, non è per vedere la spiaggia. Sa come si dice nel nostro ambiente: dal secondo posto in giù è come le balle dei cardinali: non servono a niente, o almeno dovrebbe essere così». Sandrino Zanardi detto Alex, pilota nella prima vita e successivamente scrittore, conduttore tv e oro paralimpico di handbike, inizia a raccontarsi così nell’intervista di Carlo Verdelli per il mensile GQ – che gli dedica la copertina – in edicola dal 31 ottobre. Lei ha appena fatto 46 anni. Le Paralimpiadi di Rio sono nel 2016. Pensa sul serio di poter essere ancora competitivo a 50 anni, con tutto quello che ha passato? Di poter spingere la sua handbike più forte di un ragazzo di venti o di trenta? «Sì, io tiro come una bestia». Zanardi ha vinto il titolo italiano di handbike, sbancato Londra, trionfato alla maratona di New York con il record del percorso: un’ora, 13 minuti e 58 secondi per i 42 chilometri e rotti più famosi al mondo, toccando punte di 70 all’ora giù dal ponte di Verrazzano. Un record così pazzesco che gli organizzatori hanno pensato bene di escluderlo dalla prossima edizione. Potrà iscriversi solo chi ha un personale di un’ora e 25. «Dicono che è per ragioni di sicurezza, ma francamente mi sembra una balla coi fiocchi. E poi non capisco bene. Il motto dei Giochi dedicati a noi disabili era: “Inspire a generation”, dare l’esempio che si può, sempre, che uno può inseguire il suo sogno anche se gli manca un pezzo, o due. Non so se questo sentimento a New York è arrivato. A occhio, non direi». Alex ripercorre la sua vita, arrivando a parlare del tragico incidente in cui perse entrambe le gambe (il 15 settembre 2001 a Lausitz, in Germania, si ritrovò di traverso in mezzo alla pista e il pilota canadese Alex Tagliani lo colpì di fianco e tagliò via il muso dell’automobile): «Devo aver realizzato qualcosa solo quando, a un certo punto, ho guardato  davanti: non c’era più la macchina e nemmeno le mie gambe». Amputazione bilaterale. Fine della prima vita. «Una volta ho visto quel film, “Nato il 4 luglio”, con Tom Cruise ridotto su una carrozzella dalla guerra. Ricordo di aver pensato: se succede a me, mi ammazzo». Crede in Dio, o qualcosa del genere? «Qualcosa del genere». La seconda vita comincia in un ospedale di Berlino, Zanardi resisterà. A tutto. Sette arresti cardiaci, 15 interventi chirurgici, la coscienza di quel che gli rimane, di quel che ha perso. Un mese e mezzo dopo, la prima conferenza stampa: «Sono fiducioso che presto o tardi potrò tornare a camminare, a prendere il mio Niccolò sulle spalle». Pausa. «E magari tornerò anche a correre, da qualche parte, in qualche modo». Zanardi, come si fa? «Non sono Superman e nemmeno Padre Pio. Ho patito l’inferno nei centri di riabilitazione, ho visto molti altri patirlo. Persone che si arrendono sfinite dal dolore, dalla disperazione. Ma le cose possono essere fatte. L’importante è desiderare. E io ho desiderato tanto» e continua: «Io sono drogato di sport, di sfide. Anche se c’è da aprire un barattolo che non si apre: per me diventa subito un braccio di ferro col coperchio. Quanto valgo oggi? Quanto posso valere di più domani? Qualcosa che è cambiato, appunto, tra la prima e la seconda vita? «A parte i 14 chili di gambe in meno?» A  parte. «Quando correvo fino ai 400 all’ora sulle piste di tutto il mondo, ero io da solo. Adesso, su quell’handbike, c’è mezza Italia che spinge con me. Sento che la gente mi vuole bene. Ma, in fondo, non ho fatto niente di speciale. Ho preso la bicicletta. E ho pedalato». Sa che circola una raccolta di firme per convincere Napolitano a nominarla senatore a vita? «Ma no, non mi sento pronto, non è il mio. Pensi che la prima volta ho votato Craxi perché mi sembrava uno con la faccia onesta… E poi, se scambio il Darfur per una scatola di cioccolatini, da uomo di sport ci sta anche. Ma da politico, dai, che figura di merda».

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